Cosa vediamo quando guardiamo la danza? Criteri e scoperte di una “visionaria”

Quando penso alla danza cerco da sempre definizioni da vocabolario. Ho bisogno di sapere cosa è condiviso e in quale misura il termine è in grado di creare confusione mentale e disorientamento. Leggo allora con sollievo che la danza è l’arte del corpo che si muove secondo un ritmo. Perfetto: la definizione riesce a dar conto di moltissima danza contemporanea… Eppure, per quanto chiara, la parola è in grado di richiamare molte varianti che spaziano dal saggio di fine anno delle scuole di ballo fino allo spettacolo del balletto televisivo e alle versioni sempre più ginniche e performatiche di danze fatte solo di muscoli e destrezza.

Di lato invece, presente in palcoscenici sperimentali, spesso abbinata alla sensibilità coreografica e sfamata dalla letteratura, trova rifugio un’altra danza, quella di ricerca.  Quell’arte che tutti sanno essere difficile da sostenere e da promuovere perché non siamo curiosi, non sempre la capiamo e dunque non gode né del nostro favore né quello del grande pubblico.

Quell’arte sottile, spesso aniconica, che non sempre racconta e a volte non ha dati fisici, acrobazie, contorsioni o equilibrismi da far ammirare. Danza complessa che presenta corpi nello spazio mossi non solo dal ritmo musicale, ma dal soffio dalla mente, dalle parole sussurrate, dall’equilibrio, dalla sensibilità dell’individuo, dalle sue forze e fragilità e dunque da tutto ciò che di umano abita il danzatore.

Poco spazio, pubblico affezionato ma non massificato e sparute istituzioni a farsi carico. Questa è la danza contemporanea in Italia. È nata così l’esigenza di concentrare gli sforzi e dei nove enti, teatri e festival italiani che collaborano assieme a lanciare il bando L’Italia dei Visionari, entra da quest’anno anche la compagnia Sosta Palmizi con una selezione destinata ai singoli artisti e alle compagnie professionali emergenti e indipendenti che operano professionalmente nella danza contemporanea.

Il progetto I Visionari

Un gruppo di spettatori detti I Visionari, come i loro più illustri predecessori di Kilowatt festival, raccoglie persone che non sono ad alcun titolo “addetti-ai-lavori”, ma individui appassionati, curiosi della danza.

Le compagnie che hanno caricato il proprio video su di un portale informatico hanno sottoposto a giudizio la loro opera, ma dall’altra parte i gruppi dei selezionatori avevano anche un compito nuovo: quello di misurarsi e dare avvio ad un sistema classificatorio da inventare.

Ne faccio parte e mi assicuro un gruppo di lavoro composto da persone che ho già visto seduto accanto a me in quei momenti dove il pubblico si conta a vista. Ci accorgiamo subito di essere del tutto privi di formulazioni esatte, di esperienze facili da trasmettere o di ricette precostituite. Riflettiamo molto e a fine serata ci diciamo che è necessario un elenco spontaneo di criteri. Criteri negoziabili certo, ma un canovaccio per capire come valutare uno spettacolo di danza specie se dentro c’è la parola o se a mancare è proprio il corpo che volteggia nello spazio.

L’identità artistica, l’esperienza e la passione per la condivisione dei direttori ha dato modo, nel corso degli anni, alla storica e apprezzata compagnia di danza Sosta Palmizi di raccontare quest’arte in giro per l’Italia e ad Arezzo con una sua stagione annuale dal titolo Invito di Sosta,  giunta quest’anno alla sua decima edizione.
Dieci anni di spettacoli e appuntamenti con danzatori.

In ognuna delle attività proposte, lo scopo di Sosta Palmizi è chiaro: quello di dare corpo alla visione e sostegno ad una creatività ancora poco sostenuta, complessa e al tempo stesso assai delicata come la danza contemporanea. 

In questi anni, il pubblico (non numeroso ma senza dubbio in progressione crescente), ha sperimentato e affinato il proprio gusto, ha avuto occasione di intrattenersi con gli artisti a fine spettacolo, partecipare alle loro masterclass e frequentare workshop di danza, ma ha portato con sé la certezza di aver avuto a che fare con un’arte intellettuale, dibattuta, posseduta, persa e cercata sempre a metà strada tra corpo e mente.

Con la sua partecipazione al progetto L’Italia dei Visionari, Sosta Palmizi apre le porte dei retroscena e dà avvio ad un percorso di educazione alla visione, ricordando ai selezionatori che in uno spettacolo di danza pur non dimenticando storia e tradizione, ciò che si apprezza è la ricerca di tensione sempre rinnovata, l’eleganza del gesto consapevole e quella spinta verso il continuo mutamento che gli spettacoli proposti nelle varie stagioni hanno promosso.

Bisognava trovare un metodo efficace e sicuro che potesse lasciare in secondo piano il mi piace/non mi piace e cominciare a dire il perché. Per realizzare al meglio il compito assegnato allora, i selezionatori visionari hanno fatto riferimento agli spettacoli nella rassegna 2017-2018 e alla lezione che se ne poteva trarre.

Potevano dunque affidarsi ad una linea guida essenziale: la danza è ricerca di corpi in bilico, vissuti e mossi da una scomposizione del movimento sempre tesa ad accentuare l’altalenare emotivo tra brio e declino.

Femminilità che alludono al maschile e viceversa, corpi che danzano e vivono lo spazio e spettacoli che si presentano come riflessioni sull’attualità della condizione umana, sulla trasformazione, ibridazione, sui limiti del nostro sviluppo e sulla perdita del nostro contatto con il respiro e il piano d’appoggio.

Spettacoli di punta della stagione che hanno riempito lo sguardo come Taikokiat Shindo ideato e coreografato da Masako Matsushita in collaborazione con Mugen YahiroR.OSA 10 esercizi per nuovi virtuosismi con la coreografia e regia di Silvia Gribaudi e finalista Premio UBU 2017, diventano veri e propri punti di riferimento per tentare di trarre i criteri di selezione e con essi provare  a definire cos’è il teatro danza, per cosa differisce dalla danza e fino a che punto il lavoro dell’attore su se stesso non lo sia.

Avere numi tutelari diventava essenziale. Il primo spettacolo assicurava dunque che la danza è un’arte multidisciplinare che sa coniugare tradizione giapponese, taiko e musica elettronica. Il mondo governato dagli spiriti che rappresentano l’energia degli elementi naturali, resi grazie alla tradizione popolare giapponese, presenta due corpi in grado di risvegliare la spiritualità dell’essere umano, intrisa di potenza e di bellezza e ciò ha permesso ai visionari di focalizzare l’obiettivo sulla lettura e nuova interpretazione di termini complessi come tradizione.

Il secondo spettacolo oltre a chiudere la stagione ha pungolato il pubblico in modo chiaro e forte. Un’unica performer in scena e un ideale taccuino di esercizi da condividere col pubblico. R.OSA ci ha assicurato che la danza è intrisa di vita e che dunque è libera di ironizzare sul concetto di prestazione e di successo.

Al ruolo di selezionatori, il gruppo abbinava dunque la redazione di alcuni criteri, condivisi, pronti alla negoziazione e desiderosi di mettere subito in pratica. Si realizza intanto che un pubblico che riflette è quello che si lascia trasportare dallo stimolo iniziale dato dallo spettacolo. Tenuto conto che ogni spettacolo si porta con sé sistemi valoriali diversi, il compito iniziale è quello di dare ascolto alle molteplici direzioni della curiosità.
Si visionano così 16 titoli dai quali selezionare sei spettacoli da condividere con gli altri piccoli gruppi. E poi si visionano gli spettacoli selezionati dagli altri gruppi e se ne fa un’altra scrematura.

Il compito a volte è facile: gli spettacoli sono interessanti, a volte piacevoli ma spesso pretenziosi: molta teoria e poca attenzione al pubblico.
Cerchiamo allora di fare attenzione alla qualità del gesto. Alla coscienza del danzatore del suo essere nello spazio, sia nella sua dimensione singola che nella relazione con gli altri danzatori. Molti infatti, pur essendo assai articolati mancano di finalità: i quadri sono convincenti ma i raccordi sono immaturi. Si alternano secondo giustapposizioni più che per coerente sviluppo del movimento.

Del visivo della scena, abbiamo cercato ciò che restituisce una motivazione ulteriore allo spettacolo, le installazioni in scena e il ruolo svolto nella danza dei corpi. Abbiamo tenuto conto, però, del fatto che a volte l’uso di questi oggetti era eccessivamente ripetitiva, con alcuni passaggi troppo lunghi. Un colpo basso all’attenzione del visionario!

Relativamente alla presenza del danzatore, si poteva cercare una capacità complessa, assimilabile ad una sorta di trasparenza del movimento, da cercare nella leggibile ed estesa chiarezza di senso che vuole comunicare quel corpo che irrompe o si presenta con delicatezza sul palco. E questa qualità pur non avendola trovata sempre, quando si manifestava era in grado di suscitare grande attenzione. Lo capivi perché vedevi che il divano non era più il luogo dove il tuo gruppo sprofondava serio e impegnato ma pur sempre in procinto di astrarsi e perché proprio in quell’istante di assoluta presenza del danzatore, le mani sempre impegnate del tuo gruppo a spiluzzicare patatine o porzioni di riso freddo ora tengono ancora a mezz’aria lo spuntino d’accompagnamento, improvvisamente diventato poco interessante!

Circa l’aspetto formale della danza, definibile post-classica nel movimento, negli allunghi degli arti, nella sensualità dei busti, nel modo di viversi lo spazio, si stima l’aria respirata dai corpi e come comunicano quelle emozioni in ogni porzione di corpo illuminato.

A volte, lo spettacolo ha imposto di considerare con molta attenzione il solo impianto scenico, in ragione della presenza nei set di elementi più o meno invasivi, disturbanti e in qualche caso responsabili dell’intero spettacolo dove a mancare era proprio la danza. Grandi invenzioni e immense trovate sceniche si sostituiscono al movimento del danzatore che a volte ha proprio evitato di portare avanti la danza.

Un posto importante è stato dato dal sonoro sia in termini di musica di scena atta solo a fare da accompagnamento, sia a quella che determina il senso della performance. Analizzare dunque tutto il suono, anche quello voluto dai danzatori e quello che in molti casi non è stato gestito in modo da renderlo fruibile. Le musiche pop anni Cinquanta, anche se orecchiabili non sempre sono in grado di dare spessore allo spettacolo o di rievocare un periodo storico preciso.

Grande importanza è stata assegnata a ciò che racconta il contatto fisico, l’incontro tra i sessi e la ricerca dell’amore, del rapporto familiare e del corollario di ansietà, desideri e dubbi da narrare. Anche perché i rapporti familiari, le questioni relative alla violenza sulle donne o verso l’equilibrio ambientale sono stati temi assai frequenti ma come sempre succede quando ci sia abbandona alla teoria non sempre sono stati in grado di ottenere l’effetto desiderato. Infine si è cercato nella lettura della loro sinossi, la coerenza con quanto visto.

Questa specie di vademecum ha imposto di rispondere ad alcuni importanti quesiti già posti dagli spettacoli della rassegna Invito di Sosta: quanta importanza può essere delegata alla trasmissione e fusione di culture e tradizioni? E poi, strettamente collegato a questo, la domanda forse più importante, quella che chiede al pubblico di accorgersi di cosa vediamo. Nel buio della sala, cosa ci aspettiamo da uno spettacolo, quanti pregiudizi e limiti mentali poniamo ad un corpo che si ribella alla gravità e in maniera poetica e delicata arriva alla leggerezza più immateriale? Quante ibridazioni e trasformazioni siamo disposti ad accettare?

Il tentativo di rispondere è in questa raccolta di criteri che sembrano validi non solo per la danza. Parola di visionaria!

Matilde Puleo

Matilde Puleo

Matilde Puleo è storica e critica d’arte, curatrice, organizzatrice di eventi culturali e docente. Ha collaborato con riviste di settore e scrive regolarmente di arti visive e cultura. Collaboratrice di alcune gallerie private e istituzioni museali, nel 2006 ha istituito un’associazione culturale (www.megamega.it) per la quale ha curato la direzione artistica promuovendo progetti d’arte in spazi pubblici. Dal 2008 al 2014 è Indipendent Curator con “Mushroom – germinazioni d’arte contemporanea”; “Marker- evidenziare artisti emergenti” (edizione 2009); “Contrasted-opposti itinerari” (2010) e PP-percorsi personali (2011), progetti sostenuti da TRART (Regione Toscana), per uno spazio espositivo del Comune di Arezzo, nel quale ha promosso l’attività formativo-espositiva dei giovani artisti del territorio. Ha scritto numerosi testi per libri e cataloghi ed ha collaborato con l’Università degli studi di Siena, per l’insegnamento di storia dell’arte contemporanea. Dal 2002 è giornalista per la rivista cartacea Espoarte e collaboratrice free-lance per alcune riviste on-line. Dal 2011 al 2014 ha organizzato progetti speciali (patrocinati dalla Regione Toscana), finalizzati alla realizzazione di workshop, mostre ed eventi dal vivo, performance e ricerca video. E' stata ed è divulgatrice anche attraverso seminari, workshop e conversazioni. Attualmente cerca di mantenere un orizzonte ampio di scrittrice, studiosa e autrice di progetti nei quali intrecciare filosofia, illustrazione, danza, teatro e formazione. La tendenza è quella di portare avanti l’approfondimento e l’articolazione del pensiero come fari con i quali sviluppare la necessaria capacità d’osservazione e di lettura del mondo.

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