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Disegnare la società. Critica sociale attraverso il fumetto

Da sempre la società utilizza la cultura come strumento per trasmettere opinioni, emozioni e condizioni attraverso mezzi accessibili a tutti, in modo da entrare nell’immaginario collettivo. Nell’età contemporanea il fumetto assume un ruolo centrale nella critica sociale, raccontando storie fantastiche che, pur nella loro dimensione immaginaria, riflettono i problemi della realtà.

Queste narrazioni mostrano come, anche nei mondi popolati da eroi e miti, si nasconda il lato più oscuro dell’essere umano. Negli ultimi decenni, molte di queste storie illustrate sono diventate veri e propri simboli della cultura pop, poiché sono riusciti a rappresentare gli aspetti peggiori della società in una forma fantastica e distaccata, che permette ai lettori di confrontarsi con temi complessi sentendosi, al tempo stesso, al sicuro.

Ovviamente sono tanti i fumetti che celano una profonda critica alla società, ma in questo articolo ci concentriamo solamente su quelle opere che nascono come storie fantastiche e che non sono totalmente legate alla realtà. Diversamente, ci sono tante altre storie a fumetti che raccontano i lati più oscuri dell’umanità, rappresentando fedelmente storie reali.

Un esempio emblematico è Persepolis (2000) dell’autrice iraniana Marjane Satrapi, in cui essa racconta la propria infanzia e giovinezza vissuta in Iran durante gli anni della Rivoluzione islamica. Attraverso uno stile autobiografico e intenso, Satrapi mette in luce le contraddizioni e le ingiustizie di un regime totalitario che limita la libertà individuale, ma al tempo stesso mostra anche come il mondo occidentale, spesso idealizzato, non riesca a soddisfare pienamente le aspettative e i bisogni più autentici dell’essere umano.

Dunque, ciò che viene preso in analisi in questo articolo è la critica sociale presente nei fumetti, capace di mostrare — soprattutto grazie all’utilizzo dell’illustrazione — l’assurdità del genere umano e le contraddizioni del mondo moderno, nella maniera più fantasiosa possibile: dai comics americani ai manga giapponesi.

Nel 1986 Alan Moore e David Gibbons furono tra i primi a rendere il fumetto — inteso come rappresentazione di un mondo fantastico popolato da esseri immaginari — in un potente strumento di critica sociale e politica, aprendo la strada a una nuova stagione narrativa. Sto parlando di Watchmen, pubblicato dalla DC Comics, un’opera che si presenta, innanzitutto, come una decostruzione del mito del supereroe.

La storia è ambientata negli Stati Uniti del 1985, in un universo alternativo in cui da tempo esistono vigilanti mascherati. Di fronte al crescente malcontento popolare, il governo decide di dichiarare illegali le loro azioni, mentre il Paese si trova sull’orlo di una guerra nucleare con l’Unione Sovietica. In questo mondo distorto, gli Stati Uniti hanno vinto la guerra del Vietnam grazie all’intervento del Dr. Manhattan — l’essere più potente del pianeta, capace di manipolare la materia a livello atomico — e Richard Nixon è ancora presidente.

Alan Moore sceglie di rappresentare gli eroi non come figure pure e idealizzate, ma come persone disturbate, frustrate e moralmente ambigue. Il potere, in Watchmen, appare inevitabilmente corrotto, e il sogno americano viene mostrato per ciò che realmente è: un’illusione fondata su violenza e ipocrisia. Questo è evidente nelle figure di Ozymandias, l’uomo più intelligente del mondo, disposto a sacrificare milioni di vite per salvare l’umanità, e del già citato Dr. Manhattan, che, dopo aver acquisito poteri quasi divini, si allontana progressivamente dall’umanità, osservandola con distacco e indifferenza.

Entrambi rappresentano due volti dello stesso disincanto: l’idea che anche i progetti più nobili possano poggiare sulla menzogna e sul sacrificio dei deboli, e che la razionalità assoluta possa portare all’apatia e alla perdita di empatia. In questo modo, Watchmen riflette il profondo senso di smarrimento e disillusione della società contemporanea.

immagine per Dr. Manhattan su Marte, Watchmen
Dr. Manhattan su Marte, Watchmen

Tra le opere più recenti che intraprendono questa strada abbiamo The Boys, fumetto americano scritto da Garth Ennis e disegnato da Darick Robertson. Pubblicato tra il 2006 e il 2012 è diventato — a partire dal 2019 — una serie televisiva ormai cult. Noto a tutti come un fumetto di supereroi “per adulti”, ricco di volgarità, violenza, satira e profondamente cinico, il quale ha raccolto e aggiornato l’eredità di Watchmen.

I protagonisti sono sì dei supereroi, ma non come ce li hanno sempre presentati: sono star assoggettate al capitalismo e pagate dalla grande industria, che siedono ai grandi tavoli decisionali della politica, dell’economia e anche della guerra. Influenzano i rapporti sociali, l’opinione pubblica e perfino gli equilibri geopolitici, e trattandosi degli esseri più forti presenti sul pianeta nessuno osa contraddirli.

In questa storia da una parte troviamo i Sette, il gruppo di supereroi più influente, guidato da Homelander (Patriota): un personaggio che incarna il potere assoluto e la follia del nazionalismo americano, con la sua tuta e il mantello che richiamano i colori della bandiera degli Stati Uniti. A gestire i supereroi c’è la Vought: una multinazionale che ne controlla l’immagine e i profitti, trasformandoli in vere e proprie macchine per il denaro.

Dall’altra parte abbiamo un gruppo di umani, sostenuti segretamente dalla CIA, che tenta di smascherare le menzogne e le illegalità che la Vought e i suoi supereroi nascondono all’opinione pubblica e al resto del mondo politico ed economico.

immagine per Homelander, The Boys
Homelander, The Boys

La critica principale dell’opera è rivolta all’ipocrisia dell’industria dell’intrattenimento americana, capace di generare profitti miliardari attraverso film e marketing che raccontano belle storie di eroismo nate per dare il buon esempio. Ma questo è solo ciò che vogliono mostrare; infatti, viene nascosta la vera natura di questi eroi, che non rappresentano modelli di virtù, bensì simboli dei vizi e delle debolezze umane: arroganti, egoisti, ossessionati dalla fama e dal denaro e assolutamente immorali.

Il loro potere, anziché renderli più responsabili, li porta a sentirsi invincibili e legittimati a ottenere qualsiasi cosa desiderino. L’universo di The Boys descrive così una società in cui i supereroi basano le loro scelte su analisi di marketing e su giochi politici e di mercato, con il solo scopo di utilizzare la comunicazione multimediale e l’intrattenimento per diffondere idee di potere che ricalcano una forma di autoritarismo nazionalista, richiamando in modo diretto l’America reale degli ultimi anni, soprattutto da quando Donald Trump è diventato Presidente degli Stati Uniti.

Infatti, dal momento in cui il fumetto è diventato una serie TV nel 2019, Trump era da poco salito al potere, rendendo così la metafora e la critica sociale di The Boys una descrizione incredibilmente realistica della società odierna americana, che si lega perfettamente con l’immaginario “trumpiano” del Paese: populismo anti-élite, protezionismo economico, sfiducia nelle istituzioni, difesa dei valori tradizionali e leaderismo carismatico.

In questo senso, l’opera di Ennis e Robertson diventa una satira spietata della società contemporanea, in cui il potere, la celebrità e la violenza si confondono fino a diventare la stessa cosa.

La critica sociale trova spazio anche nei manga giapponesi, come dimostra il fenomeno mondiale di One Piece, creato da Eiichiro Oda e pubblicato a partire dal 1997.

L’opera racconta le avventure di un gruppo di giovani pirati in un mondo fantastico, dove esistono misteriosi frutti capaci di donare poteri sovrumani a chi li mangia. Il protagonista, Monkey D. Luffy, detto “Cappello di paglia”, guida la sua ciurma in un viaggio che lo porta a scontrarsi non solo con altri pirati dalla moralità ambigua, ma anche con le forze del Governo Mondiale e la sua Marina militare: un’istituzione che, pur nata per proteggere i cittadini, si rivela spesso corrotta e mossa da interessi illeciti.

Tra i tanti, Luffy e la propria ciurma sembrano essere tra i pochi pirati ad avere intenzioni benevoli e altruistiche. Infatti, sotto il simbolo della sua bandiera, il Jolly Roger, la sua nave valica i confini di diversi paesi per ritrovarsi sempre a dover combattere le ingiustizie e a difendere il popolo ignaro e sottomesso. Tra i temi centrali del manga spiccano, dunque, la sfiducia verso le istituzioni, l’abuso di potere e la manipolazione della verità.

Il Governo Mondiale, per mantenere il controllo, riscrive la storia e censura le informazioni, costruendo un apparato repressivo che soffoca la libertà e mantiene le disuguaglianze sociali. Attraverso il linguaggio dell’avventura e del sogno di libertà, One Piece diventa così una profonda riflessione sull’ingiustizia, sulla corruzione del potere e sulla necessità di ribellarsi a un sistema che preferisce l’ordine alla verità.

 

immagine per Ciurma di Monkey. D. Luffy, One Piece
Ciurma di Monkey. D. Luffy, One Piece

Negli ultimi anni, la critica sociale di One Piece ha trovato eco nei movimenti della Generazione Z, in particolare attraverso l’uso della bandiera della ciurma di Cappello di Paglia, simbolo del sogno di Luffy di liberare gli oppressi e sfidare l’autorità del Governo Mondiale. Nella realtà, questa bandiera è stata adottata come strumento di protesta politica in diversi paesi asiatici, tra cui Myanmar, Indonesia, Nepal e Filippine, dove i cittadini l’hanno utilizzata per denunciare governi corrotti e autoritari.

La diffusione di questo simbolo ha dimostrato quanto la cultura pop possa intrecciarsi con le questioni politiche e sociali. In alcuni di questi contesti, la bandiera stessa è stata presa di mira da polizia e militari, accusata di fomentare divisione e polarizzazione, con la risposta da parte di Amnesty International di condanna nei confronti di questi atti, giudicati come un attacco alla libertà di espressione delle persone.

immagine per Manifestanti nelle Filippine con la bandiera di One Piece durante le proteste contro la corruzione a Rizal Park.
Manifestanti nelle Filippine con la bandiera di One Piece durante le proteste contro la corruzione a Rizal Park.

Infine, tra gli esempi più significativi di critica sociale troviamo anche il manga Attack on Titan di Hajime Isayama (pubblicato tra il 2009 e il 2021), ambientato in un mondo in cui gli ultimi esseri umani vivono rinchiusi all’interno di città circondate da enormi mura, costruite per difendersi da giganti umanoidi che divorano le persone senza un apparente motivo.

In quest’opera, la libertà emerge come tema centrale, sia in senso letterale — poiché i protagonisti sono fisicamente imprigionati — sia in senso simbolico, come libertà di pensiero e autodeterminazione. Qui, i cittadini accettano passivamente il controllo esercitato dal potere, che sfrutta le loro paure collettive per mantenere l’ordine e impedire qualsiasi forma di ribellione.

La società all’interno delle mura è, dunque, fortemente militarizzata; per questo i giovani vengono educati al sacrificio per la patria e alla fedeltà cieca verso il sistema. In particolare, attraverso la manipolazione della memoria e della verità storica che troviamo all’interno della trama, l’opera denuncia i meccanismi di controllo dell’informazione e della propaganda che ne sostiene l’efficacia, smascherando così la fragilità delle verità imposte dal potere.

Si tratta, dunque, di una critica contemporanea al militarismo e alle dinamiche di potere, che si nutrono della paura e dei complotti diffusi attraverso i mezzi di comunicazione, specialmente Internet, e che spesso risultano funzionali al mantenimento dello status quo nei diversi paesi.

immagine per Niccolo Merola
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Nato nel 2000 a Campobasso, ma ormai stabile a Bologna da anni. Niccolò Merola è laureato in Comunicazione giornalistica, pubblica e d’impresa presso l’Università di Bologna. Appassionato di cultura pop e dei linguaggi che la attraversano, ha scelto di condividere la sua passione e le sue conoscenze per raccontare come i media e il mondo digitale giochino un ruolo fondamentale nella costruzione della società contemporanea, con uno sguardo critico e divulgativo sui fenomeni culturali del presente.

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