Virgilio Sieni: la coscienza nella danza

Artista, coreografo e formatore Virgilio Sieni è danzatore raffinato capace di coniugare con una forza sottile e delicata il palcoscenico con il mondo circostante in modalità inedite di collegamento col nostro spazio quotidiano.

Ciò che si sperimenta da semplice spettatore è che la danza è strumento di crescita psicologica e di ricerca personale che nelle sue mani diventano teatro. È così che i suoi lavori coreografici ci sorprendono come un complesso di gesti che fanno parte dell’ambito delle rivelazioni di verità più che come invenzioni di poetici movimenti del corpo.

Anzi, il suo gesto in scena, ti arriva come un simbolico dispositivo atto a portare una sorta di catalogo di suggerimenti e di narrazioni sul corpo altrimenti a noi ignote. Una produzione di oggetti trasparenti e preziosi che si fanno testimonianza della bellezza del corpo indagata in una maniera filosofica, da mente pensante che sostiene, assiste e comprende le ragioni del respiro, del moto e dello spazio.

Rivelazioni che hanno luogo nel momento in cui attendiamo che le luci si spengano e vediamo la materia che avvalendosi di questo profeta manifesta a noi la sua volontà di vivere e la sua propensione al mutamento.

A partire dal 1992, anno di fondazione della Compagnia, Sieni ha dedicato la sua ricerca ad affinare lo sguardo proprio intorno ai concetti sul corpo, ha invitato a dedicare tempo alla riflessione e ha mostrato come uno spettacolo di danza possa essere il modo di pensare l’intera storia dell’arte figurativa, invitando tutti noi a farlo collettivamente. Alla dimensione collettiva della comunità degli spettatori ha dedicato un’attenzione così partecipe da rendergli necessario lavorare con persone di tutte le età ma curiose del movimento. Nella sua scuola ciò che ha realizzato con costanza è stato l’essere capace di confrontarsi con diversi tipi di fragilità.

Conseguenza di sofferenze, di angoscia o di inaccettabili cambiamenti, le fragilità dialogano con i confini della certezza e del vigore. Virgilio Sieni ha cercato questo dialogo con quelle fisiche e psichiche degli altri, operando in modo da modificare sempre il suo punto di vista.

Ne consegue che il danzatore dà prova di aver creato una trasformazione sia in lui che nell’altro e oggi che i segni del tempo hanno coinvolto anche lui, dotandolo di una parte di quelle fragilità, assistiamo ad una danza che ha trovato un modo incorporare, fare spazio e aprirsi del performer allo sguardo del mondo.

Il suo pensiero e quel suo corpo portato in scena stagione dopo stagione, hanno manifestato assunti sempre volti a gettare luce sul buio di temi e di argomenti sottilmente complessi, come l’insicurezza della dimensione identitaria, la vulnerabilità del desiderio o la marginalità di temi legati alla dimensione sottile dello stare o dell’incedere nel mito o nella cultura.

Nell’interazione con i corpi di coloro che accettano il suo invito a salire sul palcoscenico, si ha così la sensazione tangibile della fisicità sperimentata presso l’Accademia del gesto, fondata nel 2007 ai Cantieri Goldonetta di Firenze e della sua capacità di interessarsi alle differenze e di convogliare in un tutto unico diversità, menomazione o friabilità di ossa e muscoli, tanto da raccoglierne la sfida, coinvolgerle nei laboratori e infine farne materiale col quale creare ciò che più che spettacolo sembra il risultato di un lavoro sulla verità del sentire.

È con queste suggestioni che penso a quanto un corpo che avanza negli anni sia forse per un danzatore così attento a combattere molti segni dell’odierna cecità (in quale altro modo parlare di lifting se non di chiusura verso il proprio mutamento infatti), una versione di corpo umano senz’altro tutta da indagare.

Una nuova versione, dopo quella adolescenziale, di grande trasformazione dell’esistenza che l’uomo comune conosce e accetta con rassegnazione. Nella sua danza di oggi sembra invece che per Virgilio Sieni questa nuova versione di corpo che incanutisce, diventa frangibile e modifica i suoi desideri sembra essere oggetto di riflessione sul movimento della psiche, dei pensieri e delle emozioni.

Si potrebbe perfino pensare che il carattere della sua danza e della sua costante ricerca abbia oggi la necessità di misurarsi proprio con il passare dei suoi anni, come ulteriore materiale da indagare e non da nascondere, dissimulare o sostituire con la carta del virtuosismo. La meraviglia che accade davanti a noi sta proprio in questo suo ascoltare, introiettare ed esibire la sua fragilità trasformandola in teatro, confermando e portando a compimento proprio i segni di quel carattere onesto che ha sempre dato alla sua danza.

Il danzatore di oggi insomma, riprova ogni assunto del passato tramite la scrittura di un nuovo stringere, sobbalzare, saltare, picchiettare, sfiorare che ha avuto bisogno di questi trent’anni di attività per svilupparsi e affinarsi. Il tempo aggiunge una nuova forza al gesto: quella sicura, risoluta ma soprattutto franca azione dettata dalla propria vulnerabilità. Sul palcoscenico si presentano allora i nuovi limiti, le necessarie pause e il profondo ascolto di una struttura corporea nuova.

Contemporaneità e storia si intrecciano dunque non solo nel suo lavoro di oggi ma nella connessione di questo corpo con la sua parte vitale chiedendo a questi nuovi ritmi e a questi nuovi tempi di conquistare lo spazio scenico e nutrire ancora gli aspetti immaginativi ed emozionali. Sia i suoi che quelli del suo pubblico.

All’origine del gesto ci dicono gli studiosi, c’è stata la riflessione sul concetto del fare esperienza, noi possiamo vedere come siano stati mescolati i saperi allo scopo di sviluppare la necessaria elasticità del pensiero e la capacità di adattamento utili ad opporsi alle comuni, diffuse e umanissime ansia e paura.

Come si evince dall’interpretazione di spettacoli ormai diventati classici come “Le variazioni Golbert” (una produzione del 2001), un danzatore deve misurarsi con nuovi compiti più o meno complessi. Primo fra tutti quello dell’ascolto e della meraviglia di imparare a intrecciare composizioni gestuali che rispettino le differenti temporalità della vita, il tempo biografico e la nuova origine del gesto, restituendo loro dignità.

L’esperienza vissuta e la capacità di trasfonderla in un atto carico di ascolto donano allo spettatore un senso di appartenenza alla comunità degli uomini cui Virgilio Sieni fa parte e gli insegnano che la dignità ha un contenuto corporeo. Che la lezione da conquistare ogni giorno è la consapevolezza di essere persona.

Persona e performer cominciano a guardare se stessi mettendo in scena un rito che sembra volerci svelare la natura oppressiva delle convinzioni e delle convenzioni di un linguaggio, che come già diceva Foucault (1969), costruisce opposizioni binarie insopportabili. I nuovi criteri compositivi del Virgilio Sieni danzatore e uomo sembrano dunque opporsi alla banalità delle mere opposizioni linguistiche, andando a cercare con maggiore convinzione la discontinuità, l’interruzione e ogni forma di obbligo o linea di fuga del linguaggio.

Avvalersi di un altro vigore allora, in questo suo mondo capace di attraversare le profondità del movimento si spinge oltre e diventa una forma d’arte.  Le azioni lente e diradate, le necessarie pause sono oggi proiezione soggettiva di un tempo da ascoltare. Un tempo per entrare in una nuova difficoltà e conoscerla. Diventare e incarnare dolore e fatica e poi restituire loro il senso dell’interezza e il significato della cura.  Fermare e opporsi al disorientamento che accompagna lo scorrere del tempo trasformandosi in disorientamento. 

Non solo riappropriarsi ma negoziare la fragilità che racconta proprio mentre ce la narra.  Contare sull’efficienza tecnica di un corpo che interpreta uno spettacolo più che ventennale, rendendo conto della globalità del danzatore. Porre al centro dell’attenzione la complessità dell’individuo per aggiungere allo spettacolo il movimento multiforme della psiche, quello dei pensieri e delle emozioni.

Non uno spettacolo sull’immagine della storia dell’arte dunque, ma la manifestazione visibile del tipo di consapevolezza che esiste nel corpo in un dato momento. La prova della modificazione del corpo attraverso l’allenamento della coscienza.

Matilde Puleo

Matilde Puleo

Matilde Puleo è storica e critica d’arte, curatrice, organizzatrice di eventi culturali e docente. Ha collaborato con riviste di settore e scrive regolarmente di arti visive e cultura. Collaboratrice di alcune gallerie private e istituzioni museali, nel 2006 ha istituito un’associazione culturale per la quale ha curato la direzione artistica promuovendo progetti d’arte in spazi pubblici. Dal 2008 al 2014 è Indipendent Curator con “Mushroom – germinazioni d’arte contemporanea”; “Marker- evidenziare artisti emergenti” (edizione 2009); “Contrasted-opposti itinerari” (2010) e PP-percorsi personali (2011), progetti sostenuti da TRART (Regione Toscana), per uno spazio espositivo del Comune di Arezzo, nel quale ha promosso l’attività formativo-espositiva dei giovani artisti del territorio. Ha scritto numerosi testi per libri e cataloghi ed ha collaborato con l’Università degli studi di Siena, per l’insegnamento di storia dell’arte contemporanea. Dal 2002 è giornalista per la rivista cartacea Espoarte e collaboratrice free-lance per alcune riviste on-line. Dal 2011 al 2014 ha organizzato progetti speciali (patrocinati dalla Regione Toscana), finalizzati alla realizzazione di workshop, mostre ed eventi dal vivo, performance e ricerca video. E' stata ed è divulgatrice anche attraverso seminari, workshop e conversazioni. Attualmente cerca di mantenere un orizzonte ampio di scrittrice, studiosa e autrice di progetti nei quali intrecciare filosofia, illustrazione, danza, teatro e formazione. La tendenza è quella di portare avanti l’approfondimento e l’articolazione del pensiero come fari con i quali sviluppare la necessaria capacità d’osservazione e di lettura del mondo.

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