Celeste – appunti per Natura #2. Le variazioni minime del gesto. Intervista con Raffaella Giordano

Lo spettacolo Celeste ha come fonte d’ispirazione L’Estate della Collina di J. A. Baker, conosciuto per una prosa tersa, fatta di minime variazioni. In che modo ti sei lasciata ispirare, hai anche tu cercato variazioni minime?

Sicuramente le variazioni sono state minime perché sono partita da pochissimi elementi corporei. Fraseggi molto brevi con minime variazioni. Naturalmente è sempre molto difficile parlare della genesi di uno spettacolo, perché mi accorgo che non è mai dato da una cosa sola. Questo libro è stato uno degli inizi, diciamo quello più raccontabile. Di questo libro, ciò che mi ha colpito è stato la drammaturgia dello spazio nel descrivere semplicemente la natura. Questo spazio ha confluito nel mio gesto e dunque c’è stato un travaso che poi mi ha portato a lavorare più autonomamente.

Il meraviglioso affresco della natura ottenuto dallo scrittore inglese attraverso il linguaggio della parola mi ha permesso di toccare lo slargo infinito delle forme della natura e di vedere questa convivenza di piani. Dimensioni più vicine e più lontane date nel medesimo giro di parole.  Questo incredibile abbraccio fra opposti ottenuto con le parole diventava per me una visione. Da qui sono nati dodici gesti prendendo anche casualmente delle frasi e poi il travaso è passato dentro di me ed è stato rilassante.

Mi sono detta, ecco non c’è niente da narrare, niente da raccontare se non un meraviglioso gioco delle forme. Questo rispondeva al grande desiderio di far diventare il mio corpo soltanto un tramite per questa che per me è una celebrazione della vita e della danza. Vedevo il gesto carpire facilmente un’infinità di piani di lettura. Sperimentavo ancora una volta che il corpo è il grande contenitore di forma e contenuto.

Mi convincevo che il linguaggio del corpo per me non ha mai descritto nient’altro che quello che sta agendo, dove però entrano tante altre dimensioni. Ciò che m’interessava dello scrittore era questo suo togliersi di mezzo e il lasciar fruttare la lingua in totale autonomia.

immagine per Raffaella Giordano
Raffaella Giordano

Cos’è la natura? Un’evocazione del primitivo, una danza sacrificale, la glorificazione di un concetto che abbiamo perso oppure il racconto del mistero della vita. Cos’è per te?

Io porto in scena un’idea di natura che non distingue e che non è data da un’unica definizione ma in maniera fluida mi racconta e racconta anche di noi tutti. Una colonna sonora che lavora su più piani con delle meditazioni di un pianoforte molto armonico e poi un brusìo che evoca il chiacchiericcio della coscienza.

Quando uno è dentro l’atto è come se i contorni si dissolvessero, la forma è fondamentale ma allo stesso tempo c’è uno slargamento dei confini di questa forma in una densità molto particolare. Si ha a che fare con coordinate di spazio e di tempo che non sono più quelle abituali.

Ecco, dentro questa dimensione, posso dire che Celeste per me è una celebrazione della vita e delle connessioni plurime e complesse che la compongono. Il cosmo è un organismo complesso e i piani di questa connessione sono infiniti. È complesso ma è in grado di non perdere le connessioni con misure smisurate come l’altrove. Parola vasta quest’ultima, intesa come uno spazio infinito che a sua volta è ricco di presenze.

Insomma, non è solo questo corpo che si muove nello spazio ma è la danza di tutti valori ai quali questo corpo ha creduto. E questa secondo me è “Natura”.  Non esiste niente di separato. Perfino il titolo fa riferimento alla volta celeste perché questo è un lavoro di specchi. Ecco perché mi sarebbe piaciuto non avere volto.

Noi vediamo il volto in un certo posto ben determinato del corpo e invece io avevo il desiderio di capovolgere la riconoscibilità delle parti del corpo. Volevo – in questo desiderio interiore – essere un tramite mobile della vita. Poi, certo sono anche una donna che sta raccontando evidentemente anche delle parti di sé che si sono infiliate nella scrittura del gesto. Ma anche questo, se ci pensi, è di nuovo “Natura”. E natura è questo respiro, il soffio, il vento, il venticello, la pulsazione e il battito di un movimento che non so più distinguere. È questo essere attraversata dal soffio e cercare che il soffio fluisca liberamente dentro l’esposizione in scena delle forme totalmente attraversate.  Forme in trasformazione continua.

Infatti per tutta la durata di questo assolo io non mi fermo mai.  Il gesto è come un ruscello. Lo vivo come un’acqua che scorre; che trova un intoppo, crea una pozza ma poi scopre una corrente più forte e poi si calma per un attimo fino a quando non cade una foglia che lo riattiva di nuovo. Proprio nella manifestazione del movimento io sento la natura che vibra più che nella descrizione degli enti.

Il tuo lavoro è sempre stato definito crudo e innocente. In questo caso invece si attua un’esplorazione simbolica dei cicli della natura e dunque anche di ciò che esula dalla nostra idea di naturale bucolico. Ce ne puoi parlare?

In questo spettacolo non ci sono buoni o cattivi: questo spettacolo è superpartes. C’è la vita che scorre e subito dopo la morte che si manifesta senza soluzione di continuità come un fatto naturale e dunque non tragico. Un continuo costruire e decostruire spazi. È come se stessi viaggiando in questa natura. La creo, la disfo e al tempo stesso mi accorgo che è il corpo stesso. Non è una descrizione allora come quella di Baker, ma in qualche modo un gioco con le dimensioni, celebrando la vitalità di questa entità viva attraverso il linguaggio del corpo.

La cosa più simile all’idea di natura è il processo che ho utilizzato per costruire lo spettacolo; cioè da pochissimi elementi il rigoglio e le forme si sono generate. Questa cosa mi ha meravigliato e allo stesso tempo mi ha fatto dire che era proprio così, anche scientificamente parlando le molecole, le forme elementari sono poche e date da pochissimi elementi. Questo slargarsi nello spazio a partire da una nascita è la mia idea di “Natura”.

È come una nascita continua e questo è organico e naturale. Cioè funziona esattamente così. Io penso che tutto sia specchio di tutto, dunque penso che anche noi siamo costituiti da questi elementari. Noi e il nostro corpo, in ragione del fatto di avere natura umana.

Modi e blocchi contrastanti prima uniti e poi separati tra di loro; sovrapposti e avvicinati come in un mosaico, radicate con direzionalità che si accumulano in un crescendo. Queste rigorose linee della Natura ti hanno chiesto scrupolo e precisione. Credi che ci sia bisogno di tornare a parlare di rigore?

Per me gli spettacoli sono sempre come delle grandi reti che accalappiano il mondo in un loro proprio modo.  Convocano determinate forme e dietro ci sta il lavoro sul corpo che si è applicato in una determinata direzioni.

La danza ha bisogno di rigore e di grandi genuflessioni. Di cura. Perché l’attenzione è rigore e questo significa che quella parte di ego che potrebbe sovrastare è tenuto a bada dal rigore. Il rigore mi tiene al riparo dalla compiacenza e questo lo trovo importante.

Il rigore mi dice che c’è uno spazio di fedeltà a qualcosa che si origina, che vuole essere ascoltata fino in fondo. Rigore significa rispettare e cercare di non soffocare con nessun tipo di compiacenza. È in questo senso che non posso sapere quello che voi vedete perché non lo governo e non lo voglio comandare. Anche lì c’è un gesto che so di amare quando sono spettatrice. La forma quando tu la lavori chiede molto rigore, una esattitudine che mi fa sapere che devo essere rigorosa nell’ubbidienza a questa forma. Ubbidiente ma allo stesso tempo al timone per attraversarla il più possibile con il soffio che ha tutta un’altra temperatura.

Questi significati umanizzano e naturalizzano il rigore togliendogli quei significati costrittivi, ideologicamente limitanti.

In scena, mi sembra che domini il senso della vista perennemente stimolato dal gesto. Perché questa scelta?

Avevo il desiderio di essere tramite e che non tutto passasse dalla vista. Non a caso io utilizzo lo sguardo in maniera molto liquida soprattutto rispetto alla quarta parete: il mio volto non si posa sulle cose.

Volevo che il mio e l’occhio dell’osservatore fossero in continua penetrazione e accoglienza di quello che c’è e dello spazio.

Il mio sguardo c’è ma è innestato in una globalità. È come se l’occhio diventasse tutto il corpo. È un occhio percettivo.

In che misura Celeste rappresenta per te un possibile sviluppo della tua storia di danzatrice?

Celeste è un dono che mi sono fatta. Lo vivo come una riconciliazione. Una conciliazione. Uno spazio di conciliazione nei confronti del movimento. Mi ha permesso di partire da questo spazio di semplicità, da una pulizia di fondo continua, di grande remissione.

Mi sono lasciata scorrere in maniera semplice in un abbraccio nei miei confronti e con la danza. In questo Celeste sento di portare una leggerezza nuova. Una vibrazione sottile che ha bisogno di pulizia. Sento il bisogno di risentire l’organismo, rilegare il corpo e poi accogliere i vizi e le impennate dell’ego, del devo o del voglio e le fragilità.

Imparare ad acquietare e rimettersi nella prospettiva della leggera naturalezza, affidarmi e convocare anche molta presenza. E questa è la vera conquista!

Raffaella Giordano svolge da una trentina di anni una costante attività di formazione in Italia, insegnando in importanti scuole in Germania e Francia. Dal 2009 al 2012 è ideatrice e direttrice artistica di “Scritture per la danza contemporanea” corso biennale per lo sviluppo e la sensibilizzazione delle arti corporee. Nel 1999 riceve per la seconda volta il Premio della critica Danza&Danza, quale migliore coreografa/interprete della nuova danza italiana con lo spettacolo La Notte trasfigurata – Il Canto della Colomba su musiche di A. Schoenberg. Nel 2000 le viene attribuito il Premio speciale UBU «per aver gettato col suo Quore per un lavoro in divenire, uno sguardo critico sulla realtà e più in generale per il coraggio e l’intensità delle scelte coreografiche da lei operate nel suo teatro-danza aldilà della danza.» Nel 2018 riceve il premio NuovoIMAIE come attrice rivelazione per il film “L’intrusa” regia di Leonardo di Costanzo, nell’ambito del Bif&st 2018 – sezione opere prime e seconde Bari International Film Festival, «per una interpretazione elegante, intensa e misurata, capace di esprimere una profonda pietas senza nascondersi la durezza della realtà come avviene nella vita.»

Matilde Puleo

Matilde Puleo

Matilde Puleo è storica e critica d’arte, curatrice, organizzatrice di eventi culturali e docente. Ha collaborato con riviste di settore e scrive regolarmente di arti visive e cultura. Collaboratrice di alcune gallerie private e istituzioni museali, nel 2006 ha istituito un’associazione culturale (www.megamega.it) per la quale ha curato la direzione artistica promuovendo progetti d’arte in spazi pubblici. Dal 2008 al 2014 è Indipendent Curator con “Mushroom – germinazioni d’arte contemporanea”; “Marker- evidenziare artisti emergenti” (edizione 2009); “Contrasted-opposti itinerari” (2010) e PP-percorsi personali (2011), progetti sostenuti da TRART (Regione Toscana), per uno spazio espositivo del Comune di Arezzo, nel quale ha promosso l’attività formativo-espositiva dei giovani artisti del territorio. Ha scritto numerosi testi per libri e cataloghi ed ha collaborato con l’Università degli studi di Siena, per l’insegnamento di storia dell’arte contemporanea. Dal 2002 è giornalista per la rivista cartacea Espoarte e collaboratrice free-lance per alcune riviste on-line. Dal 2011 al 2014 ha organizzato progetti speciali (patrocinati dalla Regione Toscana), finalizzati alla realizzazione di workshop, mostre ed eventi dal vivo, performance e ricerca video. E' stata ed è divulgatrice anche attraverso seminari, workshop e conversazioni. Attualmente cerca di mantenere un orizzonte ampio di scrittrice, studiosa e autrice di progetti nei quali intrecciare filosofia, illustrazione, danza, teatro e formazione. La tendenza è quella di portare avanti l’approfondimento e l’articolazione del pensiero come fari con i quali sviluppare la necessaria capacità d’osservazione e di lettura del mondo.

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