ultimi articoli dell'autore

Make Art Queer Again

di Emma Montella

Si parla ancora troppo poco di arte queer: un movimento in continuo cambiamento che costruisce nuove realtà in opposizione al modello cis-patriarcale. Sicuramente, le riflessioni sulla produzione artistica legate alla tematica transgender non possono esulare dai dibattiti contemporanei inerenti la questione di genere, considerando il loro legame con l’arte femminista.

Per Judith Butler, le cui teorie femministe sostengono l’idea del genere come interpretazione culturale del sesso, il corpo viene inteso come un passivo ricettore di leggi culturali; citando Simone de Beauvoir ne Il Secondo Sesso, “non si nasce donna; lo si diventa”.

L’individuo è quindi un soggetto attivo che si appropria del genere, soddisfacendo un obbligo culturale.  Questo alimenta un’idea di genere performativa, ovvero non determinata dalla genitalità o dal sesso, ma costruita attraverso un continuo atto di ripetizione delle norme stabilite di genere, che determinano il modo di essere uomo e di essere donna, aprendo una realtà che va oltre l’essere cisgender.

Quella di Butler fa parte della filosofia che abbraccia le teorie queer, un intero corpus teorico che rende visibili tutte le identità emarginate dal sistema egemonico, in particolare la comunità transgender e le identità non binarie; queste teorie sono incluse all’interno degli studi di genere, utilizzati dagli anni Settanta come base per le lotte portate avanti dalla comunità LGTBIQAP+.

Storicamente ci sono stati molti artisti che hanno affrontato la loro identità queer attraverso le proprie opere e ci si propone di indagarne alcuni; in questo caso l’arte diventa espressione di movimenti politici, sociali e identitari.

La base ideologica queer ha radici antiche. Si potrebbe partire dalle innumerevoli rappresentazioni del Banchetto di Platone, uno dei dialoghi della maturità del filosofo, scritto  intorno al 380 a.C., in cui i personaggi Fedro, Pausania, Eurissimaco, Aristofane, Agatone e Socrate si sfidano per il discorso più bello in onore del fluido Eros, e arrivare alla rappresentazione dell’ Ermafrodito Dormiente di Bernini, descritto nelle Metamorfosi di Ovidio nell’8 d.C.

Senza dimenticare gli angeli giudeo-cristiani, o il Buddha nelle culture orientali. Per non contare i casi di donne che si travestivano da uomini e viceversa nella tradizione popolare, come nel caso della Ballata di Mulan, la leggendaria donna cinese che si arruolò in un esercito di soli uomini durante la dinastia Běi Wèi, o nell’agiografia di Giovanna d’Arco, processata per travestimento.

Nel Rinascimento fiorentino, grandi maestri ritraevano personaggi ambigui nelle vesti di divinità, come nel caso del San Giovanni Battista di Leonardo, i cui connotati parrebbero essere quelli di Salaì. In epoca contemporanea lo stesso Duchamp creò il suo alter ego femminile che chiamò Rose Sélavy, mentre la prima artista trans riconosciuta fu Lili Elbe.

Juan Vicente Aliaga, nella sua opera Arte y Cuestiones de Género, ritiene che con l’emergere del Glam-rock negli anni 70, il travestimento diventi parte integrante della sfera musicale, generando un irrevocabile desiderio di creare intersessualità; una sfera in cui gli uomini iniziano a truccarsi e le donne iniziano a usare abiti più virili, rompendo con le categorie e le identità imposte dal patriarcato.

È proprio in questo periodo che cominciò ad affiorare un dissenso nei confronti delle norme sessuali imposte, appoggiato anche dalle teorie di Foucault, e iniziò a emergere un desiderio da parte del collettivo queer di rovesciare gli stereotipi di genere. 

Artisti come Andy Warhol, Katharina Sieverding e Tony Morgan si riuniscono sotto la curatela di Jean-Christophe Ammann che organizzò la mostra Transformer: Aspekte der Travestie (1974) presso il Kunstmuseum di Lucerna.

La mostra coinvolse attivamente anche artisti musicali come Mick Jagger, David Bowie e The Cockettes, in un progetto interdisciplinare pionieristico che rivisitava la nozione di performance “vestita” e la predilezione per il camuffamento, la teatralità e il potenziale illusivo della performance e la sua capacità di materializzare un immaginario.

La scena artistica riprende così il palco anche attraverso la performance, che talvolta viene usata come vero e proprio mezzo di rivolta contro la classe politica americana.

Bisogna ribadire come la rivendicazione dell’identità attraverso l’arte sia stata interdisciplinare, attraversando i confini, acquisendo nuove voci e visioni culturali.

Ne è un esempio la polemica che si è sollevata nel 1994, quando il pittore cileno Juan Dàvila dipinse El Libertador Simon Bolivar, rappresentando Bolivar travestito e di pelle scura.

immagine per Juan Dàvila, El Libertador Simon Bolivar 1993
Juan Dàvila, El Libertador Simon Bolivar, 1993

Considerata oggi emblematica per la sua carriera, l’opera suscitò grande scalpore e fu definita blasfema. Lo scopo del pittore era proprio quello di ridimensionare la figura controversa di Bolivar, sfidando l’immaginario idealizzato in America Latina.

Il XX secolo è stato un periodo di consapevolezza sociale delle identità trans, grazie alla mobilitazione e alla presa di parola diretta delle persone della comunità; ne è un esempio il lavoro della fotografa Nan Goldin, che pur non appartenendo al collettivo LGBTQIA+ ha ritratto in modo dignitoso ed empatico i membri della sub-cultura transgender della New York degli anni Novanta.

immagine per Artwork CaptionMisty and Jimmy Paulette in a taxi, NYC. 1991, Nan Goldin
Artwork Caption
Misty and Jimmy Paulette in a taxi, NYC. 1991, Nan Goldin

Attraverso le proprie pratiche molti artisti nel corso dei decenni hanno cercato di  mettere in discussione gli stereotipi di genere.

Un primo caso sarà quello della rinomata artista britannica Sarah Lucas, nota per aver fatto parte degli Young British Artists negli anni ’90.

Il lavoro di Lucas, composto da ready-made, fotografie e sculture, distruggerà i ruoli maschili e femminili, attraverso un linguaggio aggressivo, ribelle e il più delle volte ironico, volto a creare uno spazio androgino, come possiamo vedere in diversi dei suoi autoritratti, dove l’artista è ben consapevole del suo aspetto ambiguo.

immagine per Artwork CaptionSelf Portrait with Fried Eggs 1996, Sarah Lucas
Artwork Caption
Self Portrait with Fried Eggs 1996, Sarah Lucas

Molti artisti si metteranno al centro della propria arte come protesta; Cindy Sherman, figura pivotale nella storia dell’appropriazione dell’arte, è dagli anni 70 che si fotografa in ruoli diversi, ispirandosi agli stereotipi dei mass-media.

immagine per Cindy Sherman, Series 2019
Cindy Sherman, Series 2019

Il suo è un approccio quasi teatrale che alimenta ma allo stesso tempo mette in discussione l’immaginario culturale. Nella sua recente produzione fotografica Series del 2019, l’artista americana reitera come l’identità sia davvero una sorta di performance in cui non c’è nulla di stabilito e tutti abbiamo la libertà di esprimerci e identificarci con ciò che ci fa sentire più a nostro agio.

Seguendo questa linea di performance e identità, il giovane e irriverente fotografo tedesco Joseph Wolfgang Ohlert, si reca a San Francisco dove ha realizzato il suo libro fotografico, Gender as a spectrum, un diario di viaggio composto da ritratti fotografici di persone appartenenti al collettivo trans e non-binario in cui denuncia gli aspetti limitanti dell’interpretazione binaria normalizzata.

Alcuni artisti invece si riconoscono essi stessi nel collettivo trans o non-binario e sebbene fino a poco tempo fa le identità sovversive non avessero spazio nella società, un artista non-binary per eccellenza è Claude Cahun, lo pseudonimo di Lucy Schwob.

Artista surrealista che ha rivoluzionato il primo terzo del XX secolo mettendo in discussione i ruoli di genere attraverso le sue fotografie, Cahun ha presentato una visione del mondo che sfidava il sistema eterosessuale, mandando in frantumi il concetto binario di identità di genere.

Le sue serie fotografiche spaziano dal travestimento alla narrazione della propria evoluzione personale autobiografica, situandosi ai confini dell’omosessualità, della bisessualità e dell’androginia.

L’artista trans Zackary Drucker, che vive e lavora a Los Angeles, cerca di estendere la nozione di identità corporea attraverso la fotografia e la performance, utilizzando il proprio corpo e quello degli altri come mezzo di espressione.

Laureata al California Institute of the Arts, ha partecipato a progetti per la Biennale di Los Angeles 2012, per l’Hammer Museum, la Biennale di Mosca, il MoMA PS1eo il Centre Georges Pompidou di Parigi.

Insieme al suo partner, anch’egli artista transgender, Rhys Ernst, hanno realizzato il progetto Relationship, un insieme di fotografie scattate tra il 2008 e il 2013 in cui hanno immortalato la loro vita quotidiana di coppia, documentando al contempo le loro transizioni.

Il lavoro di Drucker ed Ernst, insieme a quello di altri artisti come Amos Mac, è stato considerato da Paul B. Preciado, filosofo trans spagnolo, referente della teoria queer ed ex direttore di ricerca del MACBA, come rivoluzionaria nel presentare questo tipo di corpi desiderabili, quegli stessi corpi che sono stati giudicati mostruosi dalla tradizione medica e giuridica.

Parlando di corpi e identità non si può non affrontare anche la rivendicazione dello spazio. A Bologna compie ben dodici anni CHEAP: un progetto di public art fondato nel 2013 da sei donne. Il festival di street poster art da anni si propone di aprire gli spazi pubblici agli artisti e si occupa di manifesti e installazioni in carta, chiamati paste-up, nell’ambito delle pratiche urbane.

Ogni anno invitano cinque guest artist a Bologna e parallelamente progettano la call per i poster, sollecitando narrazioni contemporanee sul paesaggio urbano e contribuendo al discorso sullo spazio pubblico.

Nelle cinque edizioni del festival CHEAP ha ricoperto facciate di scuole, biblioteche, capannoni industriali, ma soprattutto ha ottenuto i permessi per utilizzare le antiche bacheche di inizio Novecento, situate sotto i portici centrali della città e spesso inutilizzate per anni per questioni di permessi.

Nel 2020 CHEAP lancia La Lotta è FICA, un progetto femminista intersezionale, antirazzista, body e sex positive, composto da venticinque poster installati nella centralissima Via Indipendenza realizzati da 25 artiste illustratrici, grafiche, fotografe, performer, fumettiste, streetartist: insomma, una pluralità di biografie e prospettive transfemministe.

I poster spaziano dalla lotta di genere all’antirazzismo, fino allo sguardo queer sui generi, i corpi trans e corpi eccentrici.

immagine per CHEAP - La Lotta è FICA
CHEAP – La Lotta è FICA

La pratica artistica di CHEAP è transfemminista e rivendica i propri contenuti nello spazio pubblico trasformandolo, gridando la propria legittimità al passante.

Quando scriviamo che stare in strada ti cambia e acuisce anche la vista, ci riferiamo a questo: gli anni passati a lavorare nello spazio pubblico ti portano a leggere con chiarezza le forme di esclusione che le città producono, esattamente come la nostra società.

Se l’oppressione si traduce nella bianchezza accecante dell’ordine simbolico, sentiamo di dover far irrompere nello spazio pubblico corpi neri, razzializzati.

Allo stesso modo, se il paradigma della rappresentazione dei corpi ci sta stretto, dobbiamo forzarlo e dare spazio a tutta l’eccentricità di cui siamo portatrici.

È con questa irriverenza che il 17 giugno 2020 CHEAP rompe il silenzio della pandemia con il progetto di arte pubblica, da loro definito come un’azione visiva.

Tra i manifesti appesi ci sono l’intervento di Fumettibrutti a difesa dei corpi trans; le rivendicazioni del fat queer activism di Chiara Meloni; l’intersezionalità di Giorgia Lancellotti, le lumache ermafodite liberate dal corpo queer disegnate da To/LeT etc.

Se lo sguardo maschile oggettifica il corpo delle donne e delle persone trans fino a ridurlo a puro oggetto di piacere e feticizzazione, il maze gaze va sabotato con una nuova declinazione dei nostri corpi, non più oggetto ma soggetto del desiderio, così da raccontare la legittimità dei nostri desideri, smettendo di incarnare quelli altrui.

Il genere è una performance: le parole di Judith Butler si dimostrano più che vere dopo questa breve presentazione.

Tutti gli artisti affrontati dimostrano quanto l’identità di genere sia uno dei materiali più veritieri per creare arte; la trasformazione della propria identità viene affrontata dalla loro soggettività e con la grande consapevolezza dell’atto politico che stanno compiendo.

Ognuno di loro, con la propria esperienza, sta creando un referente e lotta non per una maggiore notorietà, ma per la semplice esistenza e il riconoscimento della propria legittimità.

Sull’argomento, leggi anche 

immagine per emma montella
+ ARTICOLI

Laureata in AMAC (arts, curatorship and museology) presso l’Università di Bologna, con un master in Management dell’Arte e una triennale in Beni culturali. Italia, Grecia, Canada, Inghilterra e Spagna sono i paesi che ha potuto chiamare casa nel corso degli anni. Dopo il tirocinio formativo presso l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana Giovanni Treccani oggi lavora per la casa editrice bolognese Scripta Maneant specializzata in libri d'arte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *