C’è un posto a Roma che è davvero incantevole. È l’Istituto Giapponese di Cultura, a due passi da Villa Borghese. Una volta scoperto, ci si torna sempre volentieri. Ha una magia intrinseca, un potere evocativo impressionante e mai, ripeto mai, sono rimasta delusa da un evento, una mostra o una conferenza organizzati nei suoi spazi o da loro.
Della sua storia e del suo mandato vi racconterò più approfonditamente in una prossima occasione; desidero invece qui segnalarvi Ambiente costruito – guida a un altro Giappone in programma fino al 30 aprile 2026 a cura di Shunsuke Kurakata, professore associato della Facoltà di Ingegneria alla Osaka City University, da Satoshi Hachima, professore al Chiba Institute of Technology e da Kenjiro Hosaka, curatore del The National Museum of Art di Tokyo.
Stiamo parlando di uno storico dell’architettura, un esperto di progettazione del paesaggio e di un curatore d’arte che si e ci domandano che tipo di dialogo si sia instaurato tra il Giappone dopo il periodo Edo e la Restaurazione Meiji del 1868, e quello di oggi, nato da una forte crescita economica e dall’apertura incondizionata al resto del mondo. La domanda è stata esaminata da vari punti di vista e l’esposizione sicuramente fornisce a chi la visita alcuni strumenti per comprendere meglio la storia, l’ambiente e la cultura giapponesi.
La mostra con fotografie, testi e video presenta un’ottantina di edifici, progetti di ingegneria civile e paesaggi modificati dall’intervento umano. Le foto sono esposte con una modalità davvero particolare. L’allestimento infatti è stato concepito come un gigantesco origami che riproduce la configurazione dell’arcipelago giapponese e ognuna delle 47 prefetture nipponiche è rappresentata almeno con un’opera.
L’obiettivo dichiarato è quello di costruire una sorta di guida alternativa attraverso l’architettura. Edificio dopo edificio, paesaggio dopo paesaggio, veniamo condotti verso una nuova visione del Giappone.
Per farlo tuttavia è necessario prima di tutto ricordare, almeno per grandi linee, la geografia del Paese del Sol levante poiché questa ha determinato il modo in cui si è scelto di progettare e costruire e sarà interessante scoprire come i Giapponesi si siano rapportati con la propria geomorfologia, come si siano confrontati e abbiano lottato contro l’ambiente naturale e infine si siano alleati con esso creando e consolidando identità locali risolutive.
La conformazione allungata dell’arcipelago giapponese, composto da diverse migliaia di isole con estese zone montuose e vulcaniche, produce una variazione climatica e stagionale che influirà drasticamente sulle architetture che saranno progettate non solo in base all’uso, ma anche al luogo e al clima per cui verranno ideate.
I curatori della mostra, proprio tenendo conto di ciò, hanno deciso di dividere le opere fotografiche in quattro gruppi, riproducendo la suddivisione della struttura principale dell’arcipelago del Sole Nascente che si basa su quattro isole principali: la più a nord, Hokkaido, dove i paesaggi sono ancora selvaggi e gli inverni alquanto rigidi.
Honshu, la più grande e popolata, che è il centro economico e culturale del Giappone in quanto sede delle sue città più importanti come Tokyo, Kyoto, Osaka e Hiroshima. Kyushu è più a sud di Honshu ed è caratterizzata da un clima subtropicale, dai vulcani in attività e dalle sorgenti termali che hanno reso possibile la diffusione degli onsen, fondamentali per il relax e la cultura locali.
Infine Okinawa, l’arcipelago più distante a sud-ovest, immerso nell’Oceano Pacifico, celebre per il clima tropicale, le spiagge da sogno e uno stile di vita rilassato. Non è un caso infatti che questa sia una delle Blue Zones dove gli abitanti vivono più a lungo e in salute.
In questa visione d’insieme bisogna inoltre tener conto che tutta la fascia nipponica è da sempre interessata da forti calamità naturali come i terremoti, le eruzioni vulcaniche, i tifoni e gli tsunami. Basta dire che il 20% dei terremoti nel mondo avviene qui. Uno su cinque. Fa davvero impressione…
È ovvio che la realizzazione degli edifici e delle infrastrutture abbia dovuto tenere conto di questi vincoli che influiscono sulla vita stessa della civiltà giapponese e si riscontrano nei concetti giapponesi di distruzione, ricostruzione e recupero. Oserei dire resilienza se questa parola non fosse diventata, ahimè, grama.
Lo stesso Kintsugi, ovvero l’arte di riparare con l’oro, è la dimostrazione concreta di questa mentalità che non sfugge a profonde riflessioni su tutto ciò che è transitorio anche quando, almeno in apparenza, non dovrebbe esserlo.
È un concetto filosofico fondamentale nella visione nipponica che, descrivendo ogni elemento come passeggero e mutevole, lo priva della sua essenza statica rendendolo impermanente, ma riducendo così la sofferenza per la perdita e insegnando a vivere il presente con maggiore consapevolezza e accettazione del flusso della vita.
L’economia dello spazio appartiene sempre a questo contesto. Essere essenziali, limitare al minimo gli sprechi che sia nel cucire un kimono o preparando del cibo o facendo sì che gli stessi ambienti della casa assolvano a più funzioni semplicemente stendendo o ripiegando un futon, aderisce a un sistema di pensiero che considera il bene proprio come il bene stesso della comunità di cui si fa parte.
Attenzione però, questa sobrietà non significa assenza di elementi decorativi anzi, al contrario, essi assumono funzionalità concrete rendendo il bello anche utile. I dettagli non sono mai solo tali, ma assumono la stessa importanza del tutto rammentandoci il potere terapeutico e taumaturgico della bellezza e dell’armonia. Vi ricorda qualcosa di perduto? A me sì, purtroppo. È comunque inutile negare che anche nel Giappone ultramoderno pienamente immerso nel fenomeno della globalizzazione, questi aspetti siano meno sentiti dalle nuove generazioni ossia anche lì le cose stanno inesorabilmente cambiando.
Lo scenario giapponese è raccontato nel suo evolversi in questa serie di foto di musei, scuole, istituti, municipi, stazioni ferroviarie, ponti, cascate artificiali, perfino inceneritori e serbatoi di acque, offrendoci veramente interessanti chiavi di lettura.
Scatti importanti di costruzioni dal design a volte elegante e a volte meno, dalla tecnologia sofisticata o oramai desueta e che a noi occidentali possono apparire anche bizzarre soprattutto per quella capacità interamente giapponese di nipponizzare ogni cosa. I Giapponesi, sia chiaro, non copiano: citano, elaborano, sviluppano, ma non copiano.
I risultati di queste azioni ai nostri occhi europei non sempre ottengono i risultati sperati, ma quando ci riescono l’esito è eccellente. Quel loro adeguarsi allo stile occidentale per meglio aderire allo spirito contemporaneo soprattutto in contesti ufficiali o istituzionali, non è mai completamente passivo, non facciamo l’errore di crederlo appoggiandoci ai soliti stereotipi. Anche lì insiste un lato giapponese che si riflette, per esempio, nell’accompagnare il saluto con un inchino, essenziale per la cortesia e così pienamente nippon style.
Il mio invito è quello di farvi una passeggiata da quelle parti se potete. In questa stagione, poi, il giardino è stupendo. Basta prenotare. L’ingresso è gratuito e il personale molto disponibile. Altrimenti non vi resta che sbirciare su Facebook…
Info mostra Ambiente costruito – guida a un altro Giappone
- a cura di Shunsuke Kurakata, Satoshi Hachima, Kenjiro Hosaka
- Dal 9 marzo al 30 aprile 2026
- Istituto Giapponese di Cultura – Japan Foundation – Via A. Gramsci 74 Roma
- Orari: dal lunedì al venerdì 9:00-12:30 / 13:30-17:00 – Ingresso libero
- Visite guidate gratuite su prenotazione – Il calendario è disponibile su Eventbrite
Di Roma, si considera però cittadina del mondo. Convinta di aver sbagliato secolo, da sempre vive in bilico tra arte e artigianato. Nutre un amore folle per tutte le arti applicate. Nasce infatti come ceramista, ha competenze elevate in tessitura, ma soprattutto ha sviluppato la sua professionalità in campo orafo. Se vuole riposarsi, si dedica al ricamo creativo. Ogni punto, un mantra. Avrebbe voluto prendere un caffè con Marianne Brandt, Yayoi Kusama e Artemisia Gentileschi.




















