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Lucy Orta. Trame di Comunità. Il sottile filo che tutto raduna

di Stefania Piu

In un momento storico sovraccarico di incertezze come quello che stiamo vivendo, succede che si avverta la necessità di riposare e di immergersi in poetiche di pace e di concordia.

Si ha a volte l’esigenza di trovare un luogo dove corpo, natura e architettura vestano una dimensione conciliante e così, almeno nell’arco di tempo della visita di una piccola mostra, avvolti dalla bellezza e dall’armonia, si riesce a distendere la mente convergendo lo sguardo verso un’umanità tutt’altro che belligerante, ma all’opposto unita, libera e costruttiva.

Questo è l’incantesimo che si vive visitando in generale CasermArcheologica a Sansepolcro (Arezzo), posto particolarissimo del quale in questa testata si è già parlato, ma di cui vorrei comunque scrivere un brevissimo profilo tanto per inquadrare con più precisione il contesto in cui si muove il progetto di Lucy Orta.

Il mio tentativo è quello di restituirvi l’atmosfera incantata e sognante eppure al tempo stesso estremamente concreta, che si percepisce nelle stanze di questo luogo che fino al 15 luglio 2026 ospiterà la mostra Trame di Comunità di Lucy Orta la cui consulenza curatoriale è stata affidata a Simonetta Carbonaro.

CasermArcheologica, presidio di realtà artistiche, nasce nel 2013 dalla volontà di un gruppo di giovani studenti del locale liceo e della loro insegnante Ilaria Margutti (Modena 1971), che tutt’ora conserva un suo studio ai piani superiori dove continua la sua ricerca artistica sull’uso del ricamo e della fiber art.

Il luogo è uno straordinario esempio di quella tanto sbandierata rigenerazione urbana che raramente resiste al passare dell’entusiasmo iniziale, ma che invece qui ha trovato certezza nel tempo.

Palazzo Muglioni, già salotto letterario ai tempi di Minerva Muglioni, l’ultima nobildonna che qui ha vissuto, è un edificio costruito nel 1536 che, dopo essere stato palazzo nobiliare, divenne prima sede dell’azienda Buitoni, poi Caserma dei Carabinieri e infine plesso scolastico negli anni ‘80 e ‘90.

Per i tre decenni successivi questo splendido stabile venne abbandonato a un vergognoso degrado finché un importante quanto organizzato movimento dal basso, l’ha reso nuovamente accessibile come centro destinato alle Arti Contemporanee e a Spazio di lavoro comune unendo così cultura e lavoro in un unico fine.

Com’è logico supporre, non è stato un compito facile e tantomeno veloce, ma con la perseveranza e la volontà di gran parte della cittadinanza, l’obiettivo prefissato è stato raggiunto e quindi grazie, grazie davvero a questo connubio di forze e persone.

Hanno mostrato come, quando si riesce a mettere a sistema i bisogni e le esigenze del territorio in un’ottica che guardi oltre l’immediato, i risultati si ottengono e sono duraturi.
Non a caso Utopie possibili è anche il motto dell’Associazione che gestisce l’insieme.

È in questo spazio, dove si respira un’energia rara e preziosa, che lo Studio Lucy + Jorge Orta ha deciso di intraprendere un percorso di arte partecipativa.

Il progetto inizia a prendere forma durante la residenza artistica della Orta nell’estate del 2025 a CasermArcheologica e in Valtiberina.

L’artista visiva inglese, riconosciuta anche a livello mondiale per la sua capacità di fondere l’estetica all’impegno sociale, si è mossa all’interno della regione e ha parlato con la gente del luogo chiedendo loro “Cosa vi collega a questa terra e cosa vi respinge?”, “Quali fili ti legano a questo luogo e quali ti portano lontano?”.

E così, insegnanti, artisti, artigiani, imprenditori e semplici cittadini di ogni età, si sono ritrovati a parlare del legame quotidiano con la loro realtà territoriale, un legame a volte nuovo e a volte antico, ma sempre riconosciuto e difeso.

Da questa esperienza sociale l’artista ne ha tratto un concetto sostanziale che ha trasformato in un’istallazione difficilmente ripetibile altrove, pensabile cioè solo in questo luogo, ma aperta a chiunque voglia entrare in contatto con l’essenza stessa della comunità e del concetto che la delinea.

Sono di fatto cinque sculture ideate come un accampamento di tende tessute in fibre naturali proprie di queste terre. Lino e canapa toscane a sottoscrivere un patto di memoria e resistenza, ricavati da vecchie lenzuola tessute a mano perché trovino un’altra utilità e non restino nell’oblio di vecchi ripiani.

I trentatré pannelli che compongono le tende sono i ritratti ricamati delle persone che Orta ha incontrato nel suo periodo di studio e progettazione.

Fotografati e riportati su stoffa, i visi di uomini e donne vengono sottolineati con un filo nero, contrasto necessario per apprezzare la linea essenziale del ricamo. Al termine dei tratti i fili vengono lasciati liberi di allungarsi oltre la fine del punto. Delle piccole sfere dorate, minime, ma ricche di significato, ne chiudono poi la lunghezza.

I teli delle tende vengono tenuti distesi da novantanove piccole sculture in terracotta modellate a forma di piante, animali e minerali suggeriti nei colloqui degli abitanti della valle con l’artista che spiega così la sua scelta:

“Queste sorte di amuleti fungono da pesi, ancorano i tessuti al suolo come i rocchetti dei telai antichi, creando linee di tensione che vibrano di risonanza con le testimonianze orali incorporate nel ricamo”.

La creazione poi di un campo di tende da attraversare attivamente, ha un significato preciso e profondo. Rappresenta il gesto del raccogliersi, dello stare insieme nonostante e comunque, senza rimanere spettatori passivi e ha un riferimento antico.

Si tratta dell’Ohel che in lingua ebraica indica la parola tenda comune, archetipo di uno spazio divino e protettore dove umano e sacro si incontrano nella vulnerabilità di un tempo provvisorio.

Le tende come punto d’incontro collettivo, come riparo durante le migrazioni, con la loro architettura fragile, ma resistente, sospesa, ma ancorata alla tradizione, dimora transitoria, ma sempre uguale, sempre confortante.

L’archetipo della tenda trova conferma nella tradizione iconografica di questi territori legati indissolubilmente alle opere di Piero della Francesca.

È una tenda damascata quella che spostano i due angeli gemelli speculari per mostrarci una Vergine Maria in stato di gravidanza, tema raro nell’arte occidentale, nel mirabile affresco de La Madonna del parto che si trova nel Museo Civico di Monterchi, nell’aretino.

Ed è sempre la figura della Madonna che domina la scena diventando col suo ampio mantello aperto, ella stessa tenda sotto la quale protegge e accoglie i fedeli inginocchiati ai suoi piedi nel Polittico della Misericordia ora conservato ed esposto permanentemente all’interno del Museo Civico di Sansepolcro.

Insomma, non è possibile resistere all’intensità espressiva e alla capacità rievocativa dell’opera di Lucy Orta e non si può ignorare la luce profonda di questo luogo, la sua energia e la caratterizzante elaborazione artistica.

Il cesto da basket appeso alla parete della sala principale e usato ai tempi in cui l’edificio era stato adibito a succursale scolastica, sta lì proprio a ricordarci che il cambiamento è possibile e davvero l’arte salverà il mondo se decidiamo di essere partecipi o quanto meno spettatori attivi e non solo figure passive della realtà che ci circonda.

Informazioni Lucy Orta – Trame di comunità

  • fino al 15 luglio 2026
  • un progetto di CasermArcheologica
  • con il contributo di Fondazione CR Firenze
  • in collaborazione con REALISE e Lucy + Jorge Orta
  • con il supporto istituzionale di Comune di Sansepolcro, Comune di Anghiari, Musei Civici Madonna del Parto, University of the Art, London e con il sostegno di Busatti, Tecnothermo, Ilvio Gallo, Zotti & Coulon, Fondazione Progetto Valtiberina, Sintagmi, Abakanowicz Fondation
  • CasermArcheologica
    Via Niccolò Aggiunti 55, Sansepolcro (AR)
  • Ingresso gratuito – aperture dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle 18:00 – Sabato dalle 15:00 alle 19:00 –  Nei mesi estivi aperto anche la domenica. Gli orari di apertura possono subire variazioni.
    È utile consultare sempre prima il sito www.casermarcheologica.it
  • Contatti: info@casermarcheologica.it
immagine per Stefania Piu
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Di Roma, si considera però cittadina del mondo. Convinta di aver sbagliato secolo, da sempre vive in bilico tra arte e artigianato. Nutre un amore folle per tutte le arti applicate. Nasce infatti come ceramista, ha competenze elevate in tessitura, ma soprattutto ha sviluppato la sua professionalità in campo orafo. Se vuole riposarsi, si dedica al ricamo creativo. Ogni punto, un mantra. Avrebbe voluto prendere un caffè con Marianne Brandt, Yayoi Kusama e Artemisia Gentileschi.

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