Quando ho immaginato questo articolo non avevo una rotta spianata già stabilita che mi permettesse di veleggiare in tutta sicurezza verso una direzione prefissata. Non sapevo se mi sarei messo a scrivere una filastrocca, un racconto o una recensione sotto forma di saggio breve. A distanza, non scorgevo altro che i contorni sfocati di un frastagliato arcipelago di significati e concetti che avessero a che fare con due musei, due collezioni e del loro rapporto vivente con una certa idea di deposito, sovrapposizione, dialogo con delle opere realizzate da artisti contemporanei.
L’unica cosa di cui avessi la certezza sin da subito, sic et sempliciter, era la volontà di unire e avvicinare idealmente due città che, seppur si trovino a 650 km, sono collegate tra di loro non solo ad un più generale livello storico e collettivo, essendo una l’attuale capitale d’Italia e l’altra la primissima capitale del Regno d’Italia, ma anche a livello più strettamente personale: Roma, la città dove sono nato, e Torino, la città in cui vivo.
Per andare a definire i punti focali di questa mia primigenia idea, cesellando da una parte similitudini e divergenze tra quei due progetti ed evitando dall’altra di cadere in facili sovrainterpretazioni fini a sé stesse, ho deciso di interpellare i due curatori e direttori di musei che ospitano la mostra e il display che avevo intenzione di approfondire.
Nello specifico, Luca Lo Pinto, direttore del MACRO (Museo D’Arte Contemporanea di Roma) e curatore della mostra Retrofuturo. Appunti per una collezione (visibile fino al 16 febbraio 2025), e Chiara Bertola, direttrice della GAM (Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino) e curatrice, insieme a Fabio Cafagna e con l’intervento di Stefano Arienti, del display Il Deposito Vivente.
Retrofuturo. Appunti per una collezione nasce da una duplice ma congiunta riflessione: la prima riguardante le condizioni di inaccessibilità della collezione delle oltre 1.200 opere acquisite dal Comune di Roma tra gli anni Cinquanta e i primi Duemila, appartenenti alla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e presenti nei 3 piani terra dell’ala storica del MACRO; la seconda dalla volontà di creare una nuova collezione di opere contemporanee che crescessero quasi organicamente, giustapponendosi tra di loro e interagendo visivamente con la collezione preesistente.
La scelta del nome della mostra, Retrofuturo, gioca dunque su due dimensioni. Il Retro è la dimensione della collezione passata, ritratta in Catabasi dalla fotografa Giovanna Silva attraverso delle visite nei depositi e stampata su giganteschi wallpaper incollati sulle pareti dello spazio espositivo.
Su tale sfondo è andato sedimentandosi in fasi distanziate nel tempo il Futuro, ovvero delle opere, principalmente nuove produzioni, realizzate da 35 artistǝ italianǝ natǝ tra il 1980 e il 1993 (Federico Antonini, Monia Ben Hamouda, Riccardo Benassi, Ruth Beraha, Carola Bonfili, Costanza Candeloro, Ludovica Carbotta, Beatrice Celli, Giulia Cenci, Alessandro Cicoria, Gianluca Concialdi, Giulia Crispiani, Michela de Mattei, Giorgio Di Noto, Chiara Enzo, Roberto Fassone, Irene Fenara, Giorgia Garzilli, Diego Gualandris, Sara Leghissa, Lorenza Longhi, Eleonora Luccarini, Beatrice Marchi, Diego Marcon, Jim C. Nedd, Francis Offman, Parasite 2.0, Francesco Pedraglio, Margherita Raso, Real Madrid, SAGG NAPOLI, Gabriele Silli, Davide Stucchi, Ilaria Vinci).
Una maniera per dare un po’ un feeling del paesaggio artistico italiano attuale. Come mi ha raccontato Luca Lo Pinto, l’idea di questo scambio con lǝ artistǝ e di raccolta delle loro opere prende spunto idealmente dal progetto del Museo Sperimentale d’Arte Contemporanea di Eugenio Battisti, creato nel 1963 presso l’Istituto di Storia dell’Arte dell’Università di Genova, sviluppatosi fino al 1966, anno in cui il nucleo finale confluì nella collezione della Galleria d’Arte Moderna di Torino.

Anche Il Deposito Vivente nasce dal desiderio di mostrare le opere della collezione della Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, solitamente inaccessibili al pubblico. In toto la GAM possiede un patrimonio di 45.000 opere e mentre un allestimento convenzionale permetterebbe di esporne circa 200, con questo nuovo display si può arrivare ad oltre 350.
Quest’operazione rientra in un’ottica più ampia di riqualificazione dell’edificio che ospita la Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, che dopo 6 anni ha permesso la riapertura del secondo piano, diviso da una parte in un riallestimento più canonico della collezione permanente con delle tensioni e rarefazioni visibili e dall’altra appunto nel Il Deposito Vivente. Come la fotografa Giovanna Silva al MACRO, anche la direttrice Chiara Bertola ha effettuato una catabasi nei 9 depositi della GAM con l’idea di riportare alla luce ciò che da troppo tempo era sommerso, caché, dormiente in attesa di essere risvegliato.
Una progettualità poco concettuale e più decisamente pratica, funzionale in senso quantitativo, sulla scia di un’intuizione personale della direttrice: quella di portare al secondo piano il deposito tale e quale, con le sue rastrelliere, le sue scaffalature, le sue librerie, contenenti il maggior numero di opere possibili.
Nessuna preoccupazione di adottare una qualche forma di cornice curatoriale se non per formati, nella piena libertà di assemblaggio, di esposizione, con il desiderio di sbaragliare tutti i canoni espositivi per come li abbiamo visti finora.
Se è difficile infatti, visitando il dispositivo, non provare una sensazione generalizzata di spaesamento data dall’incapacità di inquadrare i rapporti tra le opere in senso di andamento cronologica o di analogia formale o di vicinanza concettuale, è perché il loro affastellamento sulle quadrerie, tipico di un allestimento domestico, rimanda invece ad un rapporto di fruizione più intimo con l’arte, avvicinandocela, aiutandoci a depotenziare quell’aura sacrale che potrebbe suscitare in noi.
Quello che però viene fuori in maniera non prevedibile a priori, è una potenza immaginifica, mitopoietica, data dai nuovi ed inediti rapporti tra sculture, statue, quadri, disegni.
Come mi ha confidato Chiara Bertola:
“Devo dire che ci sono state delle cose che ho visto nel deposito che mi hanno fatto vedere per la prima volta con una certa vitalità delle opere che fino a quel momento avevo percepito in maniera molto canonica, frontale, in modo insomma più prevedibile.
Ad esempio la figura truce, per la mancanza di un braccio, de La Petroliera, statua di una donna rivoluzionaria realizzata da Giacomo Ginotti nel 1881, guardava quella più tenera di una scultura che le stava di fianco.
Io quando le ho viste per la prima volta esattamente così, in quella stessa posizione, nel deposito, accantonate in un angolo, sono rimasta sconvolta. Erano già posizionate una accanto all’altra.
Là ho avuto un’illuminazione, accidenti com’è viva, come se fosse inserita all’interno di un colloquio e riuscisse dunque a manifestarsi molto di più. Mi sono detta che dovevo portare al pubblico quella stessa sensazione che avevo provato. Così ho fatto anche con altre sculture che avevo visto camminando continuamente nei depositi.”
Il riallestimento della collezione ha visto inoltre il coinvolgimento dell’artista Stefano Arienti (Asola, 1961). Come un “intruso”, l’artista si è insinuato tra le pieghe della GAM in maniera via via più incisiva, intervenendo dapprima nella selezione e nella composizione del display delle opere de Il Deposito Vivente, successivamente nella firma del display della mostra dal titolo Berthe Morisot. Pittrice impressionista, infine nella creazione di “inciampi visivi” che interrompessero la narrazione precostituita, destando la curiosità degli spettatori.
Ha difatti collocato delle sue nuove produzioni non solo nella sala di riposo del secondo piano che separa Il Deposito Vivente da Le Collezioni, segnatamente un grande tappetto, ma anche più in generale in tutti gli spazi di risulta, di connessione tra un piano e l’altro del museo.
Nel Il Deposito Vivente a mettersi in mostra è la simulazione di un deposito museale densamente abitato da opere reali su cui è intervenuto un artista vivente, Stefano Arienti.
Allo stesso modo in Retrofuturo degli artisti viventi sono intervenuti sullo sfondo della collezione archiviata nei depositi del MACRO, rappresentata in senso figurato dal filtro fotografico di Giovanna Silva.
Nel caso del MACRO, il progetto si presenta di fatto come un ibrido tra una mostra e un processo stratificato di costruzione di una collezione: questa stratificazione rispondeva alla concezione di un museo in costante movimento, come un magazine che si aggiornasse di volta in volta di contenuti inediti ad ogni nuova visita da parte del pubblico.
Tuttǝ lǝ artistǝ hanno dunque ragionato sul fatto di dover produrre un’opera che considerasse a livello spaziale la presenza di altre opere.
Una parte più ristretta, inoltre, ha usato il medium della mostra per riflettere sulla collezione in quanto tale. Diego Marcon (Busto Arsizio, 1985) ha prodotto Oh mio cagnetto, (2020), una raccolta di ottantuno piccole filastrocche con un’ampia distribuzione di 1000 copie, contraddicendo così l’idea con cui associamo l’opera in una collezione ad un unicum.
SAGG NAPOLI, corpo di ricerca semi-autobiografica di Sofia Ginevra Gianní (Napoli, 1991), Parasite 2.0 (collettivo fondato nel 2010 dai membri Stefano Colombo, Eugenio Cosentino e Luca Marullo) e Giulia Crispiani (Ancona, 1986) hanno lavorato parallelamente in un certo qual modo sul contrastare lo status eterno e granitico che di solito un’opera d’arte che deve essere archiviata porta con sé. SAGG NAPOLI ha scritto un graffito site-specific effimero AM I INTUITIVE OR AM I PARANOID (2020), basato sulla sua ricerca in corso sulla taranta.
Parasite 2.0 ha realizzato Fuzzy Architecture #3 (2021) performance e installazione site-specific con la quale della polvere biodegradabile e sostenibile è stata disseminata transitoriamente in vari spazi e angoli remoti del museo, anche grazie all’intervento attivo delle scarpe dei visitatori che l’hanno raccolta sotto le loro suole.
Il futuro era ieri (2020) di Giulia Crispani si configura come il tratteggio sul muro di una bozza della storyboard di una futura graphic novel che esplora dove finirebbero i musei e le loro opere se Roma si sciogliesse sotto i monsoni di fine stagione. L’opera è innanzitutto la proiezione del desiderio dell’artista di produrre un lavoro a cui il museo contribuisse attivamente.
Luca Lo Pinto ad un certo punto mi ha detto:
“Giocare con il tempo e con le diverse temporalità è qualcosa a cui non puoi fuggire se ti rapporti al linguaggio della mostra, se lavori con degli artisti viventi e soprattutto se dirigi un museo. In qualità di curatore ti confronti con la doppia polarità del tempo della Storia con la esse maiuscola e delle storie ovvero di quelle che si scrivono nel presente.”
In ultima istanza ho come l’impressione che quest’affermazione possa accomunare Retrofuturo. Appunti per una collezione e Il Deposito Vivente. Perché alla fine poi cos’è l’arte come le nostre vite se non il tentativo ultimo di trovare un equilibrio tra il passato e il presente, tra la storia collettiva e la storia personale, tra cronache già scritte e nuovi appunti, tra la stratificazione di ciò che abbiamo ereditato ed il flusso di ciò che stiamo vivendo?
Post scriptum doveroso.
A proposito del “futuro” delle opere di RetroFuturo, Luca Lo Pinta lamenta una completa ottusità da parte della Sovrintendenza nell’accogliere l’eventualità dell’allungamento del comodato d’uso o nel prevedere una forma di donazione concordata con gli artisti. Mi ha detto:
“È il massimo esempio del fallimento della politica culturale italiana e della città di Roma. Quando c’è l’occasione per valorizzare il nostro patrimonio, praticamente a costo zero, questo non avviene. È qualcosa di molto grave non perché sia un progetto mio ma perché questo rappresenta una pesante perdita per tutta la cittadinanza.”
Tiziano Tancredi (Roma, 1989) è un curatore d’arte contemporanea di base a Torino interessato ai rapporti di ordine antropologico, sociologico e architettonico che le arti visive instaurano con lo spazio pubblico. Negli ultimi anni, inoltre, ha ampliato il raggio della sua riflessione curatoriale agli spazi artistici indipendenti. Tra il 2021 e il 2022 è stato assistente della Galerie Valeria Cetraro di Parigi. Tra il 2022 e il 2023 ho lavorato a La Bourse de Commerce - Pinault Collection di Parigi. Nel 2023 ha curato la mostra collettiva “Il Personale e Politico | Il Politico e Personale” per l'XXI congresso nazionale dello Spi-Cgil. Attualmente, collabora con Cable Depot, Londra.





















