Una scatola nella scatola. Alla stessa stregua di quelle cinesi, Francesco Arena (Torre Santa Susanna – BR, 1978; attualmente vive Cassano delle Murge – BA) costruisce la sua notevole installazione ambientale immersiva nel grande ovale della Fondazione Nicola del Roscio.
Un contenitore al cui interno distribuisce alcune delle sue ossessioni. Un contenitore per il quale mantiene fisse solo le misure orizzontali, mentre quelle verticali variano in base all’altezza del soffitto dello spazio che lo ospita.
Francesco Arena, Il fulmine governa ogni cosa, Ph. Sebastiano Luciano, Courtesy Fondazione Nicola Del Roscio
Francesco Arena, Il fulmine governa ogni cosa, Ph. Sebastiano Luciano, Courtesy Fondazione Nicola Del Roscio
Francesco Arena, Il fulmine governa ogni cosa, Ph. Sebastiano Luciano, Courtesy Fondazione Nicola Del Roscio
Francesco Arena, Il fulmine governa ogni cosa, Ph. Sebastiano Luciano, Courtesy Fondazione Nicola Del Roscio
Francesco Arena, Il fulmine governa ogni cosa, Ph. Sebastiano Luciano, Courtesy Fondazione Nicola Del Roscio
Francesco Arena, Il fulmine governa ogni cosa, Ph. Sebastiano Luciano, Courtesy Fondazione Nicola Del Roscio
Francesco Arena, Il fulmine governa ogni cosa, Ph. Sebastiano Luciano, Courtesy Fondazione Nicola Del Roscio
Francesco Arena, Il fulmine governa ogni cosa, Ph. Sebastiano Luciano, Courtesy Fondazione Nicola Del Roscio
Francesco Arena, Il fulmine governa ogni cosa, Ph. Sebastiano Luciano, Courtesy Fondazione Nicola Del Roscio
Francesco Arena, Il fulmine governa ogni cosa, Ph. Sebastiano Luciano, Courtesy Fondazione Nicola Del Roscio
Un involucro che racconta diverse storie e che, all’istante, traccia anche un profilo dell’artista stesso, una sorta di ritratto, perché tutte le opere create da Francesco Arena hanno sempre un riferimento personale, come una forma di indagine di sé.
Storia, nel significato più ampio del termine, e numeri stanno sempre alla base di ogni suo lavoro: intorno ad essi costruisce sculture, installazioni, performance. O meglio, sulla loro parossistica sintesi, privandoli di ogni inutile orpello, fino ad arrivare quasi a quell’equazione fisica della teoria della relatività tra massa e energia, ad indicare che in una piccolissima quantità di materia si nasconde una enorme quantità di energia.
Ma, oltre ad includere sempre la Storia e i numeri, tutte le volte Francesco Arena aggiunge altri due elementi, anch’essi altrettanto fondamentali: il processo e la materia. Che, seppure conferiscano all’opera una sembianza criptica e chiusa, collegando tutti gli indizi che l’artista dissemina, il risultato è quello di trovarsi ogni volta di fronte a qualcosa di profondamente nuovo e di innegabilmente intimo. Come in questo caso.
Con morbide e enormi soprascarpe, si entra nella mente immaginifica di Francesco Arena. La medesima scatola è essa stessa il trasferimento visibile delle passioni che lo animano. Perché è esattamente la trasposizione della nota hütte del filosofo tedesco Martin Heidegger a Todtnauberg, nella Foresta Nera.
Impossibile da visitare, costruita nel 1922 per il filosofo, per volere della moglie Elfride, Heidegger trascorreva in questa baita molto del suo tempo libero dagli impegni accademici; rappresentava il simbolo per riflettere sul concetto di sradicamento e, perché lo stesso abitare è “prendersi cura”.
Non a caso, proprio qui, tenne diverse conferenze agli architetti che furono chiamati a ricostruire le città distrutte nel corso del secondo conflitto mondiale.
Sull’architrave della porta di ingresso della hütte è riportata la famosa citazione di Eraclito, Il fulmine governa ogni cosa.
Da qui il titolo della mostra: Il fulmine governa ogni cosa. Perché, quest’improvviso fenomeno rende di colpo visibile ogni cosa, dagli antichi era interpretato come un mezzo con cui gli dèi comunicavano con gli uomini. Tanto che nel luogo in cui cadeva, seguendo il fulgur conditum, veniva seppellito tutto quello che aveva colpito e il posto stesso trasformato in un sacrario.
Riproducendo fedelmente le misure (6×7) nonché la suddivisione interna degli spazi della hütte, Francesco Arena costruisce un ambiente immersivo dentro il quale distribuisce, nei diversi vani, le opere realizzate per questa mostra, ognuna delle quali rimanda all’idea di supporto e simbolicamente trattano differenti vicende umane.
Su di un pavimento costruito con 210 assi di cera industriale rossa che, in maniera seriale, riproducono fedelmente delle tavole di legno, con i loro nodi e venature.
Pavimento, 2023 Cera, legno, cartongesso; cm 600x700x3 Una struttura in cartongesso, di metri 6 per 7, è la riproduzione in scala 1:1 della pianta della hutte che Martin Heidegger si fece costruire nei pressi di Todtnauberg nella Foresta Nera in Germania. In questa capanna Heidegger era solito ritirarsi con sua moglie per studiare e scrivere a contatto con la natura del luogo, la hutte è famosa anche perché è stato luogo di incontro tra Heiddeger e numerose personalità dell’epoca, famoso resterà l’incontro del 26 luglio 1967 tra il filosofo e il poeta Paul Celan. L’opera riproduce solo le dimensioni e la sistemazione degli spazi interni della hutte originale, non sono riportate le finestre e neanche il tetto della capanna, l’altezza delle pareti della scultura corrisponde all’altezza tra il pavimento e il soffitto dello spazio che accoglie l’opera. Per accedere all’interno della scultura c’è un gradino alto 15 centimetri, l’esterno della scultura e le pareti interne sono dipinte di un colore quanto più simile possibile a quelli delle pareti dello spazio, il pavimento della scultura è composto da una riproduzione in cera da fonderia rossa di un asse di legno lunga 100 centimetri e larga 20, l’asse è sempre la stessa ripetuta identica per 210 volte, tanto quanto occorre per ricoprire il pavimento interno della scultura.
Asse, 2023 Cera; cm 100x20x4 La riproduzione in cera rossa da fusione di un asse di legno lunga 100 centimetri e larga 20 reca incisa la frase DER BLITZ STEUERT ALLES (Il fulmine governa ogni cosa) un aforisma di Eraclito che Heidegger scelse come “incipit” per la sua hutte facendolo scolpire sull’architrave all’ingresso della sua baita a Todnauberg nella Foresta Nera
Nel “soggiorno” è collocata Sedia in bronzo, nella cui spalliera, ogni giorno, è collocato un quotidiano, affinché l’opera non sia mai la stessa del giorno prima.
Riproduce in scala 1:1 quella utilizzata nel corso di tutta la sua vita dal grande pianista Glenn Gould realizzata appositamente dal padre del musicista affinché si adattasse perfettamente alle esigenze fisiche e musicali del figlio.
Disteso a terra, nella “cucina”, c’è Cartello, che è la semplice riproduzione in bronzo di uno dei cartelli abitualmente usati nel corso delle manifestazioni.
Pronto per essere usato oppure già usato, sottintende una moltitudine che solo unita può far ascoltare la propria voce.
Cassetta è, invece, collocata nello “studio”: una trasposizione tridimensionale della cassetta in legno nel quadro La Mort de Marat dipinto da Jacques-Louis David nel 1793, che “l’amico del popolo” usava come scrittoio mentre era immerso nella vasca da bagno per alleviare i fastidi della dermatite di cui soffriva.
Un parallelepipedo che, nell’economia del quadro, ha un rilievo quanto lo stesso rivoluzionario francese.
Sedia, 2023
Bronzo, giornale;cm 50x60x90
L’opera è la riproduzione in bronzo patinato nero in scala 1:1 della sedia che il pianista canadese di Toronto Glenn Gould (1932-1982) ha utilizzato per tutte le sue esibizioni, la sedia in questione è molto particolare, è bassa, fu realizzata dal padre di Gould ed apparentemente del tutto inadatta al suo scopo. La sedia originale è conservata presso The National Art Center di Ottawa. Nella spalliera della sedia, in alto è infilato un quotidiano arrotolato, il giornale va sostituito ogni giorno con quello del giorno in corso in modo che la scultura sia ogni giorno diversa da come era il giorno prima.
Cartello, 2023 Bronzo, candela; cm 73x180x3 Cartello è la rappresentazione di un cartello da manifestazione, uno di quelli che solitamente sono composti da un cartello d forma quadrata o rettangolare attaccato a un’asta così che si possa tenerlo con le mani e sollevarlo in alto. Questo cartello non ha una derivazione specifica, è uno dei tanti, potrebbe venire da una foto di uno sciopero degli anni 20 del secolo passato così come essere uno dei cartelli che utilizzano gli adolescenti di oggi nelle loro manifestazioni per la tutela dell’ambiente. Sul cartello non c’è scritto nulla, è poggiato a terra, dove dovrebbe esserci la frase per la quale è stato costruito e di cui sarebbe supporto c’è una candela accesa che spande la sua cera sulla superficie del cartello.
Cassetta, 2023 Bronzo; cm 45x31x63 Cassetta è la realizzazione tridimensionale della cassetta di legno centro focale del dipinto La Mort de Marat di Jaques-Louis David del 1793, nel dipinto questo parallelepipedo di legno vecchio viene utilizzato dal Marat assassinato come supporto per i fogli e il calamaio che utilizzava per scrivere mentre era immerso nella vasca da bagno. Il dipinto di David è conservato presso Musées Royaux des Beaux-Arts de Belgique. La scultura in bronzo lucidato a specchio riflette tutto ciò che è intorno all’opera risucchiandolo all’interno di questa rendendola quasi invisibile.
Nella “camera da letto”, sospesa, vi è Cintura. Che, a vederla così, per dimensioni e circonferenza, sembra essere quella di Obelix.
È la rappresentazione della cintura che l’assistente di Cy Twombly usava per sorreggere l’artista, ormai non più giovane, mentre dipingeva le sue grandi tele. Un motore elettrico ruota la cintura e ciò consente di leggere, in modo continuativo, senza interruzione, la frase su di essa incisa: SOLITUDE IS MULTITUDE IS SOLITUDE IS … ma anche MULTITUDE IS SOLITUDE IS MULTITUDE …
Infine, sulla parete di fondo, una Maniglia senza porta, che periodicamente si muove, come a voler aprire, far breccia, e lasciare così entrare quello che è fuori e viceversa.
Maniglia, 2023
Bronzo, motori elettrici; dimensioni variabili
L’opera è la riproduzione di una delle maniglie disegnate dal filosofo Ludwig Wittgenstein per la casa che l’architetto Paul Engelmann costrui a Vienna alla fine degli anni 20 per Margaret Stonborough-Wittgenstein sorella del filosofo austriaco. La scultura maniglia è installata sulle due facce di una parete. Le due maniglie hanno un dispositivo interno che le fa ruotare come se dovessero aprire una porta.
Cintura, 2023 Bronzo, motore elettrico, cavi di acciaio; cm 87x87x13 L’opera consiste in una grossa cintura da uomo rifatta in bronzo patinato nero, la cintura è sovradimensionata in modo da poter contenere due persone al suo interno, l’opera è un omaggio a Cy Twombly, durante l’ultimo periodo della sua vita a volte Twombly si faceva mantenere dal suo assistente quando doveva dipingere le sue grandi tele in modo da essere più stabile, ho trovato questo aspetto così personale della vita dell’artista estremamente significativo, la perfetta rappresentazione della necessità di avere un sostegno da parte degli altri, l’impossibilità dell’essere totalmente sufficienti a sé anche nella creazione artistica apparentemente così personale. Sulla cintura, incisa, si rincorre la scritta SOLITUDE IS MULTITUDE IS SOLITUDE IS MULTITUDE in modo circolare e infinito. La scultura è sospesa all’altezza a cui solitamente si trova una cintura, l’opera ruota continuamente su sé stessa grazie a un motorino a soffitto, ogni tanto l’opera è performata da una persona che si posiziona all’interno della cinta che le ruota intorno come un satellite intorno al suo sole.
Ogni stanza con una diversa declinazione delle diverse accezioni dell’amore: quello genitoriale, quello sociale, quello dell’anima (attraverso l’arte).
Un’installazione che continuamente evoca, proprio per la sua assenza, la presenza umana ricordando quanto essa sia fondamentale per il sostentamento di ogni persona, perché ogni individuo, seppure sia un’isola, non è tuttavia mai totalmente autosufficiente e deve lanciare ponti verso gli altri, per costruire una società di piena cooperazione e umanitaria.
Info mostra Francesco Arena – Il fulmine governa ogni cosa
fino al 7 dicembre 2023
Roma, Fondazione Nicola del Roscio – via Francesco Crispi 18 – 00187
dal martedì al sabato – dalle ore 11.00 alle ore 18.00 (ultimo ingresso alle ore 17.30)
Daniela Trincia nasce e vive a Roma. Dopo gli studi in storia dell’arte medievale si lascia conquistare dall’arte contemporanea. Cura mostre e collabora con alcune gallerie d’arte. Scrive, online e offline, su delle riviste di arte contemporanea e, dal 2011, collabora con "art a part of cult(ure)". Ama raccontare le periferie romane in bianco e nero, preferibilmente in 35mm.
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