Letteratura inaspettata #15. In cima al mondo, in fondo al cuore di Mario Coppola

Il racconto è tutto in tensione, segue l’andamento di un allenamento intenso. Racconta bellezze e stupori di un’infanzia fatta di piccole genialità incomprese, di una Napoli borghese e mirabile, di genitori difficili da comprendere e che poco lo comprendono, della devozione al kung fu, alla necessità di combattere e di soffrire, della meraviglia della creatività, della costanza, e della natura ispiratrice di ogni forma che verrà trasformata in oggetto o struttura.In cima al mondo, in fondo al cuore (Giunti Editore) di Mario Coppola, architetto napoletano classe 1984 è sì un romanzo generazionale che porta nel mondo inquieto di chi oggi ha poco più di trent’anni, nelle strategie per esserci e vivere, nelle abitudini che  impregnano la visione del mondo, ma è soprattutto la storia dell’autore che a ventitré anni, non ancora laureato, ha l’opportunità di entrare come dipendente nello studio più famoso del mondo, quello dell’archistar Zaha Hadid.

Michelangelo, il protagonista vivrà a Londra fra lo Studio Hadid e le sue improbabili case in affitto sempre come sulle montagne russe emotive. Concentrandosi fino a perdere ogni rapporto con la realtà e deconcentrandosi al punto tale di lasciarsi scappare opportunità straordinarie.

Detta così sembrerebbe il quadro clinico di una persona border line, ed invece è una vita da giovane del nuovo millennio, stritolato dalla morsa del dover dimostrare che quello che gli hanno sempre fatto credere (ovvero che è il migliore) è a realtà.

Conferme che costano scelte, abbandoni, distacchi, paure, incubi e che però appartengono solo a pochi, perché gli altri, quelli che non hanno Zaha Hadid come meta, ma forse solo il bar dove andar a preparare caffè per clienti distratti non hanno neanche il tempo di cedere agli incubi, perché già la vita ne è uno infinito.

Interessante soprattutto il montaggio della scrittura, l’uso dell’euforia come inchiostro che fa montare il racconto che scorre veloce, affamato e goloso, come le vite dei precari che raccontano il nostro presente.

Clarissa Pace

Clarissa Pace

Laureata in lingue e letterature orientali, viaggiatrice e fotoreporter ha vissuto per alcuni anni fra India, Nepal e Sri Lanka per approfondire i suoi studi sull'archeologia e l'arte del subcontinente indiano e come inviata di alcune testate locali. Tornata in Italia comincia a lavorare nell'editoria ma è sempre pronta a riprendere la sua vita nomade e piena di scoperte. Quando non viaggia naviga ininterrotttamente sul web.

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