L’occhio e la pagina – tra immagine e parola, Massimo Carboni

immagine per Massimo Carboni
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Quale è la partita più ardua per la critica e la storia dell’arte? Che tipo di convivenza sperimentano con l’opera in un terreno complesso, instabile e pericoloso quanto quello che sta tra la parola e l’immagine? Queste sono le questioni poste da Massimo Carboni, storico, critico dell’arte e teorico dell’estetica, qui impegnato in questioni filosofiche alla ricerca di uno statuto per le tecniche che verbalizzano l’arte. È proprio la stessa ricerca della radice antropologica dell’espressione, che avevo apprezzato nella sua rilettura sul sublime uscito negli stessi anni in cui scoprivo il Sublime dello Pseudo Longino.

In questa edizione rivista e aggiornata titolo e sottotitolo permettono a Carboni di definire gli elementi fondamentali di questo saggio edito da Jaca Book, con due parole che rappresentano l’opposizione e il contrasto tra mondi quanto mai separati: «L’occhio e la pagina – tra immagine e parola», ancora intenti a vagheggiare il chimerico ut pictura poiesis.

Un viaggio nei fenomeni linguistici della critica d’arte con un’architettura testuale suddivisa in cinque capitoli, corrispondenti a cinque argomentazioni relative alla conoscenza di prospettive teoriche storiche e forme dell’interpretazione più o meno discorsive.

Capitoli atti a narrare l’immagine, salvo poi vedere e toccare con mano quanto la parola sia inadatta, incapace e dunque profondamente limitata, specie laddove arriva a comprendere che l’immagine non è solo ciò che colgo con lo sguardo, ma tutto ciò che nasce come immagine anche all’interno della parola. Impedita dai suoi stessi costrutti linguistici la parola non solo non sa come ma sperimenta l’impossibilità di “parlare” il visibile. Molti sono i motivi: intanto perché il carattere lineare del linguaggio non supera il limite, poi perché essa stessa si mostra in una grafematica che la rende non più veicolo neutro e perché la conoscenza usa segno e immagine come le due direzioni verso cui ha facoltà di rivolgersi.

Ciò che resta visibile al di qua dell’identificazione linguistica, spiega Carboni, una volta estratto il corpo della parola è un pre-reale pieno di materia e colore, dove il semiotico diventa solo retroterra del simbolico. Capito questo assunto, ci assicura, la critica degna di questo nome comprenderà appieno una verità: l’opera è qualcosa che le sfugge.

Il linguaggio dall’altra parte, non farà che riempire di parole un’intuizione che si dilegua proprio a causa delle parole. Allora essa tenderà a ripetere continuamente i protocolli della sua differenza dal visibile all’interno di condizioni che (essendo quelle della lingua) ne aboliscono ovviamente, ogni possibilità di successo!

Che fare? La questione (ovvia e dunque crudele), è che parlare o scrivere non sono il vedere. E la parola della critica d’arte a partire da questa ovvietà può solo cercare di custodire l’impossibile come risorsa, accettare di non avere alcuna egemonia e ascoltare questo “muto loquace” che è l’opera. La critica potrà così appoggiarsi proprio ad un pericoloso ma assai affascinante “solco di nulla” che è poi a ben vedere, lo strumento che Carboni sceglie come guida nell’indagine di questo fallimento. La semiotica del visivo non è dibattito ricostruito o risolto dal libro, semplicemente perché focus del pensiero è l’inadeguatezza della parola. «Ogni speech act critico – ci dice- non “traduce” la formazione visiva, ma ne certifica l’intraducibilità».

Territorio, quello della scrittura per l’arte, nel quale Carboni si muove con una scioltezza che gli consente di scegliere, raccogliere e collegare in una prosa curata, quantità di citazioni tratte dal mondo antico e moderno; significati logici della frase, rimandi letterari e aneddoti tratti dalla storia dell’arte, selezionati con cura e volti a chiarirne il pensiero.

Come l’immagine (più volte presente nel libro) della parola che verbalizza paragonata all’interrogatorio poliziesco, quella del critico che “fa il verbale” di ciò che è essenzialmente materia e gesto oltre ad evocare una certa quota di violenza come prevede Carboni, mi porta non più metafora verso quei fatti reali collegati alla parola che si fa macchina brutale e autoritaria quanto mai significativa.

Il nodo centrale ed essenziale del pensiero di Carboni è quello di dare al linguaggio della critica uno statuto che abbandoni intanto il termine “critica”, si assuma la responsabilità di riflettere su se stessa, riconosca fino in fondo la dismisura “colossale” ci dice, tra la dimensione logico-discorsiva e la traccia grafico-visuale e inventi un nuovo tipo di linguaggio.

Una modalità che sappia far tesoro del mutamento, che sia in grado di frequentare il dato visivo, che accetti la materialità della percezione e che abbandoni il progetto logocentrico di orientare o imporre il proprio punto di vista. Diventa necessario – sostiene l’autore – il progetto di Emilio Garroni di escogitare metodi di scrittura diversi. Modello cercato da Erwin Panofsky, per il quale l’immagine è già un sapere che si avvale di categorie e di assetti concettuali. Tale possibilità è da rintracciare nell’attuale contesto tecnologico. Carboni, si riferisce ad una digital-scrittura in grado di aumentare le possibilità espressive, dotandosi di molte trasformazioni grafematiche sperimentali.  

A fronte del fatto che percezione e nominazione si dissociano, prendendo strade diverse si può cercare di interrogarle entrambe laddove esiste somiglianza.  Interrogarle per verificare il limite della loro traducibilità. Un limite che l’autore chiama “traccia” e che in quanto tale si manifesta negli intervalli, nelle interruzioni, nel bordo vuoto che è l’origine ed elemento comune a immagine e linguaggio. 

È così che ciò che interessa davvero Massimo Carboni e segna i contorni della sua posizione interpretativa credo sia la seguente condizione statutaria: bisogna radicalizzare il pensiero intorno alla traccia, enfatizzare questo tratto della discontinuità, per far incontrare il limite. E qui compare la metafora del balcone che trovo la più suggestiva del libro – «come il balcone dà sulla strada […], la parola dà sull’immagine, il dicibile sul visibile», con la quale l’autore ci chiede di avvalersi di questa distanza fisica tra balcone e casa come occasione per sperimentare un silenzio che non è difetto della parola, ma esposizione proprio di quel balcone dico io, che è in grado di essere il motore di una relazione rinnovata.

La critica non scriverà dunque in ragione del visivo, ma nonostante il visivo e avrà il compito di trasformare il limite in un lubrificante epistemologico del discorso. Dovrà accorgersi che questo limite è concretamente qualcosa che impedisce e rende impossibile la traduzione in parola. Che il limite non è una “cosa” da scavalcare o di nuovo cercare di schiacciare con la sicumera della parola. La critica dovrà imparare a convivere col confine, l’orlo, il limite e non solo a dire ma a farsi critica. La parola dovrà farsi valere. Diventare incandescente. Dovrà imparare a scrivere sull’opera riflettendo continuamente sul linguaggio che impiega. Arrivare a vivere della medesima flagranza dell’immagine e farsi  « “goticheggiante” con Chartres, “impressionista” con Monet, “cubista” con Braque” ».

Il libro presenta dunque un capitolo centrale tutto dedicato alle forme dei testi di maestri della critica e della scrittura come Longhi, Bonnefoy, Fiedler, Aby Warburg, Ragghianti, Foucault e una lunga sezione sulla metis e sul lavoro degli artisti da Leonardo a Kounellis.

Quando poi l’autore s’immerge alla fine del libro in un lungo discorso sulle due epoche artistiche che gli sembrano esemplificative del ruolo dell’artista che si fa critico: il Citazionismo e il Concettuale, anche noi capiamo che il racconto teorico si avvia alla conclusione con un’altra serie di questioni. La prima è quella che si chiede se davvero la parola sia l’unico strumento credibile per l’atto interpretativo, lasciando prevedere un’auspicabile uscita dal testo da parte della parola per entrare nel mondo e produrre senso alla vita e non solo sulla pagina e la seconda quella che si chiede se un atto performativo “afferente” all’opera possa avere capacità ermeneutiche valide. Immediatamente penso alla Monet/experience e alla pratica della digital exhibition nella quale vengono create ambienti atti a ricreare operazioni video con opere di Leonardo, Van Gogh e Monet.

Carboni scrive del restauratore come intellettuale in grado di provare a tradurre il visivo oppure del curatore che scrive tramite la sottile arte dell’allestire facendo scrittura espositiva e a noi non resta che cercare di leggere la realizzazione di un genere d’intrattenimento culturale/family oriented, formativa e spettacolare che è la mostra mutimediale cercando di vedere se davvero questa sia la via che ci porta in quei luoghi ermeneuticamente significativi di cui sopra.

Massimo Carboni, “L’occhio e la pagina – tra immagine e parola”, Jaca Book 2018

Matilde Puleo

Matilde Puleo

Matilde Puleo è storica e critica d’arte, curatrice, organizzatrice di eventi culturali e docente. Ha collaborato con riviste di settore e scrive regolarmente di arti visive e cultura. Collaboratrice di alcune gallerie private e istituzioni museali, nel 2006 ha istituito un’associazione culturale per la quale ha curato la direzione artistica promuovendo progetti d’arte in spazi pubblici. Dal 2008 al 2014 è Indipendent Curator con “Mushroom – germinazioni d’arte contemporanea”; “Marker- evidenziare artisti emergenti” (edizione 2009); “Contrasted-opposti itinerari” (2010) e PP-percorsi personali (2011), progetti sostenuti da TRART (Regione Toscana), per uno spazio espositivo del Comune di Arezzo, nel quale ha promosso l’attività formativo-espositiva dei giovani artisti del territorio. Ha scritto numerosi testi per libri e cataloghi ed ha collaborato con l’Università degli studi di Siena, per l’insegnamento di storia dell’arte contemporanea. Dal 2002 è giornalista per la rivista cartacea Espoarte e collaboratrice free-lance per alcune riviste on-line. Dal 2011 al 2014 ha organizzato progetti speciali (patrocinati dalla Regione Toscana), finalizzati alla realizzazione di workshop, mostre ed eventi dal vivo, performance e ricerca video. E' stata ed è divulgatrice anche attraverso seminari, workshop e conversazioni. Attualmente cerca di mantenere un orizzonte ampio di scrittrice, studiosa e autrice di progetti nei quali intrecciare filosofia, illustrazione, danza, teatro e formazione. La tendenza è quella di portare avanti l’approfondimento e l’articolazione del pensiero come fari con i quali sviluppare la necessaria capacità d’osservazione e di lettura del mondo.

2 commenti

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  • Come non pensare leggendo Matilde alle non parole del sogno che si manifesta con le immagini ? Alla fantasia preconscia che muove emozioni prima e pensiero per nutrire la mente e l’io? Uscire verso il mondo in tanti modi finestra e restare in strada o ritornare allo specifico intimo mondo interno che mi appare muto ma ricco di immagini silenziose .

  • cara amica, semplicemente chiedo: questo universo d’immagini ha un’origine comune oppure non ha alcuna unità, hanno un radicamento corporeo o sono non empiriche? Ciò che sto cominciando a capire è che studiare le immagini non basta a contrastarne gli effetti, specie quelli negativi. Un approccio filosofico potrebbe consistere nel determinarne la natura e la funzione, le sue implicazioni teoriche e i valori di cui si fa portavoce. Ecco penso che m’interessi il risvolto etico degli oggetti estetici