Esiste una Roma dei grandi scrittori romani, come Alberto Moravia ed Elsa Morante, nati nel cuore della città, ma esiste una Roma che a cavallo tra la Guerra e il secondo dopoguerra ha attratto a sé molti giovani talenti destinati a diventare grandi narratori e grandi poeti.
È questa la Roma che ha concepito il Novecento letterario: Bassani, Bertolucci, Betocchi, Gadda, Gatto, Pasolini, Sandro Penna, Amelia Rosselli e, tra questi, Giorgio Caproni.
È la Roma dei poeti della scuola di Portonaccio – così la chiamava Ungaretti per “quel rione che abitano in case colpite dalla guerra” – di Mafai e Antonietta Raphael, la stessa in cui la galleria La cometa nel 1938 aveva chiuso per motivi razziali. Una Roma amatissima e indimenticabile. Lui che amava definirsi genovese di Livorno, perché a Genova era arrivato quando aveva dieci anni. Nel 1939 lascia la casa dei genitori e si trasferisce a Roma, per insegnare alla scuola Giovanni Pascoli di Trastevere.

Con la moglie Rina avevano trovato casa in Lungotevere dei Mellini, una stanza ammobiliata. Tante città in una: quella che ruota intorno ai pittori della scuola romana di Mario Mafai, la Roma della ricostruzione dopo la guerra, le inchieste sulle borgate, la Roma del cinema e della Rai; occorre pensare che è la città dove Giorgio Caproni ha vissuto, scritto e lavorato per più di cinquant’anni.
A Roma trascorre la maggior parte dei suoi giorni, dal 1938 al 1990; a Roma scrive la maggior parte delle sue pagine in poesia e in prosa; a Roma stringe le amicizie più forti, entrando in contatto con esponenti di spicco dell’ambiente culturale e letterario; a Roma intreccia le collaborazioni professionali che lo impongono come una tra le figure eminenti della cultura italiana del ‘900.
Nel 1954 sarà in RAI nella Commissione preposta a giudicare i testi delle canzoni da presentare al Festival di Sanremo (giunto allora alla sua terza edizione); nel 1959, caldeggiato da Bertolucci, Il seme del piangere esce con Garzanti anziché con Mondadori, che pure lo voleva; nel 1962 Caproni succede a Giuseppe De Robertis come critico letterario de La Nazione; nel 1969 diventa consulente editoriale per Rizzoli; nel 1970 viene nominato Commendatore al merito della Repubblica e nel 1989 al posto di Leonardo Sciascia nella direzione di Nuovi Argomenti.
In una intervista a Ferdinando Camon afferma:
“in nessun altra città d’Italia e forse del mondo credo si possa godere la libertà che si gode a Roma”
Come dice Marco Onofrio nel libro Giorgio Caproni e Roma, tutto ci porta a credere che sia Genova la città motore della sua lirica, ma è Roma la città della presenza e dell’assenza e quindi della poesia nella sua forma più autentica. Roma ne farà uno spatriato e quindi poeta. Roma stimola il rimpianto sotto forma di assenza di Genova e Livorno.
Plaquettes pubblicata dall’Istituto grafico tiberino di Luigi De Luca nel 1941, nella prima edizione della raccolta i poesie Finzioni, la prima immagine di Roma:
“mi tornavano in cuore /I carmi della tua gloria/antica, Roma; e fra i marmi /E i sassi e fra l’ortica /[…] al decadere/Veloce d’ombra vane /Eran solo le voci/Nuove: queste parole/Nostre che l’aria libra /Labili, mentre /Ogni fibra /a/cose eterne intende /E non sente la resa/Di risa e sassaiole/Alla sera che scende.”
Roma gloria eterna e passato intramontabile avvolta in un fulgore di luce solare. Roma nella sua dimensione diurna, Caproni e un io lirico in una misura notturna. Era stato Libero Biagiaretti, narratore marchigiano ad introdurlo nella città: in via Gaeta era nata la collana Artisti d’oggi che aveva collaboratori come Sinisgalli, Argan, Libero de Libero.
Nella raccolta Cronistoria del 1943 è cantore di Roma, è questo il primo scatto di ufficialità. Sono le poesie che appartengono alla stagione rossa. Testimone delle sue prime passeggiate romane è la Rossa, la circolare che da Ponte Garibaldi girava ad anello tutta Roma: i ponti di Roma, le piazze, i tram, le biciclette, la Roma dei sassi, dell’aria, del vento e degli spazi che non troverebbero spazio nei nostri occhi se la luce non si posasse su di essi. La Roma dei mattoni cotti, è la Roma della luce, come in Saba poeti della città non del paesaggio tradizionale:
“un giorno un giorno ancora avrò il tuo aspetto/ così limpido ed alzato sui colori/ forti della città : un giorno netto/ e giusto – un giorno in cui dentro i rossori….”
“Roma mi abbaglió letteralmente negli ultimi anni trenta quando vi calai per la prima volta. Dico la Roma classica più che barocca” .
“(…) di solito nell’abbacinato paesaggio estivo di Roma una fanciulla è come un’acqua che sgorga dai sassi, un’ala indicibilmente fresca di brezza specie se si è sbracciata scollata e in sandali. Viene subito una grande voglia di sfiorare quelle braccia fresche e quel viso certi di trovare lei all’istante quel senso di refrigerio che sempre una fanciulla estiva effonde: un senso molto simile a quello di un marmo quando appoggiandogli una mano gelata dal sangue in bollore la superficie liscia fresca subito ne assorbe il fuoco con infinito sollievo.”
Ad un certo punto, dopo l’abbacinamento iniziale, scopre il plumbeo delle periferie e si interroga sulle ragioni storiche e sociali che sono alla base della nascita e crescita di certi quartieri. Nascono così delle indagini per il settimanale “Il Politecnico”, perlustra così tutti i dintorni delle case dell’Incis.
Molto per Caproni si concentra sull’etica, la sua missione civilizzatrice passa per la scuola. A Trastevere Caproni si ritrova davanti a classi difficili affollate di ripetenti: perlopiù giovani sbandati, ribelli, indisciplinati, provenienti da situazioni di grave disagio sociale, da famiglie bisognose che abitano in casa, situazioni talmente tanto al limite che ciò che è urgente è lavorare sull’umanità con gli alunni.
Invita i suoi studenti a capire il nostro essere nell’ambiente, avere contezza a partire dai dintorni di casa, alle vie del quartiere, fino ai monumenti. In autunno gli viene finalmente assegnata una casa in Viale Quattro Venti, n. 31, a Monteverde Vecchio. Caproni è felice perché può finalmente raggiungerlo la famiglia, ad onta di una ricostruzione fatta frettolosamente senza riscaldamenti, né ascensori.
“Apriamo a caso il libro”. È così che si eclissa la voce di Caproni per lasciare a Idelfonso Nieri, virtualmente, il microfono. Sì, il microfono, perché tra il 1972 e il 1975 Caproni cura per la rubrica radiofonica Il girasole, nata nei primissimi anni Settanta almeno un centinaio di testi.
L’accoglienza della nuova rubrica da parte della platea, che lamentava la mancanza di un programma nell’ora pomeridiana, dovette essere calorosa e l’ascolto assiduo, se ancora nel 1975, quando vennero mandate in onda le puntate curate da Giorgio Caproni, Il girasole continuava a venire trasmesso cinque giorni alla settimana.
La scrittura di Caproni registra e sintetizza su carta quello che la sua navigazione lo porta ad annotare: un compendio interiore, un florilegio di atmosfere, luci, incontri, malinconie, stati dell’animo e ancora dolori che non smettono di dargli dell’amaro, pasti frugali e un po’ desolati che l’uomo Caproni consuma da solo. Un po’ di ricotta, burro, parmigiano, zucchero, il caffè preso allo spaccio della Croce Rossa “che sa di spaccio militare” , la messa la domenica a Santa Maria in Trastevere, San Crisogono.
“Uscendo piove a dirotto e m’inzuppo tutto facendo a piedi fino a S. Giovanni. A S. Giovanni, sotto la tettoia della fermata, una donna passeggia e mi dice: «com’è bagnato!» Ha l’aria trentacinquenne tra la prostituta e la donna di casa un po’ povera ma pretenziosa, un po’ grigia e anonima.”
Epifanie, nitide e livide, come quest’ultima citazione del 1948.
Classe 1984, vive e lavora a Roma. Storica e critica d’arte specializzata nell’indirizzo della semiotica, è docente, lavora come storica dell’arte presso alcuni musei di Roma quali la Galleria Colonna, Palazzo Farnese, Villa Bonaparte e scrive di arte e di semiologia su riviste di settore e su testate on line. Ideatrice e curatrice di lezioni e conferenze su Roma letta attraverso il cinema, l’arte e la letteratura, ha curato esposizioni fotografiche che hanno fatto parte del circuito del Festival Internazionale di Fotografia presso la galleria d’arte romana Acta International di Roma.


Nel cielo azzurro di un pomeriggio d’ ottobre con le parole di Giorgio Caproni vedo e vivo Roma.