“Solo a Roma ci si può preparare a comprendere Roma” affermava Goethe in Viaggio in Italia. Questa la citazione in esergo che apre il libro di Cristian Sammarco, Roma e la curva. Mappe itinerari progetto (Anteferma Edizioni), presentato nella cornice di Più libri Più liberi, fiera nazionale dedicata alla piccola e media editoria. A dialogare con l’autore, la fotografa di architettura Flavia Rossi e Alessandro Lanzetta, professore associato all’università La Sapienza di Roma.

Il lavoro dell’autore Sammarco, architetto e ricercatore presso il Dipartimento di Architettura e Progetto (DiAP) dell’Università La Sapienza di Roma, si presenta come un viaggio esplorativo volto alla conoscenza della città attraverso una delle forme che più la rappresenta: la curva.
Dal GRA, al teatro di Pompeo, al sostrato del campo Marzio, a quella conosciutissima del Colosseo; dalla periferia verso il centro, dal passato archeologico al presente contemporaneo, la curva rappresenta la matrice geometrica, il tratto connotativo del dna della città: la guida che traccerà la traiettoria di questo lavoro di ricerca nell’origine e nella contemporaneità.
Già nella prefazione Fabrizio Toppetti dichiara che tutto è forma e che studiare le forme e saperle altresì comprendere è necessario, così come è necessario occuparsi della forma di una città. In quest’ottica la curva diventa un morfema costitutivo.
È forte in questo lavoro l’eco di Le Corbusier per il quale la città è un caos, ma anche un organismo dotato di organi precisi e di una forma ben definita. Su questo terreno si muove, dunque, Sammarco. L’autore coglie la fase di espansione della città ancora in evoluzione e di cui una forte testimonianza è il GRA mettendone in relazione il morfema curva con tutte le fasi di evoluzione precedenti, che tuttavia continuano ad esistere.
O ancora il Gasometro e Castel Sant’Angelo come simboli curvilinei della costruzione architettonica della città di Roma, confini che racchiudono il Campo Marzio, che nella ricerca assume un ruolo centrale; passando ancora per il Circo Massimo, Piazza Navona e Campo de’ fiori con il teatro di Pompeo.
A completare ed arricchire questo lavoro di ricerca e studio l’apparato fotografico a cura della fotografa di architettura Flavia Rossi, da tempo impegnata nella documentazione del patrimonio architettonico italiano del XX secolo, che scrive anche la postfazione.
Partendo dal presupposto che la fotografia per lei è una modalità per costruire una relazione, chiarisce come la città diventi una scenografia di fronte alla quale poi avviene un momento preciso di massima tensione nel quale scattare e che porta con se’ un certo grado di incertezza grazie al quale lei aumenta l’attenzione al dettaglio; proprio come se l’occhio, anticipando la macchina, fosse già una camera ottica.
Un libro necessario che mette in luce una delle caratteristiche precipue della città di Roma: la continua trasformazione e la capacità che ha avuto, nei secoli, di riusare e adattare le forme che ne hanno costituito l’immagine primigenia, il solco originario. La curva, come l’ansa del Tevere, linea originaria, elemento esplorativo e quindi di conoscenza.
Classe 1984, vive e lavora a Roma. Storica e critica d’arte specializzata nell’indirizzo della semiotica, è docente, lavora come storica dell’arte presso alcuni musei di Roma quali la Galleria Colonna, Palazzo Farnese, Villa Bonaparte e scrive di arte e di semiologia su riviste di settore e su testate on line. Ideatrice e curatrice di lezioni e conferenze su Roma letta attraverso il cinema, l’arte e la letteratura, ha curato esposizioni fotografiche che hanno fatto parte del circuito del Festival Internazionale di Fotografia presso la galleria d’arte romana Acta International di Roma.

