La parola al Teatro #37. Come mi porto la danza a casa? in bilico, nell’equilibrio del quotidiano

Lo spettacolo Un po’ di più, che abbiamo potuto vedere in streaming domenica 11 aprile, fa parte della rassegna di teatro danza concepita da Sosta Palmizi che anche in queste circostanze punta a promuovere la danza.

La rassegna Nutrire di bellezza lo sguardo, ormai appuntamento fisso per gli appassionati si presta allo streaming cioè, come scelta sofferta ma necessaria, dettata dalla capacità di sostenere le compagnie, mantenendo attivo quel rapporto con il pubblico ormai consolidato negli anni.

Partecipiamo anche noi alla fruibilità culturale online che questa pandemia ci sta lasciando come unico insegnamento e assecondiamo il rito collettivo del teatro fruito tramite pc. Codice d’accesso inserito nell’apposita casella e in perfetto orario, comodamente seduti nel nostro divano, assistiamo ad uno spettacolo pluripremiato capace di creare – come assicura la locandina – vere e proprie connessioni tra le arti circensi e quelle tersicoree.

Non manca nulla eppure questo essere a casa è in qualche modo poco rassicurante e piacevole. Non bastano le pantofole, i cuscini di casa nostra, le gatte e i confort un tempo tanto cercati. Soltanto il rispetto del giorno e dell’ora ci sembra “speciale”.

L’appuntamento e il codice d’inserimento è stata la nostra unica occasione per immaginare di essere connessi insieme a tante altre persone e che ci fossero con noi tanti altri utenti, immaginando (grazie anche all’apposita chat) d’aver rispettato il rito della socialità che l’arte ha e deve avere.

immagine per Un po' di più, Sosta Palmizi
Un po’ di più, Sosta Palmizi

Lo spettacolo, con la regia e drammaturgia di Zoè Bernabéu e Lorenzo Covello, vede in scena due danzatori in un interno domestico. Due personaggi in una cucina con un tavolo imperniato al centro e dunque senza gambe laterali che provano a inventare la loro storia d’amore. Una storia fatta di tanti giochi, di piccole tenerezze incaute.

immagine per Un po' di più, Sosta Palmizi
Un po’ di più, Sosta Palmizi

Disinteressati allo sfilaccicarsi di minuti, ore e giornate perché totalmente concretati sull’amore. Vediamo i ruoli che si creano nella coppia, le debolezze e poi le sconfitte, le linee di fuga e poi tentativi di riappacificazione, ma come spesso accade quando siamo davanti ad uno schermo, ci diciamo che il teatro ha bisogno del teatro, ovvero che la ripresa video è sempre di disturbo.

La telecamera mostra primi piani laddove vorresti vedere l’intera scena o si avvicina troppo ad alcune parti del corpo quando invece avresti voluto vedere l’urgenza di tutto il gesto. La ripresa video insomma, è invasiva, ci diciamo, e stiamo in attesa di una ripresa più ampia e statica che garantisca lo spazio di condivisione e di scambio con lo spettatore.

Finalmente la telecamera si ferma e noi vediamo che in ogni momento, di crisi, di gioco o riappacificazione quel tavolo si trasforma in un vero e proprio termometro emotivo. A ogni sua perdita d’equilibrio corrisponde un eguale e contrario sbilanciarsi di piatti, di posate, di bicchieri vuoti e pieni d’acqua e di brocche di vetro che si spostano di qua e di là con l’andamento di una minaccia per la coppia.

Quello sforzo continuo e gioioso di tenerlo sempre in orizzontale giocando con vuoti e pieni e con i movimenti sempre in sincrono dei due, ora si fa sforzo inutile e la coppia si fa consapevole che la propria storia, così come tutto ciò che sta sopra quel tavolo può cedere da un momento all’altro.

Stiamo assistendo a quel fenomeno già più volte sperimentato anche noi in questi mesi di vita in casa, che è un misto di equilibri precari tra depressione e di volontaria fuga dal mondo. Vediamo in scena quel mondo così simile a quello che abbiamo vissuto, fatto di perdita dei rapporti sociali, di chiusura d’amicizie e di amori. Un mondo che ti fa vivere la vita solo attraverso la rete, un codice d’accesso, un pc, una connessione e poco altro.

Stiamo vedendo insomma due danzatori raccontare esattamente chi siamo. Noi lì, in pantofole, davanti a quello schermo, con quel nostro mondo diventato improvvisamente piccolo e quel tavolo (metafora d’abitudine e di quotidianità), continuamente minacciato dal disequilibrio di questa vita.

Questo tavolo diventa uno stratagemma narrativo, prima ancora d’essere un oggetto di scena, perché è lui che ci racconta la molteplicità di sfaccettature e le ripetizioni di questa coppia. È il tavolo a dirci come gli oggetti possano assistere alle trasformazioni emotive, ai cambi di rotta, svelando in quel suo sbilanciarsi le vere misure di questa coppia e trasformando tutto lo spettacolo in una metafora di gioia e scoperta ma anche di soffocamento e prigionia.

Intorno, sotto, a fianco e sopra questo terzo personaggio dello spettacolo accade quindi tutto il sottile gioco dell’innamoramento, fino alla faticosa costruzione di un amore. I giorni seguiranno ai giorni, le parole alle corse intorno alle stoviglie, gli scherzi a quel gioco di mani e di carezze che diventano stabili certezze fino a quel sottile senso di dolore di quando una storia d’amore diventa più matura.

Lì i gesti sono meno attenti. Il quotidiano non è più sensibile ascolto ma lucida volontà di farsi ascoltare. Eppure non c’è mai rottura: né nella coppia né in questo tavolo che – come la coppia – nonostante perda acqua saprà ancora accogliere piatti, brocche e posate fino alla fine, ormai totalmente sostenuto dalle braccia dei due.

Questo spettacolo, fatto di corpi, danze, acrobazie e parole si trasforma in immagine vagamente memore della nostra claustrofobica chiusura e pur essendo nato e premiato nel 2017 (è stato infatti Miglior spettacolo Minimo Teatro Festival 2017, Premio Giuria under 25 Twain_DirezioniAltre 2017, Menzione speciale a Presente e Futuro 2017; Miglior spettacolo di Direction Under30 2019; Premio Speciale OFF, della Critica e Spirito Fringe al Roma Fringe Festival 2019 ; Finalisti Intrasito 2020), fa pensare a noi, alle nostre piccole gioie alternate ai nostri grandi disequilibri.

Quando lo spettacolo finisce, noi siamo ancora sul divano ma restiamo muti, non sapendo se applaudire in solitario, una danza che ci ha raccontato un po’ di più di noi.

Matilde Puleo

Matilde Puleo

Matilde Puleo è storica e critica d’arte, curatrice, organizzatrice di eventi culturali e docente. Ha collaborato con riviste di settore e scrive regolarmente di arti visive e cultura. Collaboratrice di alcune gallerie private e istituzioni museali, nel 2006 ha istituito un’associazione culturale (www.megamega.it) per la quale ha curato la direzione artistica promuovendo progetti d’arte in spazi pubblici. Dal 2008 al 2014 è Indipendent Curator con “Mushroom – germinazioni d’arte contemporanea”; “Marker- evidenziare artisti emergenti” (edizione 2009); “Contrasted-opposti itinerari” (2010) e PP-percorsi personali (2011), progetti sostenuti da TRART (Regione Toscana), per uno spazio espositivo del Comune di Arezzo, nel quale ha promosso l’attività formativo-espositiva dei giovani artisti del territorio. Ha scritto numerosi testi per libri e cataloghi ed ha collaborato con l’Università degli studi di Siena, per l’insegnamento di storia dell’arte contemporanea. Dal 2002 è giornalista per la rivista cartacea Espoarte e collaboratrice free-lance per alcune riviste on-line. Dal 2011 al 2014 ha organizzato progetti speciali (patrocinati dalla Regione Toscana), finalizzati alla realizzazione di workshop, mostre ed eventi dal vivo, performance e ricerca video. E' stata ed è divulgatrice anche attraverso seminari, workshop e conversazioni. Attualmente cerca di mantenere un orizzonte ampio di scrittrice, studiosa e autrice di progetti nei quali intrecciare filosofia, illustrazione, danza, teatro e formazione. La tendenza è quella di portare avanti l’approfondimento e l’articolazione del pensiero come fari con i quali sviluppare la necessaria capacità d’osservazione e di lettura del mondo.

2 commenti

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  • Leggendoti Cara Matilde io ho rincontrato Il momento della costruzione della relazione del Collettivo T no Show .
    Brava grazie

  • Gentilissima, ciò che dici è proprio ciò che trovo particolarmente significativo di questo spettacolo. Il suo essere così vicino alla vita eppure così capace di astrazione e di metafora.
    Io direi bravi loro!