Il restauro e l’arte della scoperta: colloquio con Valeria Merlini al Festival Per Dire

A colloquio con Valeria Merlini al Festival Per Dire. Un esempio di artigianato al femminile condito da pazienza, passione e voglia di raccontare l’ignoto.
Tra gli appuntamenti del Festival Per Dire, conclusosi da poco alla Pelanda di Roma, la prima edizione di un festival tutto dedicato all’affabulazione, ideato da Fabrizio Russo e dallo staff iperattivo del Bea Entertainment (sì, quelli dell’oramai rinomato Bea Caffè letterario del giovedì a Monteverde), ci siamo soffermati sui racconti dedicati ad un argomento di cui si sente molto parlare ma che pochi hanno avuto occasione di approfondire dal punto tecnico.
Andrea Ballarini, coordinatore ed anima del festival, ha dialogato in tale contesto con Valeria Merlini, una delle più importanti restauratrici delle opere di Caravaggio in Italia, conducendoci alla scoperta dei segreti (e molti aneddoti) di un mestiere…

Hai frequentato ambienti e luoghi esclusivi nel tuo lavoro…

“Lavorando per molti anni in Vaticano, con cui ero abbastanza di casa anche perché il mio maestro era Maurizio De Luca, ho avuto occasione di occuparmi di un restauro negli appartamenti pontifici, un luogo dove solo esserci è veramente straordinario, anche perché nessun dipendente del Vaticano al 90% può mettere piede lì… Avevo una scadenza precisa per la consegna del lavoro, il rientro del Papa da Castel Gandolfo e dovetti muovermi proprio come una formichina laboriosa.
Poi ci fu il restauro della Conversione di Saulo numero uno a Palazzo Odescalchi a Roma: si trattava dell’unico dipinto privato attribuito a Caravaggio, con il lavoro commissionato e retribuito direttamente dalla principessa Odescalchi… Abbiamo eseguito il restauro in loco, anche perché era su tavola di legno, un supporto elastico, labile, leggero: ci siamo così inventate una struttura orizzontale e abbiamo creato un vero e proprio laboratorio… Le tavole sono sempre state difficili da gestire ma la tavola in legno è dotata particolarmente di una forte reattività e assottigliarla (cioè ridurre lo spessore del legno) come fu fatto con questa non fu proprio un’idea funzionale, proprio perché molto sensibile alle avversità atmosferiche… Fu poi imbarazzante lavorare dentro l’appartamento della Odescalchi, perché lei ad un certo punto andò in vacanza, consegnò le chiavi al portiere e a noi il codice dell’allarme… Esiste una responsabilità enorme nei confronti dei capolavori di questo genere, che possiamo definire veri e propri capolavori dell’umanità. Siano esse famose, sia di artisti minori, abbiamo tutti un fortissimo dovere nei confronti delle persone che verranno…”

Che tipo di rapporti si intrecciano ad ogni nuova chiamata?

“La quantità di relazioni che si creano in tutti i lavori di restauro che abbiamo realizzato sono davvero un patrimonio umano. Noi stesse ci districhiamo tra il ruolo di operaie e quello di signore introdotte negli ambienti altolocati.”

Quale approccio e che sentimenti si sviluppano ad ogni intervento sull’opera?

“Il primo momento, intaccare la superficie originale, è forse il momento piu’ forte, emozionante ma anche terrorizzante: non sai mai cosa c’è sotto e quanto lavoro ci sia da apportare. Il restauro è comunque il vero momento in cui si capiscono molti segreti tecnici con i quali l’opera è stata realizzata. Non si tratta di un semplice maquillage ma di un momento in cui puoi fare degli studi importantissimi sulla tecnica, approfondendo come è stata stesa la preparazione o compiendo specifiche analisi radiografiche; in questo la scienza ci dà una mano importantissima… Possiamo mettere insieme una complessa documentazione e possiamo trovare delle risposte univoche a molte domande relative alla tecnica esecutiva o ad altre tipologie di conservazione… Noi restauratori ci appassioniamo alla casistica prima ancora di conoscere il tipo di opera…”

Caravaggio graffiava la pittura con il retro del pennello… In che ambito hai avuto modo di appurare questo?

“Sicuramente un esempio di questa tecnica è rappresentato dalla figura di S. Girolamo, nell’omonimo quadro conservato alla Galleria Borghese. Normalmente i pittori sceglievano un supporto e stendevano una preparazione (superficie sottile di gesso e colla, in linea di massima bianca, poi più scura…), Su questa preparazione il pittore trasferiva la sua idea di pittura, di modo da poterci disegnare e poi dipingere sopra… Tutto questo in Caravaggio non si è mai trovato. Per cui è nata la leggenda metropolitana che non disegnasse ma dipingesse direttamente i suoi personaggi. Ora, da tutta questa leggenda bisogna trovare una giusta via di mezzo: sicuramente sceglieva i personaggi della strada (prostitute, uomini di bottega, etc., ma l’idea del disegno non era totalmente assente… Impostava la scena con il pennello anziché con la grafite. La novità è che si trovano dei tratti incisi lungo la superficie… Sull’intonaco fresco venivano segnati questi parametri, ma era un’operazione assolutamente inedita per la pittura… Questi tratti incisi, come ha spiegato Claudio Falcucci nell’ambito della bella mostra La Bottega di Caravaggio tenutasi qualche anno fa a Palazzo Venezia, servivano ad aiutare gli effetti di luce tipici dell’artista. Sicuramente, quindi,si serviva della luce naturale del Sole, concentrandola in qualche modo particolare. Probabilmente utilizzava degli specchi: raccoglieva in uno specchio convesso la luce e la orientava sul modello in modo da avere un forte ingrandimento – a volte adoperando anche più lenti posizionate in maniera precisa. Se la luce si spostava temporalmente, Caravaggio ruotava lo specchio: per poter poi ritrovare il giusto punto usava quindi delle incisioni come punto di riferimento…. La stessa cosa faceva per posizionare un ingombro, una massa: ad esempio, il braccio del Cristo nel quadro della Odescalchi viene totamente inciso senza essere mai dipinto e sotto il particolare delle mani dipinte di Saulo il naso permane solo per avere una giusta dimensione delle proporzioni fisiche.
Non c’è dunque nulla di improvvisato in Caravaggio, aveva un’idea molto precisa di quello che voleva fare….”

Qual è stata la tua reazione la prima volta che ti hanno chiesto di restaurare un Caravaggio?

“Lo devo a Claudio Strinati, ex sovrintendente che apprezzando il mio lavoro ed ha avuto una grande fiducia in me. E’ successo nel 2010, con la famosa Madonna dei Pellegrini, opera quell’anno doppiamente importante perché era il logo del Giubileo… Si trattò di un restauro aperto: ogni giovedì pomeriggio nella Chiesa di S. Agostino davamo 2 ore di disponibilità al pubblico di vedere come si svolgeva il restauro. Fu molto emozionante: lì capimmo il valore della squadra nel voler partecipare ad una operazione così grande…”

Che valore ha il restauro per l’osservatore di un’opera d’arte?

“E’ molto importante avvicinare le persone al restauro perché è un momento di grande confidenza con l’opera d’arte. Si ricompone la frattura tra osservato ed osservatore e quando tocchi l’opera è come stringere la mano ad una persona. Vedere noi al lavoro ha avvicinato moltissimo i ragazzi delle scuole al restauro in sé ed entusiasmante è stata la partecipazione. Mi ricordo che trovammo sul bordo del quadro un’impronta digitale (un indice, probabilmente) e abbiamo chiesto al responsabile dei Carabinieri addetto al recupero delle opere d’arte di occuparsene ma fu un falso allarme (comunque necessario da controllare). Quando raccontavamo questo aneddoto ad una scuola elementare, un bambino di 8 anni mi chiese “ma se tu l’impronta l’avessi trovata sul bastone del Pellegrino, non pensi che Caravaggio avesse fatto questo apposta per rendere il dipinto ancora piu’ vero?” Per questo cerchiamo il contatto con le nuove generazioni: sono piu’ svegli e intelligenti di ogni insegnamento scolastico…”

La primissima volta che hai restaurato un’opera quando è stato?

“In realtà prima di essere un restauratore autonomo ci si mette 10 anni di lavoro in cui devi guardare moltissimo, avere buoni maestri, ma soprattutto devi essere conscio che certe operazioni non si possono descrivere e devi solo sperimentare. Non c’è un momento in cui cominci in assoluto… gradualmente fai qualcosa. Noi non superiamo mai i nostri maestri perché loro avranno sempre e comunque più esperienza di te…
Ci misuriamo poi moltissimo su interventi passati, su restauri fatti in epoche in cui non esistevano la scienza e la chimica che abbiamo oggi. Allora dovevano utilizzare un metodo violento ed essere così bravi da fermarsi in tempo, come ad esempio il fuoco per togliere le croste da un dipinto…. Spesso, quindi, ci capita di mettere le mani su restauri aggressivi. Dobbiamo infine sempre considerare che i primi restauratori della storia furono gli stessi pittori…”

Che rapporto avete con i falsi?

“Naturalmente bisogna sempre conservare la serietà professionale ma capita a volte che ti dispiace di dire ad un collezionista che ha pagato tantissimo per un’opera che non meritava o che una parte non è conservata bene …”

Che armonia c’è tra falsari, restauratori e antiquari?

“E’ difficile la convivenza, soprattutto se non vogliamo rinunciare all’onestà. Bisogna comunque stare al gioco su cui non bisogna farsi dei film mentali. Esiste inevitabilmente un lavoro di compravendita e ricerca storico-artistica perlustrata nei posti più incredibili… Poi, in questo specifico ambiente, esiste anche un mondo ricco di aneddoti: pensa che su molti dipinti alcuni antiquari hanno fatto cancellare dai restauratori i pavoni perché erano animali considerati portasfortuna…”

L’episodio più anomalo nel tuo lavoro?

“Una volta abbiamo accettato un expertise su un enorme quadro di Canaletto che passava in asse ereditario e siamo state assediate malamente (in realtà il quadro era falso). Attribuire i quadri non compete ad un restauratore: lui può provare solo se la tecnica che si è trovata sul quadro è affine alla tecnica dell’artista che si è prescelto di restaurare…”

Elisabetta Castiglioni

Elisabetta Castiglioni

Laureata in Lettere e dottoressa di ricerca in Storia, teoria e tecnica del teatro e dello spettacolo, è stata per diversi anni cultrice della materia nella cattedra di Metodologia e critica dello spettacolo all’Università La Sapienza di Roma. Iscritta all’Ordine dei Giornalisti del Lazio come pubblicista, ha collaborato per molte riviste e web magazine e attualmente scrive di cultura per “Dazebao”, “Leggere: tutti” e “artapartofcul(ture)". Curatrice artistica di alcune manifestazioni e rassegne culturali, ha lavorato come promoter musicale per artisti, music club, festival ed etichette discografiche. Dal 2001 è titolare dell’agenzia a suo nome specializzata in promozione, ufficio stampa e pubbliche relazioni.

Commenta

clicca qui per inviare un commento