Giuliana Caporali e la Scuola romana, Il tempo sospeso. Contributo

Ad Anticoli Corrado, piccolo paese nel Lazio, non lontano da Roma e  che domina la valle del fiume Aniene, che fu famoso per le modelle e gli artisti che ivi avevano studi e dimore sin dall’800, è aperta, al Civico Museo di Arte moderna e contemporanea, la personale di Giuliana Caporali. L’antologica ne palesa l’apprendistato e la maturazione del linguaggio visivo, fatto di grandi maestri e incontri nell’ambito della Scuola Romana ma poi indipendente da essi. Un riconoscimento al lavoro di una donna non facile da portare avanti in quel contesto e in quegli anni…

Dal testo della curatrice, Isabella Carlizzi:

La Scuola Romana, Roberto Melli, la formazione

Negli anni in cui cresce Giuliana Caporali siamo formalmente al culmine finale di quel momento artistico, collaterale, per altro, al sopraggiungere dell’Informale, e di tutte quelle tendenze che vanno progressivamente sottraendosi proprio dal figurativo per abbracciare la “materia”. Nonostante tutto, quella della Scuola romana è una stagione ancora destinata a generare conseguenze, e a spandere un’influenza nei decenni successivi al secondo dopoguerra, tale da incrociare la formazione e gli esordi giovanili della Caporali, facendo di lei una tonalista.

immagine per Giuliana Caporali
Giuliana Caporali, Le mura di Castelfranco Veneto, 1999
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Favorita dal particolare ambiente nel quale vive, e dalla formazione culturale che ne è conseguita, grazie alla sensibilità del padre entra in contatto con una generazione di artisti straordinaria. Il riferimento paterno nella biografia dell’artista consente di cogliere alcuni dati che, per via anche solo deduttiva, fanno luce su aspetti di un lungo percorso nella pittura.

Rodolfo Caporali è fra i maggiori concertisti del tempo; pianista, Accademico di Santa Cecilia, profondo amante dell’arte, frequenta personalità come Mario Mafai, Antonio Donghi, Riccardo Francalancia, Arturo Tosi, Virgilio Guidi, Mino Maccari e molti altri.
Di tutti questi è un assiduo collezionista.

Il clima e le frequentazioni abituali della casa, porteranno Giuliana Caporali ad avere confidenza con la pittura. E proprio per via della musica, che la abitua probabilmente da sempre, a esprimere sulla tela quella naturale relazione fra luce, colore e tono che forse altro non è se non l’equivalente di un suono, mentre si propaga attraverso le pareti di una stanza. Un pianoforte. In questo contesto avviene l’incontro decisivo con Roberto Melli. Il maestro dopo aver visto un disegno a matita di una mimosa in un vaso di rame, vi lesse in questo piccolo lavoro una potenzialità pittorica immediata, tanto da invitare personalmente la Caporali a frequentare le lezioni che lo stesso tiene in Accademia a Roma.

Nel Dicembre del 1947, entrando nell’aula luminosa al 4° piano che ospitava i corsi del maestro, inizia la sua formazione. Di lì a breve partecipa al Maggio della Pittura romana, e dopo poco comincia ad esporre alcuni lavori alle sue prime Biennali di Venezia; a frequentare le diverse edizioni delle Quadriennali d’arte di Roma; e quindi la prima delle personali alla Galleria il Pincio, presentata da Eliano Fantuzzi.

Questi esordi le varranno un immediato interesse della critica, e l’accoglienza in seno a un ambiente di artisti colti e desiderosi di aprirsi, spinti dall’entusiasmo e la voglia di venir via da un passato prossimo ancora funestato dai ricordi degli orrori dei conflitti armati.
A tal proposito vale la pena ricordare un passaggio di Fantuzzi sull’artista:

“Fu per noi come una festa la V Quadriennale che si tenne a Valle Giulia nel 1947. Era la prima grande mostra del dopoguerra. I pittori vi convennero da tutte le regioni d’Italia e il ritrovarci, il conoscere quello che facevamo era per noi una necessità. Forse eravamo migliori…(…). Proprio a quella Quadriennale notai un quadro di Giuliana Caporali, giovanissima, credo allora sui quindici anni, e ricordo i consensi unanimi che la sua pittura ebbe da tutti noi. Come pittore, mi sento attratto dalla misura e dal rigore di questi paesaggi urbani dipinti con nitidezza, dove la geometria delle case è pretesto di armonie pittoriche; ..di quella geometria su cui posa tutto il creato” [1]

Melli in quegli anni è una figura carismatica di artista. Intellettuale, critico, è ormai riconosciuto come uno dei massimi esponenti della pittura tonale in Italia. L’esito forse più importante della Scuola romana, di cui è stato ancora di più il teorico; insistendo sull’importanza della “luce vera”, necessaria alla sostanza del quadro e del fare pittura, per uscire da quello che lui chiamava il rischio di accordi cromatici solo esteriori, “convenzionali” [2]

Proprio quella lezione sul colore, insieme alla ricezione iniziale di una pittura rigorosamente eseguita dal vero, diventeranno metodo per la giovane artista; facendone il criterio per allacciare le diverse fasi creative del suo lavoro, che la porteranno negli anni ad esiti talvolta imprevedibili, non calcolati. In un percorso dominato da un eclettismo, se vogliamo non estraneo a quello dei maestri, i suoi riferimenti.

In questi primi anni si cimenta in un certo numero di vedute marine, nature morte, che sembrano forse avvicinarla per la trasparenza infrangibile di certe atmosfere a Edita Broglio; accanto a queste una serie di ritratti e autoritratti, che l’artista riprenderà anche in fasi tarde della sua produzione. (Si veda a tal proposito la serie dei pastelli di fine anni ’90.) [3]

Il ritratto dei primi anni sembra evocare suggestioni in qualche modo prossime ad Antonio Donghi – anche quest’ultimo frequentatore abituale a casa Caporali -, e con esso ad assorbire il clima e le sensazioni del“realismo magico”.

La salda impaginazione della figura nello spazio, la semplificazione delle forme, una certa linearità descrittiva dei contorni e dei particolari. Ma soprattutto quell’impostazione talvolta diretta dello sguardo fisso sull’osservatore, di matrice rinascimentale, che accentua il carattere interrogativo di un dialogo nonostante la cristallina apparenza delle cose. Figure da subito dotate di una capacità contemplativa, un senso di attesa, che se in parte rinvia inevitabilmente a un’ingenuità data dagli anni dell’apprendistato, dall’altra mostra l’evidente capacità per Giuliana Caporali di esprimersi in modo affine alla poetica dei grandi maestri.
Di saper sentire come proprio un linguaggio pittorico introspettivo, un’atmosfera sospesa e pervasa di un tono enigmatico, che emerge anche nei soggetti che l’artista predilige, quelli tipici della pittura romana degli anni ’30 e ’40, le vedute della Capitale. La Roma offerta nelle esili atmosfere di questi primi quadri, è quella di una città colta nel silenzio solitario di luoghi reali ma disabitati. Un gusto per gli ampi spazi vuoti, un’astratta immobilità del tempo che si posa sulle cose, che si trasmette anche nel modo di trattare le nature morte, e che l’artista ha condiviso con Riccardo Francalancia, con il quale sentiva una vicinanza di intenti nonostante la differenza generazionale.

Emblematica di questi anni da esordiente è un’opera, La Casa grigia del 1948. “Questo quadro l’ho eseguito proprio nell’aula di Roberto Melli, all’Accademia, dalla finestra che dava sui tetti. Considero questo dipinto l’inizio della serie delle mie “Case romane” e “Tetti di Roma”, continuata per tutti gli anni ’50.” E su quest’opera Virgilio Guzzi in un passaggio scrive: “La Casa grigia..dove così finemente s’accordano coi grigi di base, l’arancio, il rosa, il pallido limone, e la pittrice scopre un estro compositivo che non è d’ogni paesista.” [4]

L’artista qui ha veramente appena quindici o sedici anni. Eppure le sue sono composizioni equilibrate, piene di soluzioni atmosferiche sottili, impostate su un delicato senso geometrico dello spazio, di cui il colore si serve. Ed emerge una propensione al valore costruttivo della forma e una sintesi, che saranno il preludio al progressivo gusto per un’astrazione geometrica sempre più marcata, che farà capolino nei cicli pittorici degli anni ’60, per diventare conclamata dopo il viaggio in Brasile, dando inizio a una lunga fase astratta che durerà un paio di decenni.

Gli anni dell’astrattismo e il ritorno al figurativo.

Nel 1959 l’artista dichiara conclusa la serie di dipinti dal “vero” iniziata nel 1947. Sono di questi anni una serie di lavori in cui la scomposizione della superficie avviene per piccole tassellature cromatiche, parliamo dei Panorami Urbani. Opere ancora di piccole dimensioni, dove un fitto reticolato ricopre il quadro per intero, per dissolvere il paesaggio in una maglia; tanto che il richiamo alla città, e la rappresentazione del reale, diventano una pura evocazione, un pretesto che trova la sua giustificazione solo nella suggestione generata dall’intenso dinamismo della superficie pittorica, e niente altro.

A tal proposito Caporali scrive:

“Non riuscivo più a emozionarmi davanti alla natura, e a visualizzare la realizzazione pittorica. Nascono così i miei “Panorami Urbani”. Ho dedicato il 1960 esclusivamente a questi soggetti per me così nuovi, di cui mi appare evidente collegamento con un dipinto del 1951, ”Tetti di Roma” per il quale mi trovai di fronte al problema di risolvere pittoricamente ilpanorama della città. La soluzione fu la semplificazione massima degli edifici.”

Questo passaggio dimostra quanto, ancora prima del soggiorno in Brasile del 1961, l’artista senta, come oramai improrogabile, la necessità di assecondare quella propensione alla sintesi che si era espressa nei decenni precedenti. Interessante, sempre per quel puntuale raccordo con l’ambiente romano, è il possibile accostamento di questa fase con alcuni lavori di Mario Mafai, del 1957 circa. In particolare una veduta di città, descritta da un reticolato di pennellate a suggerire volumi di case e quartieri, incastrati solo come tasselli di colore puro, che si dipanano fino all’orizzonte. Proprio quello stesso orizzonte che compare, quasi contemporaneamente, in Tetti di Roma della Caporali. Opera quest’ultima che si è scelta come snodo iconico per significare il percorso verso l’astratto.

Intanto, di lì a poco, passerà oltre un anno fra Rio de Janeiro, San Paolo e Brasilia. L’architettura fisica e metafisica dei luoghi si imprimerà nel suo immaginario, determinando quel passaggio da una rappresentazione pittorica su scala umana, a una fatta di metropoli sconfinate che l’artista chiamerà Megalopoli. 

Questi maestosi paesaggi urbani, elaborati su tele di sempre maggiori dimensioni, si scompongono fino alla completa dissoluzione geometrica, nelle forme elementari del quadrato, del triangolo e del rettangolo. Scelta figurativa ormai inequivocabile, eppure continuamente preannunciata nella pittura di Giuliana Caporali.
Sono architetture dai profili svettanti, intrise di verticalismi dal valore tettonico che generano una selva fittissima di parallelepipedi, fino a diventare un flusso inarrestabile, quasi la rappresentazione di uno spartito musicale, un’onda sonora. Paesaggi intrisi di una luce accecante su cui aleggia un senso di mistero, alienazione, e in cui talvolta si celano sagome. Lo spazio non è più disabitato, ma questa volta sembra ingoiare letteralmente l’uomo, per sovrastarlo fino a farlo scomparire. Un momento che culminerà nella mostra del 1982, presentata da Enrico Crispolti e Carlo Belli intitolata: “La Città”, (Galleria Tavazzi di Via Sistina).[5]

Di lì a pochi anni l’artista virerà verso un progressivo ritorno al figurativo, dando vita a una serie di lavori focalizzato sulle architetture medievali, le cinte murarie e le fortezze. Quadri in cui si riconoscono, fra le altre, le mura di Castelfranco Veneto, Radicofani, Colle Valdelsa; a queste segue l’imponente ciclo sull’altare di Pergamo degli anni 2000, esposto alla Galleria La Borgognona, dove le Gigantomachie dei fregi sembrano dire qualcosa della robusta massa dei nudi di Cagli e Pivieri. [6] la tecnica pittorica adesso si arricchisce di un nuovo spessore, quasi materico, con l’aggiunta di sabbie arenarie ai pigmenti di colore; impostando sulla superficie delle tele – in particolare parliamo dei Castelli, Fortezze e Torri di Guardia –, una quadrettatura geometrica che le conferirà un andamento vibrato, delicato, quasi come un arpeggio. Sempre per via di quella sensibilità musicale irrinunciabile, dove il tono torna ad essere più morbido, meno concitato, ma lo spazio è sempre quello di una misteriosa, quasi desertica distanza dell’anima. Deserto di cui le sabbie con cui impasta il colore, sono forse metafora e prova.

Considerazioni

La pittura di Giuliana Caporali è calata in un quadro dominato da una continua impercettibile oscillazione fra figurazione e astrazione. Dettata dalla necessità di appoggiare proprio su questi due estremi quell’intuito primario per la resa tonale del colore, generato dallo studio di fondazione melliana. Tonalismo che emergerà sempre come un valore immanente alla funzione strutturale della forma, permeando il suo ambiente di una sensazione irreale. Una cifra pittorica che serve a sostenere letteralmente la tastiera di un minuzioso cromatismo, lungo il corso di tutta la sua molteplice produzione. Dalle serie sui Castelli, Fortezze e Torri di Guardia degli anni ’80, alle pitture a tema mitologico riferite al grande ciclo dell’Altare di Pergamo degli anni 2000; attraversando vette di vero lirismo nel ciclo dei pastelli delle Architetture Sospese degli anni ’90, dove profili di costruzioni secolari, altro non sono che apparizioni oniriche, remote, mentre affiorano improvvise dentro una tempesta di sabbia. Un modo di procedere che nello spazio ristretto di questa mostra può sembrare inevitabilmente disarticolato, ma come dirà più tardi Valerio Rivosecchi dà a Giuliana Caporali “una speciale consapevolezza”, da sempre [7]: non solo inerente all’apprendimento e alla dimostrazione pregevole di un’elegante tecnica pittorica, quanto alla resa precisa di quel mistero profondo proprio della pittura, che è di per sé irrisolvibile, e per questo mai del tutto spiegabile dalla ragione umana. Una visione, questa, piena di un senso di sospesa solitudine che rimanda a una dimensione alternativa alla coscienza, e che soprattutto si trasmetterà negli anni indenne, in ogni opera e in ogni ciclo pittorico dell’artista, per quanto fra loro diversi.

La pittura non perderà mai questo tono introspettivo. E anche quando i soggetti tornano perfettamente figurativi dopo la lunga fase astratta in una scelta sempre più incline al gusto per l’archeologismo, affine a quella estetica del frammento, – si noti anche che l’artista è moglie di un Professore universitario di archeologia -, lo stesso la dimensione sublimata del reale nella rappresentazione persiste. E lo fa in una modalità che se non cerca più la forma necessariamente geometrica delle cose per esprimersi, dilaga in una condizione che ugualmente “astrae”; perché sottrae l’oggetto dal tempo presente, dallo scorrere materiale dei giorni. Poiché: “Le immagini possono descrivere case, oggetti, scogli, nuvole, ratti di costa, ma a nulla servono se non ci danno l’indizio di un percorso spirituale, poetico, del quale rimarranno sempre segreti l’inizio e la fine.[8]

In conclusione, quel senso di enigma che tutta l’arte cela, Giuliana Caporali lo possiede. E lo possiede fin dalle composizioni acerbe della primissima applicazione al disegno durante le classi di Roberto Melli. Per giungere intatto, col suo irrinunciabile spettro cromatico, all’esito quasi aspro e scarnificato del discorso, che si compie nei Musei Immaginari e nei Megaliti degli anni ’10. Opere che sembrano restare come delle bozze, quasi degli incompiuti, dolorosi nella visionarietà, che sembra richiamare, forse, qualche atmosfera di Scipione. In una predilezione per un tonalismo questa volta di colori bruni, di bui attraversati da brevi e improvvise luminescenze, che toccano profili di oggetti e cose, colte in uno stato di struggente e solitario abbandono, in uno spazio dal tempo sospeso.

Bio Artista

Giuliana Caporali  esordisce nel 1948 alla Quadriennale Nazionale d’Arte, allora presso la Galleria d’Arte Moderna a Roma;  nel 1956 partecipa alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia; e nel 1960 partecipa alla VIII Quadriennale a Palazzo delle Esposizioni. Dal 1962 al 1964 fa parte, come consulente per i grafici nel testo, dell’organizzazione tecnica dell’Enciclopedia Universale dell’Arte. Dal 1964 al 1990 ha insegnato Disegno e tecniche pittoriche alla Scuola d’Arte di San Giacomo del Comune di Roma. Dal 1986 fino al 2006 ha fatto parte del “Gruppo 12 Polisgramma”, un collettivo di artiste costituitosi con l’obiettivo di elaborare un progetto di installazioni e interventi artistici nello spazio urbano aperto. Sue opere si trovano in collezione alla Galleria d’arte Moderna di Roma, nel complesso monumentale di Villa Carpegna sede della Quadriennale di Roma. Hanno scritto di lei, fra gli altri: Vito Apuleo, Michele Biancale, Eliano Fantuzzi, Virgilio Guzzi, Marina Poggi d’Angelo, M. Sinibaldi, Piero Scarpa, Tanino De Sanctis, Ivanoe Fossani, Valerio Fraschetti, Valerio Rivosecchi, Carlo Fabrizio Carli, Paolo Moreno, Carlo Belli, Enrico Crispolti, M.  D’Onofrio, Jolanda Nigro Covre.

Info mostra

  • Giuliana Caporali e la scuola romana | Il tempo sospeso
  • A cura di Isabella Carlizzi
  • Responsabile scientifico: Jolanda Nigro Covre
  • Progetto esecutivo: Paolo Di Pasquale
  • Civico Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Anticoli Corrado
  • Piazza Santa Vittoria 2 – Anticoli Corrado (RM)
  • www.museoanticoli.it
  • Apertura della mostra: 20 settembre ore 11:30, ingresso gratuito (contingentato e con rispetto normativa anti-pandemia); fino al 15 novembre 2020 con orari: dal martedì al venerdì 10.00 – 16.00 | sabato e domenica 10.00 – 18.00 | lunedì chiuso
  • Melasecca PressOffice – Interno 14 next – roberta.melasecca@gmail.com

Note

1.  Eliano Fantuzzi, Presentazione mostra personale al Pincio, Roma, gennaio 1955.

2.  Giovanna Bonasegale Riflessioni sulla Roma degli anni Trenta, in Percorsi del Novecento italiano, Catalogo della mostra, Roma

3.  Carlo Fabrizio Carli, I pastelli di Giuliana Caporali, 1994-1999, pp. 32-40

4.  Virgilio Guzzi, recensione su “Il Tempo”, Roma 18 gennaio 1955

5.  Enrico Crispolti, La città, Catalogo della mostra, 1982.

6.  Carlo Fabrizio Carli, P.Moreno, Mito, Frammento e Memoria, Galleria La Borgognona, Roma, 2002.

7.  Valerio Rivosecchi, Giuliana Caporali, dipinti dal 1947-1959, Borgia editore, 2014 pp.15-16

8.  Valerio Rivosecchi, Giuliana Caporali, dipinti dal 1947-1959, Borgia editore, 2014 pp.15-16

Isabella Carlizzi

Isabella Carlizzi

Vive a Roma, specialista in Storia e Arte Contemporanea presso la Sapienza di Roma, ha conseguito un master e attualmente si occupa di progettazione europea nell’ambito del sottoprogramma cultura, con specifiche competenze nel programma “Creative Europe”. Ha collaborato ad alcune riviste culturali, scritto saltuariamente di politica per alcune testate on line.

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