Domenico Antonio Mancini. Arte e Politica, social-controllo e periferie. Da Lia Rumma. Con intervista all’artista

Tra gli artisti più interessanti del panorama artistico italiano, il napoletano Domenico Antonio Mancini (classe 1980) torna nella sua città natale per questa sua seconda personale nella galleria di Lia Rumma a Napoli. Il progetto è concepito partendo da una riflessione sull’idea di rappresentazione del paesaggio, da cui l’intervento installativo mutua il titolo: Landascape. Siamo stati accolti dall’artista in anteprima per porgli qualche domanda sulla genesi di questo nuovo, interessante lavoro.

La periferia vi guarda con odio @Danilo Donzelli Photography. Courtesy Galleria Lia Rumma, Milano – Napoli

Mi parli di questo titolo, Landascape? Quando nasce, qual è la riflessione che intendevi veicolare attraverso questi lavori? A cosa fanno riferimento questi links che hai dipinto ad olio su tela che vedo disposti in sequenza a parete?

“Sono indirizzi di Google Street View.”

Quindi se digito questo codice nella barra degli stumenti ricerca in Internet, otterrò l’immagine di un luogo?

“Esatto. Street View ha la stessa funzione che avevano i dipinti di paesaggio del XIX secolo. Il museo in quel periodo storico era il luogo nel quale gli spettatori avevano la possibilità di viaggiare da fermi e vedere luoghi non sempre facilmente raggiungibili. Nel secolo che stiamo prendendo in considerazione c’era una grande differenza per esempio, nella pittura di paesaggio e nella veduta. E su questa differenza si giocava la responsabilità assunta da colui o colei che realizzava il dipinto.”

La veduta era una visione di ciò che il pittore aveva innanzi; il paesaggio era una sua interpretazione. Nel paesaggio contemporaneo, fruibile tramite street view, non c’è più l’occhio e la mente di un autore, si tratta di pura rilevazione, è in buona sostanza una macchina che si sposta sul territorio e rileva una serie di immagini del territorio stesso.

Si aprono così, una serie di riflessioni relative alla produzione e fruizione dell’immagine. Per esempio da chi e perché è stato scelto, ed in qualche modo predeterminato, ciò che guardiamo mediante l’utilizzo dei dispositivi tecnologici.

E’ la tecnologia stessa che detta le modalità della costruzione delle immagini: come devono essere prodotte, con quali caratteristiche, assecondando i gusti dei fruitori. E questa riflessione ne apre un’ altra ancora più complessa: noi pensiamo di essere liberi nell’utilizzo di queste tecnologie, ma è un’illusione. Pensa ai social per esempio, noi siamo il loro strumento, non l’inverso.”

Puoi spiegarmi meglio?

“Tutte le ultime vicende degli scandali legate ad alcuni social networks, ci hanno chiarito che il social non risponde alle nostre necessità, bensì ad altre.”

Quali?

“Per esempio alle necessità della profilazione degli utenti, per vendere prodotti, orientare scelte che talvolta possono avere anche un notevole impatto politico.

Non è, questa mia, una tesi cospirazionista – non sono un cospirazionista – ma è un dato di fatto. Nonostante l’indagine che ha evidenziato le attività illecite della Cambridge Analytica, noi pensiamo ancora che i Social Networks che utilizziamo con tanta leggerezza, possano essere uno strumento di libertà? Paradossale, non ti pare?

Tornando ai temi della mostra, ritengo che la tecnologia detti le modalità della produzione delle immagini. Non dò un giudizio di merito, la mia è una acquisizione di un inequivocabile dato di fatto. 

Anche del meccanismo di controllo che si attua attraverso la profilazione, non dò un giudizio di merito, ma di fatto esiste, ed è stato dimostrato molto bene qual’ è la sua funzione e il suo obiettivo.”

Come ci si difende dall’ipercontrollo dell’esperimento tecnologico? Spegnendo i dispositivi?!

“Nemmeno. Non possiamo più staccare la batteria dai dispositivi che abbiamo tra le mani, per esempio, non possiamo più disattivarli. Bisognerebbe rinunciare alla società civilizzata per come la conosciamo e andare a vivere su un’altura senza niente (ride NdR).”

In centro Africa, dove non sono arrivati questi dispositivi, non hanno di questi problemi?

“Ne hanno altri: vengono per esempio depredati e massacrati per fare in modo che la società civilizzata possa utilizzare questi dispositivi.

Il corten  (acciaio utilizzato per i componenti dei PC e degli smartphone, NdR) viene preso in Africa oppure in Venezuela, dove le multinazionali ambiscono ad arrivare ed operare.”

Landscapes exibition view @ Danilo Donzelli Photography. Courtesy Galleria Lia Rumma, Milano – Napoli

Quali sono le riflessioni che ti hanno spinto a selezionare i quadri di paesaggio della Scuola di Posillipo, provenienti dal Museo Civico Gaetano Filangieri di Napoli?

“Ho scelto visioni di paesaggi stereotipate per i miei lavori. L’immagine di un paesaggio dipinto da Anton Sminck van Pitloo diventa, nell’immaginario collettivo, il luogo stesso.

“La cattedra di pittura di paesaggio di cui era titolare il pittore olandese, è stata la prima cattedra di paesaggio in Italia. Dovendo pensare ad una mostra, a Napoli ho pensato che questa potesse essere una problematica interessante su cui lavorare.

Le mie opere si riferiscono a visioni di paesaggi di periferia, non solo della città di Napoli. In questa prima stanza, sono presenti lavori, su via Argine, Ponticelli, del rione Traiano e del rione Luzzatti, ma nella stanza accanto ci sono lavori anche sulla periferia di Milano, Palermo e Catania. Quando si tratta di periferie, bisogna essere molto attenti a non scadere nel dato di cronaca, che a me non interessa rendere, perché non sono un cronista, non sono un narratore e non intendo narrare nulla. Il mio è un lavoro diverso. In fin dei conti in questi lavori, non te la sto neanche mostrando la periferia, sei tu che ci devi andare in periferia. Tu visitatore intendo. Io ti dico che qui c’è un grandissimo problema irrisolto. Il dramma dell’omologazione, che non è solo visiva, ma storica, architettonica, antropologica, sociale.

Si ha un’immagine stereotipata della periferia. E’ lì, ma non si vede, o non la si vuol vedere? E’ da quando sono stati creati questi ghetti senza infrastrutture, collegamenti, servizi e possibilità d’impiego, che il problema, non solo non è stato risolto, ma non è stato nemmeno, alla lontana, affrontato, se non in alcuni sporadici momenti a fini elettorali…

E oggi il problema delle periferie è la risultante di una commistione di elementi: il disinteresse dello Stato da un lato e l’affarismo dell’antistato dall’altro”

A tuo modo di vedere, attualmente, che qualche collegamento è stato implementato, sta cambiando la situazione rispetto agli scambi tra centro e periferia?

“Di certo un cambiamento c’è stato, ma non sempre in meglio.

Le persone ghettizzate e abbandonate per anni, quando hanno finalmente i mezzi per arrivare in centro, che dovrebbe essere il luogo del loro riscatto sociale ed estetico, trovano una città stravolta dal lento processo di turistizzazione, con un’offerta che consiste quasi esclusivamente in cibo non sempre di qualità, oggettistica ed abbigliamento di veloce consumo, e di una visione oleografica del vivere comune che niente ha a che fare con l’aspetto e l’identità reali dei luoghi. E Napoli purtroppo ne è un esempio, con la crescente difficoltà per le persone comuni di abitare il centro, si rischia di fatto che venga meno la convivenza di diversi ceti sociali, all’interno di uno stesso perimetro territoriale, che potrebbe essere l’esempio virtuoso da proporre nel rapporto tra centro e periferia.

Dagli anni ’80 in seguito ad una crescente richiesta che risolvesse l’emergenza abitativa dovuta anche alla tragedia del terremoto, le persone sradicate dal proprio territorio sono state relegate in aree che di fatto sono diventate dei ghetti. Si è fatto in modo che non ci fosse più scambio tra periferie e centro cittadino, e volendo ampliare il discorso anche tra paesi limitrofi e grandi metropoli.”

La tua è un’istanza politica…

“Certo che lo è.

Cosa ha generato tutto questo se non scelte politiche a dir poco scellerate degli ultimi 50 anni? Non è mia intenzione additare questa o quella amministrazione, locale o nazionale, ma di sicuro prendere delle persone, sdradicarle dal loro territorio d’origine e relegarle in un ghetto, è un’azione con una precisa responsabilità politica. Se si crea un luogo come il Corviale a Roma, per esempio, che altro non è che un serpentone architettonico in mezzo al nulla, in piena campagna, mal collegato e con pochi servizi ai cittadini, quali condizioni sociali si pensa di generare? Si tratta di una sorta di Alcatraz su terraferma  ed è solo uno tra tanti esempi che si potrebbero fare tra le storie dell’edilizia popolare in Italia. Io al riguardo non ho soluzioni, non è il mio lavoro – il mio lavoro consiste nel porre questioni – questo dovrebbe essere il lavoro della politica, che resta una bellissima parola, che rispetto profondamente.”

Ci spostiamo nell’ultima stanza del percorso installativo che ospita altri quattro dipinti di paesaggi della fine del XIX ed uno del XVIII secolo. Tutti questi quadri sono illuminati da una luce rossa, che è l’opera che chiude il percorso, una scritta che l’artista ha letto sul muro di una periferia milanese, ed ha scelto di riprodurre a parete utilizzando il neon.

Commenta l’artista:

“Questa frase è stata cancellata, oggi ne è rimasta traccia solo nell’immagine scattata dalla macchina, visibile su street view”.

La frase scelta è lapidaria, inequivocabile, luminosa e illuminante: “La periferia vi guarda con odio”.

Marina Guida

Marina Guida

Marina Guida si laurea in Conservazione dei Beni Culturali ed Ambientali, presso L’Istituto Universitario Suor Orsola Benincasa di Napoli, (città natale dove vive e lavora) con una tesi sulla ricezione critica delle opere di Robert Mapplethorpe in Italia.
Frequenta i seminari e gli incontri dell’arte tenuti presso il centro di Documentazione Filiberto Menna di Salerno, moderati Dal Prof.Angelo Trimarco e dalla Prof.ssa Stefania Zuliani.
Critico militante, curatore indipendente, redattore free lance, collabora con diverse riviste d’arte contemporanea e periodici d’arte e cultura, scrivendo recensioni delle mostre ed articoli di approfondimento, firma saggi e testi critici per cataloghi di progetti espositivi in spazi privati.

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