Post-requiem per Maurizio Cattelan a Parigi

Cinque anni dopo la mostra All al Guggenheim di New York, una raccolta di tutta la sua produzione presentata al pubblico senza gerarchie, preferenze o differenze di sorta con la quale annunciava il suo ritiro, a la Monnaie de Paris siamo alla presenza di una mostra post-requiem che fa davvero i conti con la morte dell’artista. Not Afraid Of Love raccoglie una ventina di opere tra le più significative della carriera di Maurizio Cattelan presentate al pubblico come una vera e propria retrospettiva.

Tutta la mostra è nelle mani degli spettatori, nei loro occhi e nella loro interpretazione, a cui si aggiungono anche gli sguardi di una quarantina di personalità in varie discipline (arte, psicologia, filosofia, etc.) chiamate ad esprimere una propria opinione sulle opere. Chi pro e chi contro. Come sempre di fronte alla produzione dell’artista padovano. Esattamente ciò che Cattelan ama. La fuga da se stesso. È la danza che ha sempre ballato e fatto ballare agli altri. Perché sa di essere in un sistema in cui gli artisti non possono rifiutarsi di ballare. Scrive Tibor Fischer in un suo romanzo riferendosi ai filosofi morti: «È proprio questo lo svantaggio di essere morti e pubblicati: si deve restare aperti a tutte le ore. Ingresso libero. Chiunque può entrare, fare commenti idioti o sprezzanti e fermarsi quanto vuole. Una specie di occupazione testuale.». Morendo anticipatamente invece Cattelan può ancora divertirsi ad osservare tutto ciò che la sua arte scatena senza avere l’onere, semmai lo abbia avuto, di doverlo difendere. Perché una verità netta nelle sue opere non esiste, e se esiste può esistere solo in rapporto alla menzogna. Da qui la tensione insita in ogni sua opera: l’oscillazione costante di significati in un balletto continuo di opposti che non si combattono ma si abbracciano amorevolmente.

È così che guardiamo La Donna (Senza titolo, 2007) crocifissa nella cassa: ispirata alla famosissima fotografia di Francesca Woodman sospesa per le braccia, apre la riflessione al tema del suicidio. Alzando lo sguardo vediamo Novecento (1997), monumento equestre stanco per battaglie ormai passate. Nel salone accanto giganteggia su un tappeto rosso la statua di Giovanni Paolo II colpito dal meteorite. La Nona Ora (1999) ha perso ormai tutti i significati provocatori a lei attribuiti e, dall’etichetta di opera anti-cattolica e blasfema di un tempo, fa oggi intuire il suo vero significato: anche il potere più alto è vulnerabile. La contemplazione viene interrotta da improvvise rullate di tamburo. In alto Il Tamburino (Senza Titolo, 2003) ci ricorda che Cattelan è un bambino che non vuole crescere. Più avanti troviamo Others (2011) i piccioni esposti alla biennale in compagnia di Mini-Me (1999), il suo piccolo alter ego, e la famigliola dei labrador con pulcino (Senza titolo, 2001). Nella stanza successiva il viso di Cattelan sbuca dal pavimento (Senza titolo, 2001); ma più che per rubare qualcosa in quel luogo deputato alla produzione di denaro sembra essersi perso ed essere capitato lì per caso. Come nel mondo dell’arte. Andando avanti vediamo Charly don’t surf (1997): la statua di un bimbo seduto al proprio banco di scuola inchiodato lì per la mani da due matite. Successivamente nel percorso incontriamo un altro cavallo con la testa conficcata nel muro (Senza titolo, 2007). Un trofeo inverso o una fuga non riuscita? Nella stessa sala la banalità della forma di Lessico Familiare (1989) fa tenerezza. Un autoritratto fotografico in bianco e nero in una cornice d’argento mostra Cattelan giovane che disegna un cuore con le mani. Nella sala accanto ammiriamo All (2009), nove sculture in marmo di Carrara che omaggiano il Cristo Velato di Giuseppe Sammartino. La differenza è che sotto quei veli ci può essere di tutto perché afferma Cattelan: «È più interessante suggerire l’idea della morte che mostrarla».

Termina il percorso espositivo Him (2001). Ci avviciniamo da dietro e ci sembra un bambino in ginocchio. Non sappiamo se preghi o sia in punizione a causa di qualche marachella. In ogni caso ci provoca un sentimento di pietà. Pietà che viene immediatamente dimenticata quando vediamo il suo volto: è Adolf Hitler. La vista della personificazione del male e il contrasto con la forma infantile ci costringono realmente a fare i conti con la (im)possibilità dell’assoluzione e del perdono.

Invitandovi a guardare la nutrita galleria fotografica allegata poiché in mostra ci sono molte più opere di quelle citate in questo articolo, concludo affermando che Chiara Parisi, curatrice dell’esposizione, ha progettato e poi allestito nei saloni situati al primo piano della Monnaie una mostra intima, melanconica e commovente. La provocazione suscitata un tempo da quelle opere lascia oggi spazio solo ad una profonda riflessione. «Una semplice provocazione viene dimenticata in due giorni mentre un’opera riuscita durerà per molto più tempo» dice Cattelan e il pensiero mi sembra più che mai condivisibile alla luce di questa retrospettiva.

Così, dal momento che le sue opere continuano a farci riflettere anche dopo la sua morte, rendo omaggio al mockumentary diretto e sceneggiato da Marco Penso con Elena del Drago salutandovi con la seguente formula: «È morto Cattelan! Evviva Cattelan».

Info

Massimo Rosa

Massimo Rosa

Massimo Rosa è curatore d’arte ed ha diretto alcune gallerie italiane. Ama l’arte contemporanea e la filosofia. Attualmente vive a Parigi.

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