“noi altri dipintori habbiamo da parlare con le mani” (Annibale Carracci)
Nelle scuole e nelle università italiane la parola “contemporaneo” viene spesso confusa con “Arte del Novecento”, è d’altronde significativo che nella maggioranza delle università i programmi d’esame di Arte Contemporanea inizino dalla metà dell’Ottocento per fermarsi agli anni ’70 del Novecento. In molti casi per “artista contemporaneo” si intendono nomi storicizzati come Mondrian, Duchamp e Mirò, artisti morti nel secolo scorso.
Spesso mi chiedo perché nella scuola italiana non si parli quasi mai degli artisti viventi. Allo stesso modo mi domando come mai i poeti viventi continuino ad essere i grandi assenti delle lezioni di letteratura italiana.
Un insegnante di letteratura non farebbe un torto ai suoi studenti se utilizzasse almeno una delle sue ore per introdurre meravigliosi poeti italiani viventi come Giancarlo Pontiggia o Umberto Piersanti; un buon insegnante di musica potrebbe raccontare ai suoi studenti chi sia Roberto de Simone o far ascoltare qualche composizione del bravissimo Oderigi Lusi.
Tuttavia, esempi del genere sono rari, e in via di estinzione. È come se si avesse paura di uscire fuori dal seminato, paura di mettere in discussione il proprio metodo di insegnamento e i programmi di dipartimento, paura di scommettere su un nome non ancora consacrato, su cui non esiste bibliografa o articoli di riferimento. Il che, se da un lato incute un certo timore, potrebbe invece rappresentare un enorme stimolo per chi insegna e per chi ascolta.
In questo breve articolo parlerò di un giovane scultore e di un caso di committenza felice, su cui esiste pochissima bibliografia o letteratura. Si tratta di un artista che vive e lavora a Napoli, di nome Christian Leperino.
In passato avevo già avuto occasione di conoscere Christian, e di recente mi sono ritrovato nel suo studio quasi per caso. Durante una delle mie passeggiate al borgo dei Vergini a Napoli, il cui nome deriva dalla Confraternita dei vergini, una confraternita greca che praticava la castità. La strada dei Vergini scorre come un fiume in piena nel Rione Sanità, un mercato perenne, ad alta energia, estremamente variopinto e piacevolmente chiassoso.
Mentre passeggio mi salta all’occhio una delle numerose chiese che fiancheggia il mercato, ha la porta socchiusa. Mi fermo e spio tramite la fessura all’interno dell’edificio, intravedo una figura in piedi intenta a lavorare su un tavolino, potrebbe essere un macellaio che taglia la carne, o un falegname, invece è uno scultore: Christian Leperino al lavoro nel suo studio (la chiesa della Misericordiella, fig.1 e 2). Lo chiamo più volte, ma la mia voce non riesce a vincere il chiasso esterno, dopo alcuni tentativi riesco a farmi sentire, e viene ad aprirmi.
Lo studio sembra un incrocio tra un deposito di sughero per presepi e un deposito di parti anatomiche, sembra quasi un’officina di protesi allestita all’interno di una chiesa.
Christian lavora quotidianamente anche nei periodi in cui non ha commissioni da portare a termine. Anche mezz’ora di pratica, anche un’ora, ci aiutano a tenere vivi i rapporti con le nostre attività, con il nostro mestiere. Nulla Dies sine linea (nemmeno un giorno senza una linea), scriveva Plinio il Vecchio, riferendosi all’esercizio costante del grande pittore Apelle.
Vorrei soffermarmi in particolare sul primo pezzo che ebbi l’occasione di vedere. Una Testa, con gli occhi chiusi e parzialmente ricoperti di detriti, meravigliosa opera in gesso oggi esposta nel Succorpo del Duomo di Napoli (fig. 3). La prima volta che vidi questo pezzo pensai subito a una chiesa dismessa di Termini Imerese (un piccolo centro siciliano nei pressi di Cefalù) che vidi nel 2003 in fase di restauro, piena di statue in gesso con i corpi e i volti ricoperti da muffa e detriti di intonaco. È come se in questa testa fossero racchiuse tante possibili direzioni di lettura, una di esse ci spinge a meditare su un particolare tipo di incuria, un’incuria da cui trapela un talento selvatico e ruvido, ma decisamente autentico.
I tratti espressivi sono molto caricati e gli occhi sono chiusi, entrambi elementi costanti della sua produzione. È come se su questa testa si fossero accumulati i calcinacci e i detriti della chiesa della Misericordiella (luogo in cui è stata concepita), ed allo stesso tempo, quegli occhi chiusi creano un’immediata connessione con il periodo storico che stiamo vivendo.
Questa scultura è figlia di una società cieca ed acritica, fa pensare a una persona bombardata di detriti, ma scevra da acume, specchio perfetto di questo momento storico. Gli occhi chiusi, su cui si sono poggiati quei frammenti, come cenere e scaglie di calcinacci, rendono l’idea perfetta di ciò che sono oggi le menti senza sguardo, vittime passive di un’eruzione copiosa di input.
Troppi sono gli stimoli che zampillano a fiotti dalle fonti più disparate, e poi, nel momento in cui si depositano su quei volti inermi, sono già vecchi e spenti come calcinacci e lapilli.
Di recente questa testa, insieme ad altri busti di Leperino, in totale dodici ritratti, sono stati esposti, come accennato poc’anzi, nel succorpo del Duomo di Napoli, luogo costruito alla fine del XV secolo per ospitare le reliquie di San Gennaro, trasportate dal Santuario di Montevergine (in provincia di Avellino) per intercessione del Vescovo Oliviero Carafa. Il Succorpo ospita diverse nicchie vuote, tali spazi semicircolari avrebbero dovuto ospitare le reliquie dei santi protettori della cattedrale, ma la morte del committente interruppe i lavori.
Christian colma mirabilmente questo vuoto disponendo qui dodici teste (fig. 4), nasce pertanto l’istallazione Dodici volti nel volto, a cura di Alessandra Troncone. Si tratta di una rappresentazione dei Dodici Apostoli, i cui ritratti sono ottenuti dai calchi dei volti dei detenuti di Poggioreale, con cui l’artista ha avuto modo di stare a contatto e di collaborare in diverse occasioni.

Giuda è facilmente identificabile grazie alle monete d’oro sulla parte bassa del busto, oltre al fatto che è l’unico volto che distoglie lo sguardo. Queste teste sembrano un saggio di etnografia o di antropologia su una tribù locale, esse osservano il cardinale Oliviero Carafa in preghiera (fig. 5), e a loro volta vengono osservate dalle sculture quattrocentesche di Tommaso Malvito, che abitano quel luogo da sempre.

Tra i rilievi antichi del Malvito molte sono le facce di Giano Bifronte scolpite a bassorilievo, e in quantità copiosa, sulle pareti e sulla porta (fig. 6). Giano Bifronte è un’antica divinità pagana a due facce, una rivolta al passato e l’altra al futuro: proprio come le grandi opere d’arte dei viventi. La presenza di questa antica divinità nel Duomo di Napoli è giustificata dal nome: Janus, da cui poi derivò Januarius (Gennaro, ma anche Gennaio), il nome del primo mese dell’anno è infatti legato al suo ruolo di “apri porta” all’anno nuovo: guarda al futuro, ma guarda anche al passato, proprio come fa Giano bifronte, e proprio come fanno le grandi opere d’arte degli artisti viventi.

L’opera di Cristian Leperino guarda sia al presente: in particolare ad artisti come Augusto Perez, scultore profondammente ammirato dal nostro. Inoltre le espressioni di alcuni volti di questa istallazione risultano particolarmente stranianti, mi ricordano addirittura alcuni ritratti di Jean Dubuffet.
Per quanto riguarda gli agganci con il passato: ripenso in primis a Medardo Rosso (fig. 8), quel senso di materiale ceroso, da tremendo impasto, che ricopre i volti dello scultore torinese è infatti presente in modo assai evidente anche nel lavoro di Christian (fig. 7). Torna inoltre alla mente il volto della Maddalena Penitente di Donatello, nella sua fase di fervente sperimentalismo anticlassico.
Il dialogo tra uno scultore vivente e gli scultori antichi riesce alla perfezione. Le sculture di Leperino si integrano mirabilmente con questo spazio architettonico e si inseriscono alla perfezione in queste nicchie vuote.
Queste sculture non cercano il facile applauso da social network, non sono sculture “wow” da immediato impatto mediatico, hanno una densità, uno spessore, e in di tutto quell’indefinito si può ravvisare un pensiero, la densità fruttuosa dell’esercizio difficile, per questo le trovo molto interessanti.
Ma veniamo ad un’altra opera degna di nota: di recente è stata inaugurata una nuova acquisizione permanente al Museo Archeologico di Napoli, la scultura si trova nel Giardino delle camelie e si intitola il Sogno dell’eroe, l’autore è sempre Leperino (fig. 9). Il richiamo più forte è sicuramente alla celebre Nike di Samotracia del Louvre, ma anche al Perseo di Benvenuto Cellini, o al San Michele Arcangelo di Luca Giordano e ancora ai lavori di Augusto Perez, in particolare il suo Grande Centauro (fig. 10).
In quest’opera mi pare torni in modo prepotente quella concezione artistica legata all’accumulo di frammenti, a un dialogo tra l’indefinito e le parti rifinite nei minimi dettagli. La parte che più apprezzo di questa statua è l’ala, un frammento di prua di una barca mescolata con un residuo di fregio antico, per non parlare delle parti più rozze e meno definite, i cosiddetti ”errori” che per molti scultori sarebbero tali, ma che Christian non nasconde, anzi, cerca.
Quando gli chiedo quale opera preferisce del grande Michelangelo Buonarroti la risposta non poteva che essere una: la Pietà Rondanni; è infatti in quell’assoluto indefinito, in quella realtà che potenzialmente si carica di molteplici direzioni, in quell’imprevisto espressionista, che la scultura di Cristian cerca il suo compimento e, più che trovare le risposte, continua a cercare altre domande.
Il caso di Christian Leperino mi sembra un caso di felice allineamento di pianeti, una committenza intelligente, un’istituzione adatta, ma per nulla ovvia (come il Museo Archeologico Nazionale di Napoli) e un’opera che guarda al passato, ma smuove riflessioni critiche sul presente.
Ecco una breve sintesi tecnica di come sia potuto accadere: il sito dove Christian Leperino lavora ed opera (la chiesa della Misericordiella, il suo studio), è un luogo EXTRA MANN, fa parte di un circuito di 33 siti che hanno dei rapporti di valorizzazione reciproca con il MANN. Cristian aveva ideato questa statua e l’aveva sottoposta al circuito extra MANN e al Direttore Giulierini. Il ministero dà l’ok per l’acquisizione dell’opera in via permanente attraverso l’artbonus. Un mecenate ha versato sulla piattaforma la cifra corrispondente al progetto. In Quel modo il MANN ha acquistato la statua, che è parte dell’esposizione permanente del museo. E la prima volta che in Italia avviene l’acquisto di un’opera d’arte contemporanea tramite artbonus. L’artbonus è una forma di mecenatismo introdotta dal Ministro della Cultura Dario Franceschini nel 2014, che consente uno sgravio del 65% (in termini di credito di imposta) della somma versata dal committente.
Ci si chiede: perché certi esempi di scultura non abbiano un impatto mediatico immediato sulle masse ed altri sì?
Se penso agli scultori celebri che espongono in luoghi di grido mi viene in mente uno scultore come Jago e il genere iperrealista, rappresentato in pittura da Roberto Ferri, che tanto piace al popolo di Instagram. Ebbene, quella tecnica accattivante e quell’iperrealismo ruga su ruga al momento non riescono a stimolare in me alcun pensiero, se non una forma di autocompiacimento e di stupore (fig. 11). D’altronde, questo zucchero visivo, questa “dolcezza a prima vista”, sono perfette per un certo popolo del web: di non addetti ai lavori che non ha voglia di sforzarsi, ma che ormai detta legge.

Il quesito che insorge è: si sceglie di esporre un determinato tipo di opera in spazi pubblici di rilievo perché si crede che essa porti con sé un contenuto valido per i cittadini e per gli esseri umani, o la scelta è dettata dal fatto che queste sculture piacciono a quel popolo del web e svolgono semplicemente un’operazione da richiamo per le masse?
Si potrebbe accendere un dibattito di grande interesse: è giusto accodarsi al consenso e al plauso ottenuto dagli artisti oggi? O è ancora necessario che siano gli addetti ai lavori a scegliere, a tentare di educare lo sguardo delle persone, a proporre cose che – seppur di lettura non immediata – possano tentare di smuovere le menti, ad offrire dei contenuti?
È ovvio che anche gli esperti e titolati possono sbagliare. Il dubbio su ciò che si pensa, su ciò che si scrive, resta la migliore farcitura di saggezza, ed è corretto intendersi bene sul fatto che non basta avere una carrellata di buoni titoli per essere un conoscitore di buon gusto: si pensi alla quantità di falsi (da Leonardo a Michelangelo) esposti negli ultimi anni in istituzioni di rilevo, a seguito di expertise fatti da persone titolate, magari dietro un lauto compenso economico; o si pensi al circo equestre delle mostre che governa il sistema economico dell’arte oggi, in preda – esattamente come lo spirito umano contemporaneo – ad un vorace ed insaziabile desiderio di novità, più che di contenuti di spessore, profondi.
Veniamo poi ad esempi che hanno fatto parlare molto di sé grazie a trovate furbe, come il caso della spigolatrice di Sapri (fig. 12). Siamo nell’era dei selfie, delle foto di chiara natura erotica ma dall’ipocrisia algoritmica secondo cui viene censurato su Tik Tok un video con i nudi di Michelangelo a scopo didattico (in quanto sono visibili capezzoli o genitali dipinti). Bisognerebbe anche qui tornare al buon senso e capire che tipo di vocazione abbia un nudo, e soprattutto in che contesto venga inserito: questo, un algoritmo non potrà mai calcolarlo.

E qui torniamo al problema della assenza di materie come l’educazione sessuale nelle scuole italiane. La figura della spigolatrice ha un chiaro ammiccamento erotico, e fin qui nulla di male. Ci si chiede però: questo sedere turgido in estrema evidenza, cosa a che fare con il messaggio che essa rappresenta? Se questa scultura fosse stata esposta all’ingresso di uno studio medico di chirurgia estetica sarebbe stata perfetta. Rendere una figura del genere portatrice di un determinato ruolo e di un determinato messaggio fa pensare ad uno scultore consapevole del fatto che in quel modo avrebbe alzato un polverone: una trovata furba per far parlare di sé, ma che anche stavolta non trova molta consistenza, è sempre una questione di contesto.
Nel suo capolavoro The Stones of Venice, John Ruskin scrisse, a proposito del dipinto di Tiziano raffigurante il doge Antonio Grimani in ginocchio davanti alla Fede (fig. 13): “la Fede non è altro che un ritratto mediocre di uno dei meno aggraziati fra i modelli di Tiziano, la Fede è diventata carnale”. E ancora: “l’occhio dello spettatore è afferrato prima dal luccichio dell’armatura del Doge: il cuore di Venezia era ormai nelle sue guerre, non nella sua religione”. E siccome sappiamo bene che l’arte è sempre lo specchio di questo tempo, potremmo tranquillamente affermare, parafrasando Ruskin, che l’occhio dell’osservatore che osserva la Spigolatrice è afferrato prima dal suo sedere che da ciò che la sua figura rappresenta, il cuore dell’Europa è orami nei suoi belfie, non nella sua storia. (definizione di belfie: scatto o autoscatto fotografico dedicato al proprio fondoschiena e postato, di solito, in rete).

Così come potremmo dire che l’occhio che guarda figure come la pietà di Jago o il busto del Papa Benedetto XVI è afferrato più dal labirinto di rughe della sua fronte e dalla volontà di ostentazione della perizia tecnica piuttosto che da un eventuale contenuto o messaggio, che – personalmente – ho ancora difficoltà a comprendere.
Ringrazio la professoressa Daniela Savy per le informazioni tecniche sulla committenza del MANN, la collega Maria Cristina Comite per la foto della porta bronzea del Succorpo del Duomo.
Riccardo Prencipe, laureato con Ferdinando Bologna all’Università degli Studi di Napoli, ha poi conseguito il Dottorato di Ricerca in Storia dell’arte presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Insegna Storia dell'arte presso le scuole superiori. Ha all’attivo diversi saggi e articoli di storia dell’arte, oltre ad una nutrita produzione discografica. Ha già svolto numerose conferenze sui rapporti tra arte e musica all’Università degli Studi di Firenze, all’auditorium di Capodimonte, al teatro Tempio di Modena, alla Biblioteca di Villa Bruno a San Giorgio a Cremano. E' anche compositore e chitarrista, si è diplomato in chitarra presso il conservatorio di Napoli San Pietro a Majella ed ha poi proseguito lo studio dello strumento con il maestro Aniello Desiderio. Dal 2005 fonda e dirige l’ensemble Corde Oblique, la cui musica trae ispirazione del patrimonio storico artistico del sottobosco dell’Italia Meridionale. Ha licenziato otto album ed ha all’attivo decine di concerti in Italia, Europa, Albania ed Cina, oltre a collaborazioni con artisti del calibro di Milo Manara e Franco Fontana.

















Una risposta
Bellissime riflessioni. Ci voleva. Grazie. Grazie anche per fare conoscere agli extra-napoletani questo magnifico artista e i suoi progetti. Trovo poi che l’analogia della.costante eruzione di input (privi di sostanza) che si freddano come i lapilli e si dimenticano per passare ad altre infinite (e vacue) novità sia molto calzante. Ormai ci si smuove solo per il sensazionalismo o lo shock visivo e non si coglie piú l’essenza delle cose, la finezza e sensibilità di un lavoro che cerca contenuti piuttosto che riflettori. PS anche io ho sempre pensato che il ritratto del Grimani davanti alla Fede fosse una pacchiana marchetta.