Sono le relazioni a tessere la tela delle opere di Enrico Vezzi, per questa sua mostra personale ancora in corso fino a fine mese alla Tenuta dello Scompiglio (Vorno, Capannori, LU).
Certo, l’approccio visivo è anch’esso importante, e lo sguardo che si perde in questo pavimento di oggetti ha difficoltà, al principio, a capire dove andare a parare. Ma nel silenzio che occorre avere per vedere questa mostra, assieme alla concentrazione, nel silenzio, dicevamo, ritroviamo gli elementi necessari alla comprensione di ogni, o quasi, singolo oggetto, elemento che vediamo, che troviamo con la nostra camminata fatta di sguardi.
Occhi vigili ed attenti si soffermano su ogni cosa, e ciò che vediamo sono tutte cose che l’artista aveva nel suo studio. Un accumulatore seriale potremmo definirlo, tanta e tale è la presenza di oggetti.
L’Ordine immaginario è il titolo della mostra, perché se è vero che esiste un ordine, è anche altrettanto vero che quest’ordine può essere improvvisamente sconvolto, per creare una nuova possibilità di cambiamento, di dialogo, di interazione.
Tutto sembra collocato in maniera precisa e definita, ma invece è nella ricerca di convivenza, coatta forzata o invece auspicata, che muove i passi Vezzi. Non aggiunge nulla di ciò che non sia già stato creato, la sua natura naturans non cerca nello spettatore una forma di compiacimento, piuttosto tende allo spettatore in modo tale che l’approfondimento divenga l’elemento fondante.
Una costellazione di oggetti che ci raccontano la natura, il suo rapporto con la realtà circostante, il rapporto dell’uomo con la natura, attraverso oggetti che, come detto, fanno tutti parte della vita dell’artista, spesso elementi che nella sua biografia sono stati importanti, o quantomeno significativi, e che posti in questa pavimentazione talmente colorata da infastidire quasi l’occhio, sono lì ad attendere, volendo, anche di essere spostati.
Nulla, infatti, è definitivo. L’installazione di Vezzi non è semplice da comprendere, la prima lettura estetica la rende più appetibile ad un occhio meno attento, ma è quando si contempla con maggiore attenzione e si cerca un filo logico che il processo di condivisione con lo spettatore si fa interessante e potente, perché è lì che avviene la reale contaminazione tra artista opera e spettatore.
Spettatore che diviene fulcro anche nell’opera di Cecilia Bertoni, dal titolo Danze Vuote, dove quattro pannelli sospesi nell’oscurità danno vita ad un poema visivo. La stanza è buia, la sensazione di scollamento dalla realtà è tale che si barcolla, tra immaterialità e incarnazione.
Info mostre
- L’ordine immaginario, installazione di Enrico Vezzi, a cura di Angel Moya Garcia, fino al 26 febbraio 2023
- Danze vuote, installazione di Cecilia Bertoni a cura di Angel Moya Garcia, fino al 30 aprile 2023
- Tenuta Dello Scompiglio – via di Vorno 67 – Vorno (LU)
Da alcuni anni lavora anche come Social Media Curator.
























