Più libri più liberi 2015. O solitude di Catherine Millot e Gli anni di Annie Ernaux

La prima impressione che si ha di Catherine Millot è una delicatezza di espressione, un’aura mistica, da lei spiegato con un acquisito senso di quiete, che è poi la derivazione del silenzio interiore appreso da Lacan, di cui è stata allieva. Sia chiaro – ha detto – il sentimento di quiete non è legato alla religione ma alla percezione della natura.
Per il suo libro O solitude (Iacobellieditore – traduzione D. Mautino), ode alla solitudine, Enzo Di Brango ha coniato il binomio solitudine – moltitudine, mentre Martine Van Geertryjden ha citato dal suo libro una così vasta quantità di cultura (a 360 gradi), fatta di cinema, pittura letteratura ecc. ed autori connessi così vari, da non poter soffrire mai di solitudine.

Infatti l’autrice ha risposto che la solitudine in assoluto non esiste. La solitudine dell’infanzia infatti è quella positiva che aiuta poi attraverso la conoscenza di se a maturare. E l’equilibrio tra solitudine e compagnia accompagna ed è indispensabile in tutti gli stadi e sviluppi della vita. Sulla domanda di Diego Mautino se O solitude è un romanzo od un saggio la Millot ha risposto che l’editore l’ha proposto come un romanzo, ma in fondo è un viaggio in cui l’autrice stessa accoglie altri compagni, psicologi, pittori, registi, ecc. (molte note infatti sono per farli riconoscere).

Inizia così una crociera nel mediterraneo (la sua infanzia) e finisce con una crociera nel mare del Nord a vedere il Maelstrom del racconto di Edgard Allan Poe. Fino a scomparire nella gioia delle cose (Lacan) che fanno a meno di noi. Da Martine van Geertryjden la Millot è stata paragonata ad un’isola che conoscendosi meglio non può che aprirsi e rivolgersi verso il mondo anzi verso l’universo. Christine Millot ha concluso che in presenza d’amore non c’è solitudine, soprattutto se c’è sempre una presenza non troppo distante.

Siamo in attesa del bellissimo incontro dal titolo Vita privata di un tempo, vita privata (o pubblica ndr) di un’ epoca. Chiara Valerio introduce, con una esemplificazione, distinguendo il romanzo dell’’800, che avviene in spazi aperti o in quelli dei salotti; quello del ‘900 più da anticamera (da ascoltare); ed infine il romanzo contemporaneo, come una fotografia della vita in cui il lettore può anche trovare la sua.

E la domanda per l’autrice Annie Ernaux è stata “Nel suo libro Gli anni, tra le memorie personali che le appartengono quante si confondono con le memorie collettive di tutti noi, con i segni lasciati dalle diverse epoche dal 1941 agli anni 2000?” Per la Ernaux bisogna prima chiedersi cos’è la memoria collettiva, bisogna comprendere che parlare di pubblicità, di musica, di politica, di personaggi noti, di televisione ecc. stimola la partecipazione del lettore, lo fa entrare dentro il libro che diviene romanzo privato e pubblico. Elena Stancanelli ha detto che Ernaux attraverso la sua storia arriva ad una storia collettiva, o meglio all’inverso acchiappa la realtà e la mette dentro la sua autobiografia.

L’altra operazione (ed è un gran merito da attribuirle) è stata quella di rimettere al mondo o mantenere nella memoria privata e pubblica (tanti fantasmi) solo scrivendone. La conferma è venuta dal traduttore editore Lorenzo Flabbi (L’Orma) che ha parlato del lavoro impressionante da compiere sulla complessa struttura del racconto della Ernaux, che ha un amore per le parole, per cui usa quelle per far resuscitare il tempo delle vecchie generazioni e poi quelle per esprimere il contemporaneo. Le parole – ha detto –  la Ernaux – che nata in una famiglia di estrazione popolare, con lo studio piano piano orgogliosamente ha imparato la lingua dotta ed ora usa un linguaggio forbito anche se pur sempre volta per volta conquistato.

Gli anni è il ritratto di una donna che cambia in una famiglia che cambia negli anni, intorno ad una tavola rotonda in cerchio. Con rumori come ridere, ballare, cantare, mangiare, mentre arrivano dall’esterno i rumori più forti del mondo. “E tutto è sottratto all’oblio ed al tempo stesso”. Ha concluso Annie Ernaux.

 

Pino Moroni

Pino Moroni

Pino Moroni ha studiato e vissuto a Roma dove ha partecipato ai fermenti culturali del secolo scorso. Laureato in Giurisprudenza e giornalista pubblicista dal 1976, negli anni ’70/80 è stato collaboratore dei giornali: “Il Messaggero”, “Il Corriere dello Sport”, “Momento Sera”, “Tuscia”, “Corriere di Viterbo”. Ha vissuto e lavorato negli Stati Uniti. Dal 1990 è stato collaboratore di varie Agenzie Stampa, tra cui “Dire”, “Vespina Edizioni”,e “Mediapress2001”. E’ collaboratore dei siti Web: “Cinebazar”, “Forumcinema” e“Centro Sperimentale di Cinematografia”.

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