La prima volta che vidi un’intera mostra dedicata ai maestri orafi Cartier era il lontano 1990. Io ero una giovane donna e Valentino Garavani già un’icona di lusso ed eleganza. Lo era al punto da riuscire a far sì che la sua Accademia a piazza Mignanelli ospitasse una delle più interessanti esposizioni di preziosi mai viste a Roma fino a quel momento, celebrando con oltre 200 tra gioielli, accessori e orologi, le creazioni delle prime quattro generazioni della famosa dinastia francese partendo dunque dal 1847, anno della fondazione, fino agli anni Sessanta del ‘900 quando progressivamente le quote della società vennero cedute e l’avventura continuò in nuove mani. L’Art de Cartier. Una me-ra-vi-glia…
Credo che un pezzo del mio cuore sia rimasto per sempre tra quelle sale quindi ero abbastanza convinta che la mostra a Palazzo Nuovo dei Musei Capitolini sarebbe stata sicuramente piacevole: ma ugualmente memorabile?
Sì, la risposta è sì, in un modo diverso, senza più l’entusiasmo della gioventù, ma con lo sguardo consapevole dell’esperienza posso affermare che, se deciderete di visitare questa esposizione, sarà tempo ben speso e sono conscia che questo articolo, per quanto ahimè lungo, non potrà darne una descrizione completa.
Quando metti insieme le creazioni della Maison Cartier con la collezione permanente del cardinale Albani e la bellezza di Palazzo Nuovo ovviamente diventa difficile sbagliare il colpo, ma il lavoro della storica del gioiello Bianca Cappello e dell’archeologo Stéphane Verger con la collaborazione del Sovraintendente Capitolino Claudio Parisi Presicce, è stato così attento da riuscire a concretizzare in maniera inedita un viaggio unico alla scoperta del mondo artistico e formale della Maison.
Un viaggio dal sapore retrò e comunque moderno, dove è evidente il dialogo con la magnifica collezione di sculture antiche che da sempre hanno costituito i modelli indispensabili nella composizione del codice artistico europeo.

Infatti è questo l’aspetto che rende la mostra Cartier e il Mito ai Musei Capitolini davvero innovativa e non credo fosse un compito facile. Mentre più volte è stato esplorato il legame culturale tra i Cartier e i Paesi non europei come la Cina, il Giappone, l’India o la Persia, questa è la prima volta che viene approfondito il rapporto estetico e filosofico con l’antica Grecia e Roma. Tale operazione non poteva che avvenire qui, in uno dei primi musei di stampo illuministico.
I gioielli e i loro progetti vengono immersi nella collezione permanente del Palazzo Nuovo in Campidoglio che fu la sede dell’originario Museo Capitolino voluto da Lorenzo Corsini, papa Clemente XII, grandissimo mecenate e uomo d’immensa cultura.
Egli acquistò la collezione di busti marmorei nel 1733 dal cardinale Alessandro Albani prima che questa andasse dispersa come già era accaduto poco tempo prima con una raccolta di trenta pezzi, venduta al re di Polonia a causa delle difficoltà economiche del porporato.
Per arrivare alle sale della mostra al primo piano si deve percorrere una scenografica scalinata ideata da un altro indiscusso talento, il maestro Dante Ferretti, scenografo e costumista vincitore di diversi premi Oscar e di altri prestigiosi riconoscimenti.
Sulle pareti delle due rampe della scalinata di accesso vengono proiettati alcuni spezzoni di celebri film, tutti accumunati dall’intento di accompagnarci verso un mondo antico dove Eroi, Miti e Dei si confondono con l’Umano.
Ecco allora il labirinto verticale de Il nome della rosa del 1986, le vestige malinconiche del Gran Tour nella scenografia di Cenerentola del 2015, le atmosfere nostalgiche e oniriche de Il Barone di Munchausen girato nel 1988, ma è soprattutto con la Medea di Pier Paolo Pasolini interpretata da una leggendaria Maria Callas nel 1969 che Ferretti ci regala il mito assoluto.
Questa maga arcaica eppure modernissima, affascinata, sedotta e tradita e la cui vendetta, animata da una folle gelosia, sarà atroce, si rivela a noi indossando una meravigliosa parure d’oro e ambra, allusione alla sua discendenza dal dio Sole, che la rende l’ambasciatrice perfetta di ciò che andremo ad ammirare.

Il progetto di allestimento di Sylvain Roca ci guida alla scoperta della connessione tra gioielleria e scultura ed è un lavoro decisamente ben riuscito, perché questa relazione appare subito non solo plausibile, ma del tutto logica e chiara. Peccato per la guaina soprelevata collocata sul pavimento sui cui bordi è davvero facile mettere il piede in fallo… storia di vita vissuta.
Inciampi a parte, è un tracciato evidente che affronta questa corrispondenza sotto diversi punti di vista in un arco temporale che parte dall’inizio dell’impresa Cartier fino ai giorni nostri.
Per aiutarci a comprendere questo dialogo tra antichità e modernità, la mostra è stata ideata come un’esperienza dal coinvolgimento profondo dei sensi.
È stata infatti arricchita da particolari installazioni olfattive create dalla profumiera della Maison Cartier, Mathilde Laurent che con le sue produzioni, in maniera quasi subliminale, ci ammalia e conquista, ma soprattutto ci conduce là, rigorosamente nel punto che vuole sia nostro, in ammirazione di quel preciso oggetto che, a sua volta, si confronta col proprio corrispettivo marmoreo e noi capiamo, anche se digiuni di qualsiasi informazione, che è esattamente così che doveva essere.
La fragranza La Treizième Heure ad esempio, con le sue note di legno bruciato e fumo, accompagna la visita nella sala di Efesto. Si comprende subito che questa è stata concepita per celebrare il potere creativo del fuoco e il suo ruolo nell’origine della parola stessa profumo: dal latino per fumum, letteralmente attraverso il fumo.
Ciò che abbiamo intuito diventa poi conferma negli elementi audiovisivi disseminati lungo il percorso i quali, con grande accuratezza e una non scontata qualità dei filmati, sottolineano la perfetta coerenza della narrazione.
Percorrendo le sale è sempre più ovvio il perché la bellezza sia un linguaggio universale che attraversa lo spazio e le epoche e questi circa 300 pezzi tra gioielli, orologi e piccoli oggetti per lo più appartenenti alla Collezione Heritage Cartier, ne sono la dimostrazione scientifica.
Tutto concorda: monili, abiti, profumi, ambiente, busti e statue. Persino lo stretto corridoio iniziale ha un suo senso. Ogni singolo elemento si relaziona agli altri legato da un immaginario filo rosso che inizia il suo percorso 2000 anni fa, attraversa il Rinascimento, percorre le sale della corte di Versailles, si allunga sul Neoclassicismo, si attorciglia con l’Art Nouveau e Déco e giunge ai giorni nostri passando dagli archivi Cartier per essere prima ispirazione e poi oggetto unico.
Vetrina dopo vetrina scopriamo quali furono le azioni che permisero ai Cartier di sviluppare il loro stile: collezionare, studiare e viaggiare.
Il processo di creazione infatti era il seguente: studio delle opere del passato nei musei o nelle collezioni private, ricerca di motivi decorativi o tematici appuntando ogni idea su carta ed elaborazione dei modelli da commissionare agli ateliers in un continuo dialogo tra disegnatori e maestranze.
Nel susseguirsi degli oggetti c’è tutto il racconto della Maison ed è sempre più visibile come l’intera produzione sia accumunata da un’estetica classica, ma comunque contemporanea.
Mi riferisco ai ritorni storicistici della metà del 1800, all’uso sapiente e mai subito dello stile ghirlanda, the Garland Style, segno di riconoscimento della Belle Époque, all’inserimento di elementi architettonici come capitelli, colonne e archi a tutto sesto nei gioielli del primo Novecento quando l’ispirazione nasceva dai viaggi di studio in Italia e dall’osservazione delle incisioni dei monumenti romani realizzate dall’architetto Giovan Battista Piranesi.
Estetica che racchiude la declinazione originale dello stile Déco con le sue geometrie, gli accostamenti cromatici e le combinazioni di pietre preziose e semipreziose e si conferma nel ritorno dell’oro giallo negli anni Quaranta dopo decenni di platino e oro bianco.
Un gusto formale incomparabile, come nelle creazioni della disegnatrice Jeanne Toussaint, che contribuì a lanciare la moda dei gioielli in forma di animali esotici. Sono di questo periodo, infatti, le spille e i ciondoli con pantere o leopardi che sarebbero divenuti il simbolo lussuoso e appassionante della duchessa di Windsor, una delle donne più eleganti e raffinate del suo tempo.
Un esercizio di ricerca continuo dunque che prosegue persino nello sviluppo di un approccio molto più anticonformista nella gioielleria degli anni Sessanta e Settanta, necessario in un momento storico in cui anche il gioiello firmato Cartier doveva rendersi più democratico e accessibile.
Persino le produzioni di oggi mettono in evidenza il rapporto coevo con l’antichità, rimarcando come i canoni classici restino basilari nell’idea stessa di lusso e di bellezza.
Sono oggetti esclusivi, perfetti sotto ogni aspetto, eseguiti con una perizia tecnica impareggiabile che spesso ne trasforma la funzione deviandola su più utilizzi. La versatilità d’impiego diventa una vera e propria cifra stilistica e così nascono le clips che diventeranno un accessorio fondamentale nei guardaroba delle élite del bel mondo.
Ecco spille che si convertono in diademi, orecchini a fiore che schiudono i loro petali per trasformarsi in pendenti, modernissime aigrettes alate che si possono posizionare sugli abiti, sui cappelli o fra i capelli, insomma dei capolavori che nel tempo hanno guidato quella clientela che considerava il gioiello poco più di uno status symbol o un investimento, verso una sincera domanda di stile e di eleganza.
Fu con la terza generazione cioè con Louis, nipote del fondatore Louis-François e primogenito di Alfred che il codice Cartier cercò più di un accostamento artistico al mondo classico. Louis sentì necessario un passaggio concettuale che si concretizzò nell’audacia dei suoi progetti e nella predilezione per il bianco e nero prima e per il colore poi. La sua capacità di circondarsi d’eccellenti collaboratori – in particolare va ricordato il disegnatore Charles Jacqueau – portò la Maison ai vertici dell’oreficeria mondiale.
Con lui anche gli orologi occuparono uno spazio rilevante nella produzione firmata Cartier. Suo il primo orologio da polso del mondo. Sempre di Louis Cartier la geniale intuizione di sostituire l’argento con il platino precedentemente poco usato dai gioiellieri, ma fondamentale nella rivisitazione dello stile ghirlanda che con i disegni a motivo vegetale era il più in voga del momento.
Il platino aveva il vantaggio di essere molto resistente e dunque di permettere montature più sottili, ma estremamente durevoli. Inoltre non si ossidava e, a differenza dell’argento, manteneva inalterata la sua lucentezza.
Queste caratteristiche consentirono la creazione di meraviglie che valorizzavano pienamente la potenza luminosa dei diamanti e pur attingendo dall’estetica raffinata del XVIII secolo francese che a sua volta riprendeva i temi cari alla cultura classica antica, se ne discostavano proprio per la metodologia costruttiva che offriva risultati ineguagliabili.
Specifici della cultura classica erano anche i motivi a onda e a meandro, onnipresenti sui vasi di terracotta e una vera e propria mania nell’Europa del XVIII secolo XIX. Si ritrovavano ovunque: nei decori delle pareti e dei mobili, sugli abiti, negli accessori, per lungo tempo furono una vera e propria mania, ma anche questa suggestione fu interpretata dai Cartier in modo originale e moderno accostandola addirittura ai Balletti Russi. Gioielli meravigliosi, davvero.
Ai disegni di progettazione si accostarono i calchi in gesso degli oggetti realizzati, memoria storica di ogni pezzo unico, qui in mostra proprio per sottolineare quello spirito di ricerca, ma anche di conservazione e classificazione che è sempre stato un tratto distintivo della visione artistica della Maison.
Ciò ha permesso di fatto che questa diventasse la 45ª mostra della Collection Cartier che non avendo uno spazio fisico permanente con queste esposizioni temporanee rinsalda il legame profondo con il pubblico di tutto il mondo.
La mostra nella sua visione d’insieme, parte dalle collezioni artistiche e orafe del XIX secolo, Castellani in primis, che affascinò l’Europa con uno stile neo-archeologico riportando l’attenzione sull’arte orafa attraverso le scoperte di un’archeologia ai suoi inizi. E se l’Italia dei primi decenni dell’800 era incantata dalla produzione di Fortunato Pio Castellani e successivamente da quella dei figli Alessandro e Augusto, in Francia fu l’acquisizione da parte di Napoleone III della collezione di Giovanni Pietro Campana per il museo del Louvre nel 1861 a dare risalto e successo a questo stile.
Sappiamo dalla lettura delle pagine di un registro di magazzino del 1874 che la Maison Cartier, fornitrice di corte dell’imperatore, aveva ampiamente adottato questo canone, ma ne aveva fatto, e si vede chiaramente, una propria elaborazione.
Splendida la spada realizzata per il poeta e regista Jean Cocteau, ornata con il profilo di Orfeo, la lira di Apollo e una colonna in stile antico che attraverso l’allusione piuttosto che la citazione diretta, evoca la presenza di miti ed eroi. Dai lavori degli anni successivi la seconda guerra mondiale fino a giungere alle creazioni del 2024, il dialogo con l’Antichità non verrà mai abbandonato.

Molto interessante è la sezione dedicata ai processi di lavorazione dei gioielli basati sul recupero di metodi arcaici come, ad esempio, la granulazione, una tecnica tra le più raffinate, già diffusa nelle oreficerie egizie, minoico-micenee e nell’Antica Grecia e perfezionata poi dagli Etruschi.
Consiste nella saldatura di minutissimi granuli di metallo prezioso a una placca di fondo formando una decorazione con disegni figurativi o geometrici senza che rimanga alcuna traccia visibile del saldante tra i granuli e la superficie. Cadde in disuso e fu per secoli un vero e proprio mistero.
I laboratori orafi Cartier riuscirono a recuperarla e qui la vediamo sublimata in un quadrante di orologio tridimensionale raffigurante una magnifica pantera che esibisce un gusto eclettico eccellente e una capacità artigianale superiore.

Molto piacevoli le sale che esplorano le ispirazioni mitologiche. In modo progressivo c’è un allontanamento dai riferimenti e dall’imitazione fedele e diretta dell’antichità classica. La filosofia greca di Euclide, Pitagora e Platone diventa la scusa per un’indagine sulla Natura e sulla sezione aurea, la proporzione divina, struttura fondamentale dell’armonia del cosmo stesso.
Studi questi già intrapresi ad esempio da Michelangelo nella progettazione del motivo pavimentale della Piazza del Campidoglio che infatti viene riprodotto in due gioielli Cartier.
Queste riflessioni portano alla realizzazione di composizioni dalle linee euritmiche talmente armoniche che, credetemi, è impossibile esiliarle in un arco temporale definito, ma lasciano credere che possano essere state create oggi come cento anni fa.

I miti e le divinità greche diventano i protagonisti sottintesi, ma forse proprio per questo ancora più coerenti allo spirito dell’ornamento antico voluto dalla religione greca. I gioielli come hybris, la pericolosa e arrogante pretesa dell’umanità di eguagliare gli dei trasgredendo i limiti imposti agli esseri umani, e kosmos, il sistema ordinato e armonico in opposizione al caos, che costituisce la vera manifestazione della bellezza.
È con kosmos che viene indicato l’ordine dell’Universo e dunque anche la disposizione corretta degli abiti e dei gioielli. Ecco allora i miti greci e le produzioni Cartier che concretizzano la rappresentazione in scala dell’universo cosmico e delle sue forze primigenie: terre e minerali, oceano e creature marine, fuoco e sole, cielo, stelle e aria.
Su tutto sovrasta il greco Efesto, Vulcano per i Romani, il dio fabbro e dunque artigiano, figlio di Era, padrone del fuoco che foggia i metalli, creatore di gioielli nell’isola di Lemno, maestro dei Ciclopi, creatore di Pandora, kakon kalon, il “male bello”, la prima delle donne, donata all’umanità come punizione, la sintesi di mètis, l’astuzia di Atena, e di charis, la grazia di Afrodite riassunte nella corona d’oro che Efesto crea per lei, un kosmos, appunto.
È sempre lui, narra la leggenda, che avrebbe creato la collana di Armonia, uno dei gioielli più famosi dell’antichità, tra i più belli e maledetti, decorata con terribili serpenti e pietre dai potenti poteri magici che Cartier riporta alla bellezza purificandola da ogni maleficio.
Per la Maison è sufficiente un particolare per creare una metafora, un simbolo, un’allegoria. Così l’amore è Afrodite, la romana Venere, che viene indicata dalle perle che ornano pendenti e orecchini.
C’è Ercole e il suo indistricabile nodo, simbolo della forza dei legami sentimentali, che viene riprodotto su bracciali e anelli regalati come pegni d’amore. Una freccia è Eros, il latino Cupido, dio dell’amore e del desiderio che, armato di arco e faretra, provoca la passione amorosa negli dei e negli esseri umani. L’elenco potrebbe continuare ancora a lungo…
Di notevole interesse anche l’esposizione di pietre dure dell’Atelier di Glittica di Cartier che in un razionale divenire ci indicano la trasfigurazione delle divinità e dei miti presentati tracciando la geografia di posti lontani dove storia e leggenda si intrecciano da millenni.
Non mancate di ammirare le teche ispirate alla figura potente e misteriosa della Medusa, soprattutto il pendente in corallo peau d’ange che ne enfatizza le origini mitiche, ma anche quelle che riguardano Arianna e le sue corone, il Vello d’oro, Dioniso e la pantera che lo accompagna, Zeus e le corone di foglia di quercia in oro e i ciondoli a forma di ghianda.
Osservate i pendenti che riproducono Afrodite, soffermatevi sulle relazioni con gli scavi di Pompei, Sarah Bernard, Eleonora Duse o Isadora Duncan. Non tralasciate Orfeo, Demetra e Persefone e poi Gaia, la Terra primordiale e i suoi doni all’umanità.
Godetevi la fragranza Les Èpures de Parfum: Pure Rose del 2021 diffusa attorno alla Venere Capitolina o l’aroma La Panthère, il profumo emblematico della Maison stessa.
Poi, se ne avrete voglia, fatevi questa domanda: sarebbe possibile oggi un novello Cartier?
Mi spiego meglio: le attuali condizioni economiche, politiche, ma forse soprattutto socio-culturali, permetterebbero a un artista orafo di raggiungere certi livelli ed esprimere pienamente la propria arte e le proprie capacità?
Secondo me difficilmente ci sarebbero i presupposti, almeno qui in Europa, considerando la valutazione odierna dei metalli preziosi e delle gemme, le specializzazioni settoriali non più condivise negli stessi laboratori, l’arroccamento delle grandi maison di alta gioielleria, la committenza omologata e le occasioni d’uso sempre più rare. Ciò non toglie l’esistenza di piccole realtà molto dotate. Speriamo in tempi migliori per vederle fiorire pienamente.
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Informazioni Cartier e il mito ai Musei Capitolini
- Dal 14 novembre 2025 al 15 marzo 2026
- Musei Capitolini – Palazzo Nuovo, Sale al primo piano – Piazza del Campidoglio, 1 – 00186 Roma
- Orari: tutti i giorni ore 9:30 – 19:30; 24 e 31 dicembre ore 9:30 – 14:00; chiuso il 25 dicembre; 1° gennaio ore 11:00 – 20:00 -Ultimo ingresso un’ora prima della chiusura
- Tariffe: biglietto da €7 a €20 (intero, ridotto, residenti, non residenti, cumulativo )
- Per maggiori informazioni: tel. 060608 (ore 9:00 – 19:00)
- ufficiostampa@zetema.it, elena.bertani@cartier.com, margherita.petrarca@cartier.com, c.sanginiti@zetema.it, s.fattori@zetema.it
- Ufficio stampa: Zètema Progetto Cultura; Collection Cartier
Di Roma, si considera però cittadina del mondo. Convinta di aver sbagliato secolo, da sempre vive in bilico tra arte e artigianato. Nutre un amore folle per tutte le arti applicate. Nasce infatti come ceramista, ha competenze elevate in tessitura, ma soprattutto ha sviluppato la sua professionalità in campo orafo. Se vuole riposarsi, si dedica al ricamo creativo. Ogni punto, un mantra. Avrebbe voluto prendere un caffè con Marianne Brandt, Yayoi Kusama e Artemisia Gentileschi.

















2 risposte
Articolo molto interessante, ben scritto e ricco di informazioni. Il risultato è che domattina andrò alla mostra di Cartier.
MOSTRA AFFASCINANTE
UN PLAUSO PER AVERLA PRESENTATA IN UNA SEDE PRESSOCCHE’ INUSUALE PIENA DI CAPOLAVORI CHE IL MONDO MODERNO SPESSO DIMENTICA