ultimi articoli dell'autore

Quella volta in cui la Pietà viaggiò a New York

di Emma Montella

In un mondo come il nostro, in cui basta aprire i social per essere catapultati dall’altra parte del globo in pochi istanti, diamo spesso per scontata l’accessibilità al patrimonio culturale.
Oggi infatti è soprattutto grazie alle mostre temporanee che le opere d’arte, di qualsiasi natura, possono viaggiare, toccando diversi paesi, culture, menti.

Si può quindi dire senza ombra di dubbio che la caratteristica delle mostre, ovvero quella di essere itineranti e temporanee, è proprio quella di fornire nuovi materiali mai visti prima, messi in correlazione gli uni agli altri tramite un filo conduttore curatoriale.

Tralasciando la questione della non eterogeneità del pubblico medio degli eventi d’arte, in questo articolo vorrei soffermarmi su un argomento su cui spesso si fa poca luce quando si parla di una mostra, ovvero il trasporto.

Se oggi spostare opere d’arte è più facile di un tempo, è altrettanto vero che difficilmente i musei si liberano dei propri pezzi forti. La Primavera di Botticelli per esempio fa tappa fissa agli Uffizi dal 1919 e il Ratto di Proserpina del Bernini si trova alla Galleria Borghese dal 1908 e così via.

Opere come queste, il cui valore economico non è definibile, sono inamovibili.
Storicamente però, quando questi capolavori sono stati spostati, si sono registrate affluenze molto alte di visitatori.

Famosissimo, e in questo caso esemplare, il caso del furto della Gioconda, nel 1911, da parte di Vincenzo Peruggia, il quale, dopo aver conservato il dipinto in una valigetta per quasi 28 mesi, contattò il direttore degli Uffizi dicendogli di voler restituire la tela all’Italia.

Soprannominato il colpo del secolo, quello di Perugia fu in realtà interpretato più come un gesto di patriottismo che di lucro. Ad ogni modo, fu proprio grazie al muratore di Trezzino che il celebre quadro di Leonardo fu ospitato presso la sede museale fiorentina fino al 1914.

Posto in mezzo alle altre tele leonardesche, l’Annunciazione e l’Adorazione dei Magi, la Gioconda registrò un’affluenza incredibilmente alta per l’epoca e vide visitatori provenire da tutta la penisola. Paradossalmente, nello stesso periodo, il Louvre registrò un numero altrettanto alto di visitatori, attratti dal “vuoto” che aveva lasciato la tela della Mona Lisa sulla parete, in seguito al furto rocambolesco.

Per fare un esempio più recente, nel 2014, il Museo Mauritshuis dell’Aia ha subito importanti restauri, e ciò ha permesso ad una delle opere fiamminghe più famose, ovvero La Ragazza con l’orecchino di Perla, di fare tappa in numerosi musei in giro per il mondo, tra cui Palazzo Pepoli a Bologna. Ricordo le file chilometriche di visitatori partire dalla sede museale per continuare lungo via Indipendenza.

Ma come vengono spostate queste opere?

Oggi la logistica d’arte è un settore ben sviluppato e in Italia aziende come FERCAM hanno al proprio interno un ramo interamente dedicato al Fine Art.

Quest’ultimo rimane un campo estremamente complesso, poiché non esiste una legge universale riguardante lo spostamento di opere e ogni caso è da considerarsi unico nel suo genere.

Gli spostamenti però devono rispondere sia ai dettami della logistica, facendo i conti con le diverse tipologie di beni culturali, che ai dettami burocratici propri alle diverse istituzioni (enti privati come gallerie o fondazioni, agenti internazionali o enti pubblici).

Non secondaria alla parte burocratica, è l’analisi dei dati propri all’opera: peso, dimensioni, valori, modalità di imballaggio richieste etc., a cui segue l’analisi e il sopralluogo del luogo che la ospiterà, controllando l’accessibilità di carico e scarico e il posizionamento delle opere. è importante ricordarsi che una statua di 90 quintali non può essere posizionata in un punto qualsiasi perché farebbe facilmente crollare un edificio, e si rende quindi necessaria la conferma della portabilità di quest’ultimo.

Se per esempio, ci dovesse essere una navata, un ossario o un qualsiasi vuoto sottostante la base della scultura, la struttura espositiva dovrà scaricare il peso sugli angoli.

La logistica del fine art è una realtà articolata e complessa e richiede molti operatori di mercato, dalle falegnamerie specializzate in produzione di casse, alle assicurazioni e broker, agli operatori doganali, ai fornitori di sicurezza etc.

L’organizzazione rimane spesso dietro le quinte, ma questa risulta fondamentale quando si parla di transizioni di opere d’arte, e include documentazione importante come l’espletamento procedura belle arti, l‘acquisizione dei certificati assicurativi, la preparazione del cronoprogramma del transito e dell’allestimento e infine la conferma da parte del museo prestatore e del museo ospitante (ovvero il committente).

A questa si aggiunge la documentazione richiesta sia dalla stazione appaltante che dall’appaltatore (concept della mostra, capitolato di gara, richiesta di offerta, offerta economica, offerta tecnica, documentazione sulla sicurezza etc.)  Insomma, oggi organizzare una mostra innesca una vera e propria torre di Babele.

Le complessità della logistica è sempre stata presente nel tempo. L’azienda Gondrand passò alla storia per aver spostato La Pietà Vaticana all’Expo di New York.

Esattamente 60 anni fa, il capolavoro di Michelangelo venne inviato a New York uscendo per la prima e unica volta da Roma. La scultura si imbarcò a Napoli sulla nave Cristoforo Colombo, che in nove giorni la portò nel Nuovo Mondo.

immagine per Quella volta in cui la Pietà viaggiò a New York
Pietà di Michelangelo, San Pietro – (1498–99)

Statue di questo peso normalmente si spostano in due modi: dall’alto o dal basso. Se la statua viene imbragata dall’alto bisogna calibrare bene la portata del braccio gru, ma è comunque più rischioso, perché spesso la distribuzione del baricentro è troppo instabile e la statua rischia di capovolgersi. Se invece la statua viene spostata dal basso non sempre è necessario imbragarla per caricarla su un mezzo meccanico.

E infatti, nel 1964 per spostare la Pietà dal suo piedistallo alla cassa in legno adibita al trasporto, questa fu probabilmente fatta scivolare su tavole di legno di faggio saponate.

Questa tecnica risale all’antichità ed è rischiosa ma efficace poiché permette di risparmiare molto tempo, e talvolta si usa ancora oggi. Secoli fa, al posto del sapone, si usava il grasso di maiale che, se applicato bene, faceva scivolare come burro statue di quasi tre tonnellate come la Pietà.

Recentemente ho avuto il piacere di assistere ad una lezione tenuta dalla dott.ssa Chiara Prisco, Business Unit Manager del Fine Art di FERCAM, la quale mi ha strappato un sorriso quando ha detto “chissà quante statue in giro per Roma sono sporche di grasso”.

Tornando alla Pietà, tutta la vicenda legata al suo trasporto fu piuttosto singolare, e l’operazione di spostamento fu eseguita dai fratelli Minguzzi, i quali seguirono il suggerimento degli americani e fecero riempire la cassa di legno con del polistirolo, materiale assolutamente innovativo all’epoca, scelto al posto dei tradizionali trucioli di legno che invece volevano imporre i sanpietrini.

La cassa in legno a sua volta venne chiusa all’interno di una cassa metallica sigillata ermeticamente, inaffondabile e ignifuga.

Il complesso scultoreo rappresentò il padiglione vaticano all’Expo fino al 1965 e fu voluto fortemente dal presidente Kennedy, il primo presidente cattolico americano, il quale fu ucciso nel 1963, poco prima di vedere il capolavoro michelangiolesco mettere piede negli Stati Uniti.

Esattamente come accadrebbe oggi, l’effetto del viaggio della Pietà a New York contribuì a renderla un’opera di fama mondiale e si creò intorno a quest’ultima un movimento di attenzione commerciale degno di nota per l’epoca, con tanto di conferenza stampa pre-partenza in un albergo di via Veneto, dove fu invitata la stampa mondiale.

Furono 27 milioni i visitatori registrati all’Expo quell’anno. Ironia della sorte, al rientro della Pietà in Basilica, papa Paolo VI, che nel frattempo era succeduto a Giovanni XXIII, emanò un decreto che vietava il futuro prestito di opere d’arte, rendendo quello spostamento irripetibile.

immagine per emma montella
+ ARTICOLI

Laureata in AMAC (arts, curatorship and museology) presso l’Università di Bologna, con un master in Management dell’Arte e una triennale in Beni culturali. Italia, Grecia, Canada, Inghilterra e Spagna sono i paesi che ha potuto chiamare casa nel corso degli anni. Dopo il tirocinio formativo presso l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Giovanni Treccani oggi lavora per la casa editrice bolognese Scripta Maneant specializzata in libri d'arte.

Una risposta

  1. Io ho qualche chicca su questo trasporto dovuto a mio padre Antonio Rumbo che come titolare della ditta Onofri & Rumbo antesignana dei trasporti d’ arte, fu interpellato per il trasporto. Mio padre raccontava che è vero che gli americani ci hanno fatto scoprire il polistirolo che fu messo a pallini dentro la cassa per poi essere riscaldato per formare una sorta di dima attorno all’ opera. Quello che non viene detto è che all’ apertura della cassa e dopo aver tolto il polistirolo sagomato col calore, è andata persa la patina di antichità dell’ opera. Ma di questo nessuno ha mai parlato……Altra perla è la cassa inaffondabile. L’ opera viaggiava in stiva in caso di affondamento della nave chi avrebbe potuto tirarla fuori da dove si trovava?
    Però vedo con piacere che queste leggende metropolitane ancora resistono.
    A me fa molto piacere perché ricordo, ed io ero piccola, che mio padre, dotato di notevole humor diceva dall’ alto della sua esperienza che gli americani nei confronti dei quali avevamo una certa sudditanza tecnologica avevano ammannito tecnologie d’ avanguardia (dannose per le opere), mai più ripetute in quei termini e casse “inaffondabili” che solo Minguzzi poteva movimentate con i propri mezzi
    Desidero precisare che fra le tantissime opere movimentate dalla ditta di mio padre ci sono anche i Bronzi di Riace che dopo l’ esposizione a Roma al Quirinale furono trasportati a Reggio Calabria da dove non si sono più mossi……Grazie per avermi fatto rivivere episodi cari al mio cuore ed alla mia professionalità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *