Il futuro dell’arte italiana #2 – Conoscenza, Complessità, Etica. L’arte italiana deve ricominciare da qui.

“Fondare biblioteche è come costruire ancora granai pubblici, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che, da molti indizi, 
mio malgrado, vedo venire”.
Marguerite Yourcenar,  Memorie di Adriano

Accolgo con piacere l’invito lanciatoci da Barbara Martusciello due settimane fa a proposito del futuro dell’arte italiana.

Molti sono gli articoli usciti nel frattempo, alcuni anche prima, dove un coro di voci si è levato finalmente a favore di una politica che salvaguardi soprattutto l’arte italiana contemporanea, tanto tralasciata negli ultimi vent’anni, da preferirle qualsiasi altro fenomeno, suonasse pure da baraccone, invece di soffermarsi su quanto stava accadendo o era accaduto da noi.

Se si vuole ripartire dall’arte italiana aggiungerei ai molti altri che sono intervenuti, in questa o in altre sedi, anche il mio punto di vista, senza che ciò significhi arroccarsi su posizioni puramente difensive, che considero inefficaci, ancor prima che miopi e sbagliate.

Il primo motivo è la conoscenza che per essere tale, deve essere sempre tangibile e non presunta, documentabile e allo stesso tempo viva, proprio come lo sono o lo state le persone che hanno creato opere e concezioni. Quasi tutti gli esperti di una materia, con eccezioni rarissime, appartengono alla stessa cultura su cui lavorano. Nessuno ha l’opportunità di fare un’esperienza di prima mano se non si confronta da vicino e in una lingua che gli è propria, con i soggetti che deve studiare.

Il secondo riguarda il valore inestimabile della complessità. L’arte italiana, che annovera come sue peculiari alcune delle maggiori espressioni dell’avanguardia mondiale, ha risposto, anche a fenomeni scaturiti altrove, con un’autonomia che è il frutto della varietà di spunti con cui, a partire dall’antichità, ha potuto confrontare l’eterno pensiero dell’arte, allargandone il senso e producendo quindi capolavori di qualità e di sostanza, in una propria significativa declinazione, offrendo sempre e comunque alla contemporaneità un contributo originale, perché particolarmente ricco e complesso. Non a caso, forse, nessun artista italiano è mai stato veramente seriale.

Il terzo motivo ha a che vedere con la molteplicità che è il segno in cui si manifesta, paradossalmente, la nostra identità, un fatto che le ha permesso di non arrestarsi mai nel pensiero e nella creazione, in quanto capace di accogliere, assimilare e integrare altre culture, grazie a una peculiare magnanimità, tolleranza e comprensione. Lo dice l’incredibile paesaggio che ci circonda, dove da nord a sud si mescolano accenti di popoli tanto diversi che hanno trovato, tuttavia, accoglienza e integrazione in un’armonia feconda, stabile, insostituibile.

Riassumendo, i motivi sostanziali per cui ritornare sui nostri passi e a noi stessi, trovo innanzitutto:

1. La necessità di sostituire a una vuota divulgazione la conoscenza e il sentimento critico.

2. Il bisogno di difendere la complessità, laddove ci viene proposta, oggi, la semplificazione, l’omologazione, l’uniformità, in maniera sempre più incalzante, giacché cultura è saper distinguere le differenze e maggiore è questa capacità, più alto si rivela il livello culturale.

3. L’opportunità di valorizzare la capacità di integrare culture, popoli e linguaggi, responsabile non solo di una mera sopravvivenza di tradizioni, ma di un’evoluzione in chiave di flessibilità e inclusione, caratteristiche proprie della cultura che è frutto, da sempre, del dialogo con altre culture, religioni e costumi.

Radici tanto stratificate e antiche quanto le nostre, dove non esiste momento storico, sin dall’antichità, che non abbia lasciato un segno, non rischiano di estinguersi, ma offrono, semmai, spunto e alimento a quanti le avvicinano, restando a prova di qualsiasi colonizzazione.

Chi è ricco d’arte è ricco di futuro, ma oggi bisogna aggiungere a questa coscienza un pizzico di competitività in più, e soprattutto la creazione di indispensabili organiche strutture che consentano anche d’individuare per tempo e di promuoverli nuovi talenti.

Quanto tempo ha messo la serena coscienza di essere gli eredi di una grande ricchezza ad accorgersi che ciò che passava sotto la forma di un aggiornamento, era spesso un impoverimento, e che l’illusione di espandersi attraverso la macchina divulgativa, costituita da pubblicità, media e comunicazione erano spesso un abbaglio, una disinformazione o, persino, la falsificazione di valori?

Dovremo chiederci, quale è la ragione per cui l’arte contemporanea italiana sopravvissuta a tante vicissitudini – il fascismo, gli ostracismi del Partito comunista e della Chiesa cattolica, la scarsità d’investimenti pubblici e privati – grazie alle ricorrenti lotte degli artisti e di una critica agguerrita, a istituzioni dove brillava l’intelligenza e l’oculatezza di avveduti funzionari – basti citare quella di Palma Bucarelli, a Roma – di Enti nazionali ed internazionali autonomi come la Quadriennale Nazionale e la Biennale di Venezia, proprio quando l’interesse per il contemporaneo si è diffuso, gli stanziamenti economici sono stati incrementati, la quantità di musei, gallerie e fondazioni del settore ha iniziato a non contarsi più, ha cominciato progressivamente a scivolare dietro a un vetro appannato, tanto da restarne, in pratica, offuscata.

Strutture più fragili, tenori di vita inferiori a quelli del nord europeo, appena istituito l’euro, senza adeguate misure di contenimento dei prezzi, non hanno retto sul piano di quell’equivalente universale che si chiama danaro, determinando in Italia una disparità di scambi, facendo sì che la libertà di circolazione sia andata a profitto di mercati più forti e di migliori condizioni di vita.

La merce straniera è apparsa subito più scintillante, più attraente e sicura della nostra, sul piano degli investimenti, facendo scendere immediatamente la richiesta di quella italiana. Il clima sempre più caotico di valori, che non sembravano più tali a chi non aveva preso l’abitudine di considerare superiore il valore del mercato rispetto a quello morale, spirituale e umano dell’opera d’arte, ha spinto molti artisti e la categoria di critici provenienti dalla storia dell’arte – che non ha mai scelto di fregiarsi del titolo di curatore per quanto in grado di curare una mostra – a ritrarsi, ritenendo spesso inutile competere a livelli tanto impropri. Il desiderio di assentarsi dalla mischia ha sostituito così, a poco a poco, quello di entrare in gioco per dire la propria, quando troppo spesso sarebbe suonata inefficace e ha determinato una penosa situazione di silenzio-assenso che ha impoverito il dibattito, l’analisi e il controllo di quelle istituzioni, che si mantengono, va ricordato, anche con il nostro contributo.

Musei, gallerie private, luoghi deputati dell’arte, inebriati dal succedersi delle inaugurazioni, come non se ne fossero neanche accorti hanno continuato a ricevere ammirate recensioni dalla ben oliata macchina comunicativa, sempre pronta a fare segnalazioni.

Partecipando a un convegno, verso la fine degli anni ottanta, per sondare quali misure lo stato mettesse a disposizione degli artisti per sostenerli, mi capitò di esprimere un giudizio, che chiamava in causa anche il nuovo modo di esporre le opere nei musei:

“Da quando l’eguaglianza vantata dai futuristi arte = vita è stata sostituita da quella arte = merce, anche i musei hanno smesso di ritenere importante la normale didattica e la cura abituale nell’accompagnare, con testi e didascalie appropriate, l’esposizione delle opere. La merce, infatti, non si spiega, si presenta soltanto”.                              

Un’amara considerazione, che pur con le tante piroette, giochi di luci e trucchi della ribalta, ritengo ancora oggi piuttosto fondata.

Questo scenario e questo sistema sono arrivati, oggi, a un punto di non ritorno, messi bruscamente alle corde da una catastrofe che non lascia più dubbi sulla necessità di un cambiamento di rotta che deve maturare nel confronto con la realtà oggettiva, misurando i rimedi sulle possibilità, ma anche e soprattutto, inventando nuove formule, affinché una volta intrapresa la strada giusta, l’arte e la cultura diano il loro forte contributo nel promuovere la rinascita dell’intero paese, rappresentando non solo la sua immagine a livello mondiale, ma la sua peculiare sostanza, dove ciò che abbiamo appena descritto trovi realizzazione.

Prima di spingermi sul terreno di qualche proposta, devo ricordare come la responsabilità di una rinascita sia distribuita ugualmente, anche se in maniera diversa, sulle spalle di ciascuno di noi. Ognuno di noi può fare la differenza e dovrebbe sentirsi chiamato a dare il proprio contributo.

Metterei allora l’accento sull’ETICA –ossia sui comportamenti e sul costume – che le logiche di mercato e del consumo, affrettando i cicli espositivi, anteponendo le esigenze dell’apparire a quelle dello studio e della sostanza, hanno profondamente mutato e deteriorato.

In tutto questo il ruolo riservato all’artista deve assumere una nuova centralità, e avvalersi, se necessario, anche di una Carta dell’artista cui poter fare riferimento.

La frequentazione, così insostituibile, degli studi degli artisti è da tempo stata soppiantata – quando non addirittura dal web – da quella che avviene tramite il museo e la galleria, dove l’opera arriva già confezionata e raffinata al punto giusto, in vista della sua presentazione pubblica.

Negli studi, invece, si stabilisce il vero dialogo con l’artista e si può cogliere alla fonte il nesso tra l’autore e la propria opera, perché questa si presenta lì, ancora carica del processo che l’ha creata. Ciò che lega l’opera e il suo autore in un’unica stretta è stato determinante sino alla fine degli Anni ’70.

Quando poi l’opera è tornata a essere un prodotto indipendente dal suo autore, separabile nel suo uso, essa ha finito per riprendere il suo posto nella catena produttiva della merce, facendo perdere d’interesse la relazione con l’artista. La separazione del creatore dalla sua creatura prelude alla irrevocabile destinazione dell’espressione creativa a futura merce, espropriando l’opera del suo fondamento spirituale. E, a mano a mano, questo ha comportato anche molti altri esiti negativi.

Ne cito solo alcuni: l’abolizione della presenza dell’artista o della sua consultazione in occasione dell’allestimento espositivo; la manipolazione, il trasferimento e la riutilizzazione dell’opera senza che l’artista ne sia messo a conoscenza. Di molte altre aberrazioni, con incredulità, veniamo con frequenza informati, che musei, loro funzionari, nonché critici e curatori praticano, ormai, diffusamente con una disattenzione e distrazione che producono danni, anche fisici – ma, ancor più spesso, morali, proprio nei confronti del valore intrinseco dell’opera d’arte. Tra questi annovero l’intervento sempre meno frequente dell’artista in conferenze pubbliche, la sua presenza rara in sede di concorsi, festival e premiazioni, se confrontata con le stagioni precedenti, dove gli artisti presiedevano giurie, partecipavano a commissioni di Enti come la Quadriennale Nazionale o la Biennale di Venezia.

L’artista non è un ornamento di cui ci si fregia all’occorrenza, per accrescere il prestigio di un momento istituzionale, ma una risorsa di competenze, di cultura e d’intuizioni da rispettare sempre, a cui fare riferimento per reinventare il modo di realizzare e produrre cultura, anche, e soprattutto oggi, facendone il tramite fondamentale fra istituzioni e pubblico.

L’artista dovrebbe avere la facoltà di inventare mostre e allestimenti, di chiamare altri artisti a farlo, come in alcune stagioni del passato è avvenuto che sarebbe giusto prendere come riferimento. Senza contare che il buon contatto fra artisti e operatori culturali di ogni tipo, ha significato, nel caso di musei qualificati, sapersi garantire, anche, opere significative in collezione, prima che salgano di valore, nonché donazioni, lasciti di archivi e altro, fondamentali per il prestigio del museo e per una corretta educazione su fonti scientifiche.

Favorire relazioni fra i diversi operatori dell’arte e della cultura sulla base del rispetto e della reciproca stima, è anch’essa questione etica cui applicarsi, oltre che buona pratica, il che significherebbe rifondare i rapporti sul piano di un rinnovato spirito di collaborazione est-etica, dando immediato slancio a nuovi progetti e iniziative.

Tra gli strumenti da adottare per dare una scossa a un sistema pieno di lacune e oggi sempre più in sofferenza, sarebbero da proporre inoltre:

1. Una legge di riduzione fiscale specifica per chi investe in arte italiana, in modo da riequilibrare il divario fra la presenza di opere di artisti italiani, rispetto a quelle di altri paesi nelle collezioni museali e in quelle private, dando inoltre, una boccata di ossigeno anche al mercato.

2. Un ufficio specifico preposto al management, di cui in Italia i musei sono generalmente privi, allo scopo di svolgere tutte le indagini necessarie al finanziamento di mostre ed eventi e per finalità strutturali, come al perfezionamento delle risorse interne evitando gli sprechi. In molti musei stranieri la direzione è addirittura a due teste: un direttore artistico e uno con mansioni di manager, interessati in questo modo, sin dall’inizio, a una stretta collaborazione per il buon funzionamento del museo.

3. Il potenziamento di archivi e biblioteche tralasciato da troppi anni, rendendo aleatorie le condizioni di studio di chi si occupa delle dinamiche artistiche contemporanee, in particolare dei giovani. Di fatto nessuna delle strutture un tempo presenti in musei e biblioteche è oggi in grado di fornire un’aggiornata documentazione per questi studi, senza contare che lo scarso controllo ha favorito non solo l’usura, ma il furto di materiali, per lo più forniti in originale, anziché in copia. L’agevolazione, attraverso appositi stanziamenti, di depositi e lasciti di documenti inerenti la vita e le attività degli artisti.

4. Uno speciale impegno nel realizzare mostre che vedano la collaborazione fra  istituzioni, sia a livello nazionale (per suddividere i costi fra due o più musei) che internazionale con lo stesso obbiettivo e inoltre con la finalità di rendere più chiare le radici comuni e il diverso contributo di ciascuna cultura alla costruzione di uno stile e di un linguaggio comune, benché con inflessioni diverse. La stessa attenzione dovrebbe riguardare l’obiettivo di portare all’estero le mostre di artisti italiani realizzate da noi, come accadeva ancora cinquant’anni fa, con mezzi ben più scarsi degli attuali, ma con maggiore lungimiranza. Una personalità come quella di Enrico Castellani, scomparso alla fine del 2017, di cui non si è mai realizzata un’importante mostra antologica in Italia, potrebbe essere ospitata almeno in tre sedi italiane, ma sicuramente anche straniere. Lo stesso dicasi per un artista del peso di Maurizio Mochetti che quest’anno compirà ottant’anni. Inoltre, mostre su movimenti che hanno interessato l’intero scenario mondiale, come il Neoclassicismo, il Realismo o, per venire più vicini a noi, il Nouveau realisme, Fluxus, l’Art autre, l’Arte concettuale, per citarne solo alcune, offrirebbero straordinari spunti per analizzare il panorama internazionale sotto i più vari aspetti.

Una mostra sulla Linea dell’arte italiana, dalle collezioni pubbliche e private, dalla nascita delle avanguardie a oggi in collaborazione con il Ministero degli Esteri, esauriti i postumi del coronavirus, sarebbe tra le più auspicabili. Tutto ciò, con minor fretta e approssimazione che in passato, adottando la pratica dei migliori musei stranieri che non dedica mai per le mostre importanti, meno di tre anni tra il progetto e la sua realizzazione: un anno per studiare il progetto in ogni dettaglio, un anno per la ricerca dei prestiti, un anno per dare alle stampe il catalogo. Anche questo è parte di un’etica.

Spendo ancora due parole sul rischio che i grossi colossi del web, sempre allerta quanto a possibilità di filtrare ogni momento della nostra vita, attraverso un mezzo che ci condiziona già al punto da non poterne più fare a meno, comincino a tenerci vieppiù fissi a casa per gli acquisti, per gli spettacoli, per l’insegnamento, per le mostre da consumare on line, per le aste che agevolmente potrebbero svolgersi evitando gli spazi fisici, come pure le Fiere, le gallerie private e via discorrendo.

L’arte è un piacere dell’occhio, dell’incontro, della partecipazione che nutre molti aspetti della vita dell’uomo, oltre a quelli intellettuali e spirituali. Resto dell’opinione del grande Harold Rosemberg: anche un semplice tratto di matita sul muro, non potrà mai venirci restituito nell’emozione della sua esperienza diretta, dal filtro di una telecamera o di una macchina da presa.

Nulla può interessarci oggi, quanto riprendere in mano la nostra vita, il nostro futuro a partire dalle cose certe: la nostra realtà e la nostra storia. L’arte fra tutte le forme di pensiero è l’unica a possedere un pensiero concreto, dove una dimensione immateriale si confronta con la sua realizzazione materiale. Il paese ha bisogno di adeguamento, di normalizzazione e di fiducia in se stesso.

Sta già facendo i primi passi sul piano di una riflessione generalizzata, perché ognuno avverte, come mai prima, che la responsabilità e l’opportunità sono strettamente connesse, in questo momento storico in cui sarebbe ormai tornato il tempo di non far sconti a nessuno. Le precedenti generazioni sono cresciute molto preparate e combattive, anche per un giornalismo indipendente e una critica, con pochissimi peli sulla lingua, sia nei confronti degli artisti che dell’attività di musei e gallerie. Dimentichiamo però la parola orgoglio. Non c’è orgoglio nell’essere donne, né uomini, né orgoglio hanno mostrato quei medici e quegli infermieri che, a prezzo della loro, hanno salvato tante vite.

Oggi, anche noi, siamo simili a quei medici e a quegli infermieri – dovremmo esserlo anche ai chirurghi – e con dedizione e umiltà, non con orgoglio, dobbiamo prenderci cura della nostra storia artistica e culturale per mantenere in vita la creazione. Non giocheremo mai la partita sulla base dell’orgoglio, ma al contrario avvertendo la necessità profonda che sentirono, forse, i nostri padri quando si trattava di ricostruire questo paese, che ci hanno consegnato sicuramente migliore, con più onestà, passione e senso di missione, di come rischiamo di lasciarlo noi, alle prossime generazioni.

Da tempo, d’altra parte, la totalità a cui si riferiscono gli artisti non è più quella degli assi cartesiani dello spazio terrestre, ma della mobile rotazione del pianeta, dove non vige più la legge darwiniana del più forte, ma un dialogo planetario e interplanetario, a dispetto di ogni limite e frontiera, come questa pandemia ha fin troppo ampiamente dimostrato.

Oggi, dobbiamo aver a cuore l’ambiente che tutti ci circonda con le nostre diverse identità, prendere spunto e insegnare l’umiltà dell’identità terrestre, che è quella umana (hŏmo da hŭmus, che ritroviamo nella radice di hŭmĭlis), ma estendendola alla specie, in quanto da dominatori del pianeta, stiamo diventando una categoria della specie in probabile estinzione.

Giovanna dalla Chiesa

Giovanna dalla Chiesa

Giovanna dalla Chiesa è storico e critico d'arte. Si è laureata in Storia dell'Arte con una tesi innovativa su Calder all' Università di Roma con G.C. Argan e ha lavorato, in seguito, con Palma Bucarelli presso la Galleria Nazionale d'Arte Moderna. Vincitrice di una prestigiosa Borsa dell'American Council of Learned Societies nel 1976 è stata affiliata per un anno presso il M.O.M.A di New York, dove ha arricchito le proprie conoscenze. In seguito, i suoi studi su de Chirico di cui è autorevole esperta, l'hanno condotta in svariati centri europei: Parigi, Monaco di Baviera, Atene e Berlino. Ha curato importanti mostre monografiche in sedi pubbliche: Ca' Pesaro, Palazzo delle Esposizioni, Palazzo Pitti, Ala Napoleonica del Museo Correr, Accademia di Francia. E' stata docente di Storia dell'Arte dell'Accademia di Belle Arti di Roma. Ha collaborato con quotidiani e riviste come pubblicista indipendente e curato mostre interdisciplinari e convegni come: Allo Sport l'Omaggio dell'Arte (Giffoni Valle Piana 2001), L'arte in Gioco (MACRO 2003), L'Età Nomade (Campo Boario 2005), Che cosa c'entra la morte? (Aula Magna Liceo Artistico 2006, 3 Giornate si studio su Gino De Dominicis)

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