Crying on the border, la storia di tutti noi dentro una fotografia

La foto vincitrice al World Press Photo 2019, porta il titolo “Crying on the border” e già ad una prima occhiata capisci di cosa si tratta: una giovane madre bloccata in attesa di essere perquisita. Al centro della scena la figlia piangente è chiaramente la vera protagonista dello scatto. John Moore vincitore di questo prestigioso premio si trova nel confine americano, scosso da accesi conflitti identitari, nel quale si avvicendano febbrili volti e corpi, per lo più di donne e bambini, sconvolti dal tentativo di attraversarlo e cambiare vita. La lente d’ingrandimento di Moore si posa irrequieta su queste strade vuote che altri come lei, del suo stesso status sociale, inconsapevoli di essere osservati, percorrono con paura. È tutto molto chiaro e l’immagine riprodotta in moltissimi giornali ha giustamente fatto il giro del mondo. Ma c’è qualcos’altro in questa immagine che mi trattiene a lungo, praticamente inchiodata a questo pianto.

immagine per “Crying on the border
Crying Girl on the Border, John Moore, Getty Images. World Press Photo Of The Year

È così che vedo che l’unica persona realmente visibile è la bambina. Del soldato e della donna non ci è dato di vedere la testa e le spalle. La madre anzi, è solo un corpo vestito di jeans e maglietta e lui è solo un’uniforme militare. Questi corpi ai quali manca la parte superiore del busto allora vengono cancellati dall’umanità libera di muoversi e di rivendicare diritti, così come sono privi di qualsiasi segno di individualità trasmesso dal volto, dagli occhi e dal contatto visivo.

In realtà la separazione della madre dalla bambina non è esattamente ciò che accade nel destino di questa donna, ma lei è piuttosto un simbolo, la somma di tutti i percorsi possibili di un migrante del sud del mondo.  Guardando entrambi, ma soprattutto la donna, balza agli occhi ciò che mi trattiene davvero e che è il rendermi conto di quanto la civiltà occidentale abbia metabolizzato e fatto sua l’idea del corpo come cosa. In cosa consiste realmente la cosificazione di cui parlano sociologi, politologi e coloro che si occupano d’immagini? Si tratta dell’azione di rappresentare una persona come un oggetto. 

Questo processo già variamente realizzato dalla Pop art e dalla pubblicità a partire dagli anni Sessanta ha raggiunto oggi una portata maggiore perché non riguarda più solo i prodotti da vendere ma l’idea che sia accettabile pensare (e non sia più solo un subdolo dubbio) che certi corpi possano essere considerati come cose prive di facoltà pensante da usare e sfruttare come e quanto vuole chi ne ha la gestione.

Un processo di cosificazione che snatura, limita e manca di rispetto però solo un certo tipo di corpo umano che da questo momento in poi si può comprare, vendere, possedere. Un corpo che non è necessario che venga dal sud del mondo, perché ciò che interessa davvero è che sia assoggettato a qualcuno o alla privazione di denaro più o meno momentanea. In questa fotografia la cosa-femmina che un corpo con divisa da militare USA — quintessenza del potere e del comando — può trattare come oggetto, cosa morta, corpus ha un potente effetto di realtà. 

L’ingiustizia è il motore assoluto della scena nella quale è presente la cosificazione del corpo appartenente ad uno status sociale inferiore. L’immagine ci rappresenta qui una persona che come è evidente è madre di una bambina, ma che qui è prima di tutto un oggetto del crimine, oggetto da indagare, migrante e clandestino. Un corpo da gestire, ignorando le sue qualità e capacità intellettuali e personali, ridotto a un puro strumento di sottomissione economica. 

Insomma, questa immagine è prima di tutto una scena che poggia sulla certezza di trovarsi in presenza di un’assurdità inspiegabile, vera, assoluta come lo è quell’economia che interferisce con la vita delle persone.  La cosificazione dunque non è solo quella di questa migrante: è un processo che riguarda categorie sociali precise di qualsiasi latitudine. È la rappresentazione mentale che abbiamo dei fattorini delle piattaforme commerciali più famose o quella dei riders che con una strumentazione, digitale ed informatica, vengono gestiti da imprenditori impegnati al raggiungimento dei propri obiettivi. Uomini che dirigono e coordinano le energie lavorative del lavoratore, stabilendo tempi e modalità di esecuzione di quel lavoro.

È l’essere costretti ad accettare il rischio lavorativo corso dalle categorie di lavoratori che eseguono le proprie mansioni privi di tutela nelle strade ad esempio, senza un trattamento adeguato all’esposizione ai rischi. È quello deiI commessi dei supermercati costretti a cedere pezzi della loro dimensione privata per abbracciare la retorica dell’economia che vuole che prima si limiti lo spazio all’interno delle case e poi il tempo libero per permettere ad altri di fare la spesa anche la domenica o per portarci a casa la pizza.

Al di là dei volumi netti di questo pickup bianco e di questo soldato ma soprattutto della bambina la cui ombra si allunga in modo deciso e marcato verso una profondità che sembra di natura espressionista, viene concesso solo alla bambina d’essere persona. Questo spazio senza coordinate, letteralmente senza tempo, in cui la prospettiva si spezza pone al centro la bimba e la sua agonia, raccontandoci il dramma dei tanti bambini dell’Honduras d’essere separati dai genitori per volontà politica ma anche di tutti i bambini a noi molto più vicini. I corpi ridotti a cosa degli adulti si muovono in uno spazio superficiale e basso collocato in primo piano davanti alla bambina. L’attenzione è rivolta a questa precisa sezione della scena e sembra esprimere il massimo del disordine e delle aberrazioni del male. 

La peculiarità che trovo molto pungente è che questa non è solo l’immagine della tolleranza zero verso gli immigrati delle politiche contro gli immigrati. Il fotografo non mi parla solo di confini e di migranti ma mi offre l’immagine di una schiava contemporanea la cui valenza e spessore politico consiste nell’uso che farà del suo corpo ora – in questo istante di paura -, ma anche in quello che con il suo corpo sarà disposta a fare non appena entrerà in territorio americano; quello a cui la obbligherà lo straccio di lavoro che le permetterà di sopravvivere e in quello ancora più prezioso, tutto esposto in quella dimensione cucciola sua evidente emanazione di questa bimba piangente. Nella testa del soldato lei è una cosa, strumento inanimato che come un automa dovrà essere gestita, catturata, perquisita, separata dalla bambina, trasferita e dunque mossa in una transumanza che risponderà al suo comando.

Di questo uso del corpo al quale l’uomo in divisa si riferisce con guanti monouso per sicurezza personale ovviamente, più che per rispetto, posso dire che la trasformazione a “cosa” prevede il fatto che lui consideri sé stesso un soggetto. Un uomo dotato di un corpo aperto alla libertà e differente da coloro che per questioni economiche e di inferiorità vedono quotidianamente separati i loro corpi dalla loro vita. Un corpo meno cosificato di quello dei braccianti agricoli a due euro all’ora e delle vittime del precariato cognitivo, occupato senza diritti che si vende letteralmente alla classe dominante.

Tra l’altro, tutto il ’900 ha saputo fare della separazione tra corpo e vita la vera posta in gioco della lotta politica. Il che conferma davvero come il corpo sia diventato, e lo diventi sempre più, la posta in gioco di un conflitto estremo che tocca interessi e dinamiche di carattere giuridico-normative, che nascono da quelle etiche nuove che si fanno poi politiche. In questo gioco, al cuore del meccanismo si muovono i destini sia delle vite individuali che quelli del corpo politico e delle persone che abitano nel mondo. 

Ciò che mi pare significativo di una trasformazione mentale in corso è che manca davvero il confine proprietario della persona. Dove sono le facce? Dov’è finito il volto degli adulti che compiono tutto il male espresso dalla bambina? Del viso della madre non abbiamo nemmeno la possibilità di produrlo nella nostra immaginazione perché ci è stato privato il codice generale d’interpretazione: la maglietta e i jeans aderenti e le converse senza lacci non bastano a dirci l’esatta identità. 

Senza quel viso non possiamo mettere in atto il nostro apparato semantico e quindi non abbiamo la possibilità di creare connessione simbolica. Siamo invece costretti ad entrare in un paradossale stereotipo. Se ci fosse stato, il viso avrebbe reso l’intero corpo comprensibile e di conseguenza anche il significato di ciò che accade. Dunque è esattamente questo il rospo che dobbiamo mandare giù. Lo scatto funziona come immagine aperta, metaforica, allusiva, di un sistema che è sempre quello: il controllo del corpo e la sua riduzione a cosa spogliata perfino del valore che siamo disposti a dare normalmente alle cose.

WORLD PRESS PHOTO EXHIBITION 2019
fino al 26 maggio 2019
Palazzo delle Esposizioni, Roma
La mostra World Press Photo 2019 è promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita culturale, ideata da World Press Photo Foundation di Amsterdam e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con 10b Photography

Matilde Puleo

Matilde Puleo

Matilde Puleo è storica e critica d’arte, curatrice, organizzatrice di eventi culturali e docente. Ha collaborato con riviste di settore e scrive regolarmente di arti visive e cultura. Collaboratrice di alcune gallerie private e istituzioni museali, nel 2006 ha istituito un’associazione culturale (www.megamega.it) per la quale ha curato la direzione artistica promuovendo progetti d’arte in spazi pubblici. Dal 2008 al 2014 è Indipendent Curator con “Mushroom – germinazioni d’arte contemporanea”; “Marker- evidenziare artisti emergenti” (edizione 2009); “Contrasted-opposti itinerari” (2010) e PP-percorsi personali (2011), progetti sostenuti da TRART (Regione Toscana), per uno spazio espositivo del Comune di Arezzo, nel quale ha promosso l’attività formativo-espositiva dei giovani artisti del territorio. Ha scritto numerosi testi per libri e cataloghi ed ha collaborato con l’Università degli studi di Siena, per l’insegnamento di storia dell’arte contemporanea. Dal 2002 è giornalista per la rivista cartacea Espoarte e collaboratrice free-lance per alcune riviste on-line. Dal 2011 al 2014 ha organizzato progetti speciali (patrocinati dalla Regione Toscana), finalizzati alla realizzazione di workshop, mostre ed eventi dal vivo, performance e ricerca video. E' stata ed è divulgatrice anche attraverso seminari, workshop e conversazioni. Attualmente cerca di mantenere un orizzonte ampio di scrittrice, studiosa e autrice di progetti nei quali intrecciare filosofia, illustrazione, danza, teatro e formazione. La tendenza è quella di portare avanti l’approfondimento e l’articolazione del pensiero come fari con i quali sviluppare la necessaria capacità d’osservazione e di lettura del mondo.

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