Manifesto di Julian Rosefeldt rimodula arte e ideologia dei Manifesti del XX secolo. In chiave contemporanea

Manifesto di Julian Rosefeldt (Monaco di Baviera, 1965) non è una semplice mostra, è qualcosa di più. È un coro di voci, una storia che ne comprende tante, un evento coinvolgente.
L’opera, commissionata nel 2015, può essere vista come un unico film, o come nel caso di Palazzo delle Esposizioni, a Roma, come una videoinstallazione in tredici schermi.

Tredici brevi film di 12 minuti ciascuno, più o meno, tredici ritratti di  istanti di vite umane, che vengono raccontati attraverso uno sfasamento temporale rispetto alle espressioni ed alle frasi che vengono dette.

Ma andiamo per ordine, perché la mostra è complessa nella sua eccezionalità.

Dicevamo, appunto, di tanti schermi; si entra infatti in una sala completamente al buio, dove la luce arriva solo da questi maxi schermi da cui esce, in maniera determinata ed inequivocabile, sempre il volto di una attrice straordinaria, Cate Blanchett, che si è prestata gratuitamente per lavorare alla realizzazione di questo lavoro, dedicandosi per dieci giorni a Rosefeldt.

L’attrice interpreta in maniera sorprendente, tredici persone diverse, grazie alla incredibile sua capacità camaleontica, persone che a loro volta non sono altro che espressioni dei manifesti artistici redatti nei secoli scorso.

immagine per Julian Rosefeldt
Julian Rosefeldt, Manifesto, 2015 | © Julian Rosefeldt and VG Bild-Kunst, Bonn 2018

Già, perché l’artista, attraverso movimenti, brevi soluzioni narrative, accoglie e rimodula i vari manifesti artistici che sono patrimonio della nostra cultura, e nei quali troviamo i capisaldi dell’arte contemporanea.

Ci sono dunque due tipi di letture, una che segue la narrazione visiva, l’altra che dovrebbe seguire quella della voce, delle parole, più complessa per noi poiché in inglese.

In realtà invece, probabilmente, la non comprensione totale del testo, ci aiuta ad entrare in maggiore empatia con il racconto, che diventa per certi versi anche secondario, tanto che la mostra assume importanza soprattutto nel momento in cui ci si sposta da un monitor all’altro, accarezzando con gli occhi le varie immagini che costruiscono un filo narrativo complesso ma univoco, e che sfocia nel capolavoro quando tutti  e tredici i monitor confluiscono in una unica nenia, che inevitabilmente ci fa tornare alla memoria la bellezza del coro nel teatro greco antico.

Tante voci che esprimono diversi concetti,  ma che sottendono ad una linea armoniosa comune, che ti fa venire voglia di muoverti da un monitor all’altro, per seguire non solo la nenia stessa ma anche i volti della Blanchett.

La mostra certamente non è semplicissima, e comprende un tempo di almeno due ore per poterla vedere a pieno, ma il tempo, appunto, in quella grande sala, scorre veloce, grazie anche alle doti di una attrice che davvero si cala perfettamente in ogni espressione richiestale.

I manifesti, infine, sono quelli che i più  conoscono, stralci da quello di Marinetti sul Futurismo, di Kandinsky e Marc sul Cavaliere Azzurro, di Fontana sullo Spazialismo, e così via. Ma per i testi, c’è una brochure con cui, volendo, si può seguire la narrazione, sempre se si è in grado di fare una traduzione simultanea veloce.

Informazioni utili:

Sabrina Vedovotto

Sabrina Vedovotto

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