Change lo spettacolo di apertura della densa stagione del Teatro Trastevere è un susseguirsi di mutamenti a scena aperta.
Scritto da Marco Zordan (che interpreta anche uno dei personaggi), è un esercizio di stile non tanto letterario quanto umano. Change è cambiare, modificare, variare; è trasformazione, scambio, rinnovamento. Un verbo (e il suo sostantivo) che quotidianamente ci pungola: si può cambiare, variare è conveniente, il trasformare ci perseguita; il rinnovarsi ci sorprende…
Nella casa periferica di un astronomo sempre in bilico fra la sua realtà di insegnante e i suoi sogni di fama si svolge la quotidianità di una famiglia borghese: una moglie intransigente (almeno sull’educazione del figlio), un bambino petulante (ma neanche troppo), discussioni, prese di posizione inattaccabili, sciocchezze di tutti i giorni che diventano casi su cui misurare la propria forza e la propria resistenza.

Tutto si modifica una prima volta quando arrivano, ospiti inattesi, un collega che potrebbe aiutarlo a raggiungere una promozione e sua moglie, tanto snob quanto maltrattata.
Sono questi i cardini su cui ruoteranno tutti i cambiamenti. Lo spettacolo ci mostra tre varianti di questa storia, durante le quali mutano i rapporti di forza e di potere, le psicologie dei personaggi, le relazioni che li uniscono, i segreti che li dividono e tutte le sfumature che possono crearsi nella vita di persone alle quali, volenti o nolenti, rassomigliamo.
La scena è volutamente povera: mobili, costumi, oggetti sono scompaiati, casuali, ingombranti come del resto i movimenti dei protagonisti che non mostrano alcun imbarazzo a menare le mani, a rotolarsi sul pavimento a urlarsi in faccia, riuscendo sempre a virare sul comico ogni eccesso, trasformandolo – così – in una gag clownesca.

Sì, perché Change è una commedia nella quale il regista Leonardo Buttaroni intende mostrare “come la diversità del carattere o delle nostre azioni possa modificare il corso degli eventi e influenzare la vita dell’altro, di un amico, di un amore o anche di uno sconosciuto”.
Eppure, fra urla, provocazioni, intrighi, depressioni, rivalse e ambizioni sempre prive di sostegno e collaborazione, sempre dettate dal proprio obiettivo, quello che resta è una sorta di scomodità: davvero siamo tutti così? Davvero non c’è spazio per una maggiore cura del nostro mondo? È necessario aggredirsi fingendo di scherzare?
Il testo di Marco Zordan lo mostra chiaramente inducendoci ad un sorriso amaro e con poca possibilità di riscatto, che invece – forse – ci offrirebbe una via di fuga dalla banalità dei sentimenti.
Anche gli attori (Alessia De Bortoli, Christian Galizia, Desirée Tortorici e Marco Zordan), tutti virtuosi e molto dentro il loro pesonaggio alter-ego, non lasciano spazio alla possibilità di un cambiamento reale e profondo.
Ma, d’altronde la vita è questa: imperfetta, buffa, dolorosa. Spesso comica. Sicuramente nostra.
Giornalista culturale e autrice di testi ed adattamenti, si dedica da sempre alla ricerca di scritture, viaggi, tradizioni e memorie. Per dieci anni direttore responsabile del mensile "Carcere e Comunità" e co-fondatrice di "SOS Razzismo Italia", nel 1990 fonda l’Associazione Teatrale "The Way to the Indies Argillateatri". Collabora con diverse testate e si occupa di progetti non profit, educativi, teatrali, editoriali, letterari, giornalistici e web.
- Isabella Moroni
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