Di ritorno dal Fronte. 15 Biennale di Architettura di Venezia – #2 Giardini

In occasione della conferenza stampa d’apertura e in considerazione degli argomenti messi al centro dei lavori, ci siamo rivolti alle due principali personalità di riferimento della 15. Biennale di Architettura di Venezia, il Curatore Alejandro Aravena e il Presidente Paolo Baratta, per porre il focus su due interrogativi sostanziali: la distinzione tra temi “alti” con committenti prestigiosi per i quali sviluppare progetti iconici e temi “minori” che si possono risolvere con risposte preconfezionate, è ancora attuale? e la strategia più efficace per diminuire la distanza tra l’architettura e le persone, nell’epoca post-archistar, è per forza l’adozione di un basso profilo?

Il loro apporto nella discussione che questa Biennale ha aperto è molto stimolante. In sintesi Aravena afferma che non devono intervenire pretese di superiorità da parte di chi si occupa di temi sociali, inoltre è necessario rendere indipendente la qualità delle risposte dalla scarsità dei mezzi, poiché spesso l’abbondanza rischia di portare con sé povertà di significato.

Paolo Baratta poi, ci ricorda che all’attuale, c’è grande disponibilità di spazi costruiti da rivitalizzare per mezzo d’interventi di piccola entità, applicati con capacità e intelligenza e sottolinea che più ridotti sono gli interventi, più alta dev’essere la loro qualità.

Le risposte ricevute trovano continua conferma nelle motivazioni dei premi assegnati dalla Giuria Internazionale: 

Leone d’oro per la migliore Partecipazione Nazionale alla Spagna – UNFINISHED – per l’accurata selezione di architetti emergenti il cui lavoro dimostra come l’impegno e la creatività possano superare i limiti materiali e di contesto. (GIARDINI)

Menzione speciale come Partecipazione Nazionale al Giappone – EN: ART OF NEXUS – per aver trasformato la densità in un’occasione poetica per produrre coesione sociale e modelli alternativi di vita collettiva. (GIARDINI)

Menzione speciale come Partecipazione Nazionale al Perù – OUR AMAZON FRONTLINE – per aver portato l’architettura in un angolo remoto del mondo, facendone un luogo per l’istruzione e allo stesso tempo un mezzo per tutelare la cultura amazzonica. (ARSENALE, SALE D’ARMI)

Leone d’oro per il miglior partecipante a Gabinete de Arquitectura (Solano Benítez; Gloria Cabral; Solanito Benítez – Paraguay) per aver messo insieme materiali primari, semplicità strutturale e lavoro non qualificato, per portare la qualità dell’architettura a comunità che ne erano escluse. (GIARDINI, PADIGLIONE CENTRALE)

Leone d’argento per un promettente giovane partecipante a NLÉ (Kunlé Adeyemi – Olanda) per aver dimostrato con forza che l’architettura, iconica e allo stesso tempo pragmatica, è uno strumento per amplificare l’importanza dell’istruzione, a Lagos così come a Venezia. (ARSENALE, GAGGIANDRE)

Menzione speciale a Maria Giuseppina Grasso Cannizzo (Italia), per la perseveranza nel ricorrere all’integrità della disciplina per trasformare il quotidiano in progetti di architettura capaci di andare al di là del proprio tempo. (GIARDINI, PADIGLIONE CENTRALE)

Se seguiamo il percorso tracciato dai progetti premiati, dopo aver visto all’Arsenale la scuola galleggiante di Kunlé Adeyemi e il padiglione del Perù, riprendiamo la già citata scala di Maria Reiche per spostarci all’altra sede della Biennale, i Giardini e individuare nuovi elementi che compongono il disegno generale dell’esposizione.

Per superare la scarsità, che si tratti di mezzi, materiali e tecnologia, spazio o addirittura di committenti e occasioni, l’architettura può fare la differenza, come dimostra il progetto Unfinished presentato al Padiglione Nazionale della Spagna (Leone d’Oro). Il passato boom edilizio ha generato numerose rovine contemporanee, abbandonate per mancanza d’interesse o di risorse. Gli interventi presentati dal team spagnolo affrontano il tema del paesaggio architettonico preesistente e dell’incompiuto, considerandolo non come criticità, ma al contrario, come l’occasione per lasciare un’impronta importante, seppure transitoria, nella storia di una struttura in evoluzione permanente, in contrasto con le architetture congelate, alle quali i media dedicano forse eccessive attenzioni.

Anche la Francia si confronta con l’impossibilità di creare edifici ex novo. Il progetto esposto al Padiglione Nazionale dal titolo New Riches, parte dal presupposto che le crescenti disuguaglianze e la concorrenza metropolitana globalizzata, hanno posto limiti e concentrato ricchezza e attenzione solo su alcuni fronti, mentre come afferma l’installazione all’ingresso del padiglione stesso, “l’architettura interessa tutti” e quindi il nuovo ruolo dell’architetto è rivelare e fertilizzare valori e risorse latenti, insospettate ricchezze presenti ovunque nel territorio.

L’urbanizzazione continua, l’espansione e densificazione delle città costringono ad occuparsi della carenza di spazio. L’allestimento della Cina all’interno del Padiglione Centrale pone al centro dell’analisi le città, non solo come agglomerato di case, ma come fonti di lavoro, istruzione, salute e svago, opportunità delle quali tutti devono poter godere. La città è un bene comune che deve continuare ad espandersi ed accogliere persone, migliorare la qualità della vita degli abitanti e facilitare la creazione di relazioni interpersonali: non ci si deve limitare a densificare il costruito, ma è necessario moltiplicare gli spazi aperti, i servizi e le attività legate al tempo libero.

Analogo è il fronte analizzato dal Giappone con En: art of nexus (Menzione Speciale). Le tipologie residenziali sviluppatesi nel secondo dopoguerra rispondevano alla necessità della famiglia tradizionale: appartamenti o case indipendenti costituivano cellule autonome, dove gli abitanti potevano vivere a prescindere dai rapporti di vicinato, così da ridurre al minimo il rischio di tensioni. Gli ultimi mutamenti economici, però, hanno generato un aumento della disoccupazione e delle famiglie mononucleari; questo, unito agli effetti del terremoto del 2011, ha fortemente modificato le abitudini e le necessità dei cittadini. I progetti presentati hanno considerato i diversi tipi di relazioni che s’instaurano tra le persone, le cose e tra le persone e le cose. Identificando nuovi modi di fruire gli spazi privati e pubblici, emerge la necessità di individuare ambienti comuni e di transizione che favoriscano i legami, confermando così che la buona architettura genera i luoghi del vivere.

Rimanendo in Estremo Oriente, troviamo The FAR game (FAR: Floor, Area, Ratio), Padiglione della Repubblica di Corea che suggerisce la condizione dell’architetto-funambulo, costretto a destreggiarsi in arditi equilibrismi per rispettare le rigide e inflessibili norme urbanistiche e al contempo, soddisfare la richiesta del committente di massimizzare i guadagni aumentando la superficie utile degli edifici. Il gioco si vince con la creatività, che sfrutta le condizioni imposte come stimolo per ottimizzare l’uso del suolo.

L’architetto inglese Richard Rogers, famoso per l’applicazione della tecnologia avanzata all’edilizia residenziale, ci ricorda che, a differenza dei sistemi efficienti chiusi, l’Architettura deve favorire l’espressività individuale ed essere flessibile rispetto alle predilezioni e alle esigenze umane. Nel suo progetto presentato al Padiglione Centrale, spicca il concetto di inefficienza spaziale. In un grande edificio dove i moduli abitativi sono dislocati attorno al nucleo centrale che ospita i servizi primari e la circolazione verticale, introduce alcuni vuoti, aree libere, spazi esterni visti come momenti d’incertezza, necessari al completamento di ambienti abitativi vitali.

Ed ecco che si scorge il disegno generale di questa Biennale: evidenziare l’importanza dell’Architettura nella vita quotidiana, in tutte le situazioni in cui può fare la differenza e raccontare l’impegno di chi la esercita per risolvere con creatività, intelligenza e bravura i più svariati problemi.

Il Padiglione Nazionale del Belgio si sofferma proprio sul concetto di bravura (Bravoure) associandolo a quello di scarsità. Tredici frammenti architettonici a dimensioni reali dimostrano come altrettanti architetti abbiano accolto la sfida generata dalla crisi economica, rispondendo con competenza. Analoga impesa di bravura è quella di Solano Benítez in Paraguay (Leone d’Oro), il quale ha trasformato la carenza in abbondanza applicando tecnica e fantasia per sfruttare i due elementi più economici e facilmente reperibili: i mattoni e la manodopera non specializzata. Il sapiente utilizzo di materiali low-tech permette di impiegare nel settore edile persone non formate, rispondendo contemporaneamente alla necessità di edifici e a quella di occupazione, date dalla pressante urbanizzazione di alcune aree del mondo.

La mancanza di grandi opere alle quali applicare la bravura, non ha impedito a Maria Giuseppina Grasso Cannizzo (Menzione Speciale) di impegnarsi nella ricerca di nuova linfa per riconquistare l’Onore Perduto dell’Architettura. I suoi progetti di piccola scala, in Sicilia, combattono la monotonia e la mediocrità dell’ambiente urbano, come le zanzare dell’economista Manfred Max-Neef che, agendo di comune accordo, soffocano il pachiderma. Questo lavoro ci pare esprimere concretamente quanto affermato dal Presidente Baratta, cioè che gli interventi a scala ridotta possano essere l’antidoto alla banalità, permettendo un maggior controllo del progetto e più alti standard qualitativi.

L’onore perduto dell’Architettura, o meglio dell’intero settore edile, dalla progettazione all’esecuzione, è la frontiera su cui si concentra il Padiglione Nazionale della Polonia, dal titolo Fair Building. In un momento storico in cui, pur nell’imperante consumismo, si è sempre più attenti all’acquisto di prodotti provenienti dal mercato equo, i curatori si chiedono se quest’attenzione possa coinvolgere anche l’Architettura e presentando racconti e testimonianze di chi opera direttamente nel processo di costruzione, riflettono su come rendere il cantiere non solo un luogo efficiente ma anche equo.

Inaspettati campi di applicazione della disciplina architettonica sono rappresentati dal Padiglione Nazionale dell’Olanda, Blue: Architecture of UN peacekeeping missions, dove la curatrice Malkit Shoshan partendo dal contributo progressista dei Paesi Bassi alle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, propone di aggiungere a Difesa, Diplomazia e Sviluppo (i tre punti individuati dall’ONU nelle “Linee guida per un approccio integrato”), la Progettazione che permetterebbe di trasformare le basi da fortini chiusi a centri catalizzatori per lo sviluppo locale.

Abbiamo poi l’Architettura Forense, presentata da Eyal Weizman che utilizza in modo inverso le regole della Scienza delle Costruzioni per analizzare la scena di crimini avvenuti in luoghi di guerra e partecipare a scoprirne cause, intenzioni e colpevoli.

Concludiamo riconoscendo che questa Biennale rappresenta l’ampio spettro di intervento dell’Architettura in grado di occuparsi di mondi lontani, in apparenza privi di punti di tangenza, ma in realtà indissolubilmente legati da noi, dalla nostra esistenza e presenza. L’Architettura agisce in tutti questi ambiti per il suo intrinseco valore olistico di ultima sopravvissuta tra le discipline rinascimentali, dove l’aspetto umanistico compenetra e completa quello tecnico e scientifico, al fine di rispondere alle necessità dell’uomo nella sua interezza.

Informazioni per il pubblico

  • Sedi, date e orari di apertura
  • Venezia, Giardini – Arsenale, 28 maggio > 27 novembre 2016
  • Orario 10.00 – 18.00
  • Chiuso il lunedì (escluso lunedì 31 ottobre e 21 novembre)
  • Catalogo: Marsilio Editori
  • Sito web: www.labiennale.org
  • Informazioni: promozione@labiennale.org
  • Tel. +39 041 5218828
  • (lun > ven 10.00 – 13.00 e 14.00 – 17.30; sab 10.00 – 13.00)
Federica Casetti

Federica Casetti

Nata a Ferrara, a 5 anni realizza la sua prima casa delle bambole con spezzoni di travi in ferro; dal 1992 al 2006 vive a Venezia dove si laurea in architettura. Nel 2008 dopo un internship presso lo Studio Asymptote di New York rientra a Venezia, all' Università IUAV, dove lavora come assistente alla didattica nel corso di Architettura degli Interni. Attualmente è tornata a Ferrara dove prosegue l’attività di Architetto e Designer nel suo studio tra i tetti della città medioevale.

Cristina Villani

Cristina Villani

Vive a Bologna, dove lavora come logopedista al Servizio di Neuropsichiatria Infantile occupandosi prevalentemente di disturbi della comunicazione, del linguaggio e dell'apprendimento, è appassionata da sempre di Arte, in qualunque forma si presenti. Da alcuni anni ha iniziato un percorso nel campo della fotografia

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