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Suspiria e le arti visive, il cinema italiano di importanza sovralocale

di Riccardo Prencipe

Sto vivendo un momento di fortunata felicità creativa, il mio pensiero è in sintonia con i miei anni, e non è legato al pubblico italiano, ma è legato al pubblico di tutto il mondo
– Dario Argento, intervista del 1977
Suzy: “Ma… cosa fanno le streghe?
Prof. Milius: “Il Male. Nient’altro al di fuori di quello.
Suspiria

Di recente è stata riproposta nei Cinema una versione restaurata del capolavoro di Dario Argento, Suspiria (1977).
È sin dai tempi dell’università, grazie alle lezioni “fuori confine” col professor Stefano Causa, che iniziai a valutare questo film da un punto di vista stilistico e formale e come parte integrante del bagaglio visivo di uno storico dell’arte.

In questo breve scritto, sollecitato dalla visione della nuova versione, proporrò una breve analisi estetica dal film in questione, con alcuni agganci storico-artistici. Eviterò volutamente quelli già citati ripetutamente (e giustamente) in tanti articoli già esistenti (Beardsley, Hescher etc.) e proverò a proporne degli altri.

Come lo stesso regista afferma, Suspiria si ispira all’omonima raccolta di saggi e scritti di Thomas de Quincy, suddivisa in tre parti, a cui Dario Argento si è ispirato per la cosiddetta trilogia delle Madri: Mater Suspiriorum (Suspiria, 1977), Mater Tenebrarum (Inferno, 1980), Mater Lacrimarum (La Terza Madre, 2007).

La storia delle Tre madri narra di tre sorelle, che commissionarono all’architetto e alchimista Emilio Varelli la costruzione di tre dimore in diversi luoghi del mondo: Friburgo (dove è ambientato Suspiria), Roma (ambientazione di Inferno) e New York (dove è ambientato La Terza Madre), utilizzando le loro ricchezze accumulate nelle loro lunghe vite per seminare morte e male, celandosi dietro attività apparentemente innocue, come la scuola di danza (in Suspiria).

Ci sono momenti storici e campi artistici in cui siamo costretti a proporre una “sottostoria italiana” della musica, dell’arte o del cinema, per evitare confronti imbarazzanti: i grandi dischi italiani degli anni ‘70 sono dei capolavori per la storia della musica leggera locale di quegli anni.

D’altro canto se paragoniamo quegli arrangiamenti, quei brani, e la qualità delle registrazioni alle release britanniche contemporanee, e mi riferisco ad artisti come King Crimson, Pink Floyd, David Bowie o Genesis, l’Italia (e molti altri paesi) non hanno che da arrossire, ma proviamo a scommettere almeno su un’eccezione.

Un’orgogliosa eccezione a tutto ciò: un’isola felice in cui l’Italia del cinema fa ancora da capofila e non teme confronti col cinema americano di quegli anni.

In questi giorni ho rivisto i film di Dario Argento fino al 1982, cercando di valutarli, al di là della trama, da un punto di vista formale e stilistico. Ad oggi uno dei suoi film che credo abbia una grande importanza storico-artistica sia, senza ombra di dubbio, Suspiria (1977).

Oltre alle ben note architetture liberty già abbondantemente menzionate in tanti articoli sulle location del film, si pensi alla scena della piscina girata nella celebre Müller’sches Volksbad, costruita nel 1901 dall’ingegnere Karl Müller. Questi la donò alla città di Monaco di Baviera, a condizione che venisse utilizzata come piscina per i poveri.

Confrontando la scena del film con la location (come si presenta oggi), ci si rende conto del fatto che lo scenografo dovette intervenire addirittura sui colori del vetro. Per non interrompere quel basso continuo di rosso, i vetri nella scena del film hanno infatti degli inserti di rosso che non sono presenti nell’edificio originale (figg. 1 e 2).

Un’atmosfera da “trip acido”, è la vera protagonista inanimata del film. Una meravigliosa esperienza visiva, dalle cromìe altamente contrastate, eppure mai fastidiose (figg. 3 e 4).

L’opera cinematografica in questione ha un costante appeal da casa degli orrori del parco giochi, o meglio, tutte le case degli orrori hanno ambìto a Suspiria.

I protagonisti femminili sembrano ninfe androgine, belle ed asessuate di un dipinto di Pierre Puvis de Chavannes, un pittore appartenente alla corrente del cosiddetto Simbolismo, il cui dipinto “Hope”, conservato oggi al Walters Art Museum di Baltimore, fa tanto pensare all’appeal della protagonista del nostro film (figg. 5 e 6).

Nei suoi quadri c’è la stessa essenza efebica di queste giovani donne (in realtà Dario Argento avrebbe voluto far recitare delle minorenni, ma non gli fu concesso), oltre ad un senso di agire che potremmo definire “polito”, ovvero privo di asperità. Qualcosa nel loro tono di voce e nella movenza ci riporta a un altro grande film: Picnic ad Hanging Rock, a dir poco visionario, uscito soli due anni prima di Suspiria, nel 1975.

In questo film, dall’atmosfera sospesa, in bilico tra torpore e inquietudine, le giovani collegiali sono ritratte in un medesimo basso continuo di ebbrezza (fig. 7).

Le collegiali vestite di bianco, in questa sorta di sinfonia al femminile, riportano anche alle tele di Maurice Denis, in particolare al dipinto “Avril” del grande pittore francese, risalente al 1872, oggi custodito presso il Kröller-Müller Museum di Otterlo (fig. 8).

Sia Pierre Puvis de Chavannes che Denis (reputati manualisticamente “Simbolisti” o “Nabis”), coloro che utilizzavano il colore come elemento evocativo di un mondo lontano, mistico, sognante.

Ed è come se questo torpore onirico fosse risorto a distanza quasi esatta di 100 anni, negli anni ’70 del Novecento, ed in particolare nelle esperienze cinematografiche di cui stiamo parlando.

 

Per quanto riguarda “Suspiria”, c’è un momento del film in cui ho notato un’altra forte contaminazione con la storia dell’arte, in particolare con l’optical art. Nota anche come Op Art, si tratta di un movimento artistico nato negli anni ’60, si tratta di un movimento artistico nato negli anni ’60, che giunse alla massima espressione, probabilmente, proprio negli anni del nostro film.

Guardando opere della Op Art il parallelo con alcuni interni, soffitti e pavimenti del film di Dario Argento è quasi puntuale. In particolare, nella scena in cui viene impiccata la giovane donna sfondando il vetro (fig. 9), quel pavimento ricorde le opere di Victor Vasarely (figg. 10 e 11) o della pittrice inglese Bridget Riley. Quel tipo di arte “era nell’aria” e lo stesso Dario Argento, insieme allo scenografo del film Giuseppe Bassan, volle omaggiarla

L’edificio è sito in Burgstrasse 4, a Monaco di Baviera. L’esterno è tuttora esistente, mentre l’interno è una ricreazione dello scenografo del film, Giuseppe Bassan. Il lucernario sembra citare alla lettera alcuni edifici parigini. Cito in proposito un felicissimo suggerimento dell’amico Mario Epifani, Storico dell’arte e conoscitore di Dario Argento. Mario mi ha fatto notare la vicinanza tra il lucernario e l’ormai demolito Garage Ponthieau di Parigi, opera dell’architetto Auguste Perret (1874-1954, figg. 12 e 13).

Spesso ad ogni grande innovazione tecnica corrisponde un’innovazione creativa. Coprotagonista di questo capolavoro è senz’altro colui he ne ha orchestrato il colore, ovvero il direttore della fotografia, Luciano Tovoli, che utilizza delle luci potenti filtrate con dei grandi tessuti, sostituendole alle già diffuse gelatine (i tipici filtri colorati già in uso all’epoca). Grande innovatore del cinema italiano in senso cromatico, utilizzando luci come i grandi artisti al neon contemporanei (Bruce Naumann, Joseph Kossuth, ma soprattutto Dan Flavin).

Sin dalla prima scena, le luci e i colori forti (in particolar e il rosso magenta) rivestono una parte assolutamente attiva nella fotografia, dando l’impressione che le cromìe siano coprotagoniste e prime responsabili della innovatività geniale di questa pellicola.

Prima di Suspiria c’è un altro gigante della cinematografia che si confronta con un basso continuo di rosso. Mi riferisco al grande Ingmar Bergman, in particolare nel film Sussurri e grida (uscito 5 anni prima del nostro, nel 1972).

La forte differenza tra i due è, tuttavia, il fatto che nel capolavoro di Bergman il rosso è dato per lo più da stoffe, tendaggi, suppellettili, mentre le luci sono assolutamente neutre (fig. 14).

Nel film di Dario Argento il rosso intenso è offerto dalla luce del grande Luciano Tovoli. Resta comune ai due film, e in questo entrambi vicini anche a Picknic a Hanging Rock, quell’allure poetica e soffusa da vesti bianche e candide, che conferiscono alle protagoniste quella fascinosa attitudine androgina.

Gli occhi felini della direttrice non hanno eguali nella loro affilata glacialità e la pellicola è un flusso costante di efferatezza, oltre ad essere una continua immersione visiva nel rosso.

Inizia in questo momento un grande riferimento per artisti, soprattutto fotografi, che, essendo attratti dalle luci contrastate e in fluorescenza, cominceranno ad operare in una maniera molto simile, per resa visiva, alla pellicola cinematografica.

Mi riferisco in particolare all’artista Dan Flavin, la cui opera postuma, la Chiesa rossa (fig. 15), sembra quasi un omaggio alla luce di Suspiria.

Torniamo a Dario Argento. Gli anni ’80 sono stati una disdetta per questo grande regista. È come se la volontà d’arte di quegli anni si fosse innestata in modo becero e canceroso su un’altra volontà, pregressa e diversa, che purtroppo non poteva resistergli.

Trovo, inoltre, assolutamente ben calibrato e ricco di personalità il remake di Suspiria (2018) del bravissimo Luca Guadagnino. Il fatto che Dario Argento abbia dichiarato che questo remake abbia “tradito” l’originale non fa che dare valore al film successivo: ogni rifacimento, ogni cover, deve necessariamente “tradire” l’originale, altrimenti sarebbe un clone sterile.

Guadagnino ha infatti altamente personalizzato la sua versione, “guadagninizzandola” il più possibile, agendo con elegante prepotenza artistica, come ogni interprete creativo dovrebbe fare.

Ad ogni modo, il traguardo del 1977 resta qualcosa di inarrivabile, e non in un’ottica di cinema esclusivamente italiano, di prodotto “locale”. Quella volta per noi italiani non ci fu da arrossire, neanche allargando la cartina geografica, a confronto con la cinematografia europea e di oltreoceano.

immagine per Riccardo Prencipe
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Riccardo Prencipe, laureato con Ferdinando Bologna all’Università degli Studi di Napoli, ha poi conseguito il Dottorato di Ricerca in Storia dell’arte presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Insegna Storia dell'arte presso le scuole superiori. Ha all’attivo diversi saggi e articoli di storia dell’arte, oltre ad una nutrita produzione discografica. Ha già svolto numerose conferenze sui rapporti tra arte e musica all’Università degli Studi di Firenze, all’auditorium di Capodimonte, al teatro Tempio di Modena, alla Biblioteca di Villa Bruno a San Giorgio a Cremano. E' anche compositore e chitarrista, si è diplomato in chitarra presso il conservatorio di Napoli San Pietro a Majella ed ha poi proseguito lo studio dello strumento con il maestro Aniello Desiderio. Dal 2005 fonda e dirige l’ensemble Corde Oblique, la cui musica trae ispirazione del patrimonio storico artistico del sottobosco dell’Italia Meridionale. Ha licenziato otto album ed ha all’attivo decine di concerti in Italia, Europa, Albania ed Cina, oltre a collaborazioni con artisti del calibro di Milo Manara e Franco Fontana.

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