La XIV edizione di Spring Attitude – 18.000 presenze in due giorni – quest’anno coprodotto da EUR Spa, per la prima volta alla Nuvola (Centro Congressi, Roma).

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Ph. Valerio Quattrucci – NUVOLANOTTE

Non seguivo il festival da qualche anno, da quando – come dice Simon & the Stars – Urano è entrato nel mio cielo e Spazio Novecento era la casa di questo evento appena nato. Era e si conferma un festival che intercetta i giovani e le nuove tendenze consolidate, che intreccia elettronica, pop alternativo, psichedelia e cantautorato.

Arrivo alla Nuvola, che fino a questo momento ho visto nella versione Più Libri Più Liberi – Fiera della Piccola e Media Editoria, e la ritrovo vestita di luce, colore e musica in un modo armonico: attraversando la strada, verso l’ingresso, la scritta al neon “EVR” rosa, campeggia sul palco esterno, Block party, che ospita i djset e trasforma quindi tutto lo spazio che sovrasta le scalinate in un dancefloor.

 

Ascolto, durante la serata, alternando i live che sono invece al palco interno principale, Arssalendo, EMMA, fenoaltea e Turbolenta. Il pubblico, il dancefloor, è tutto rivolto sotto cassa.

Noto subito che in questa prima giornata il pubblico è giovane, educato, ha una sua estetica, bella, molto ben definita: hanno quasi tutti dei brillantini in faccia o delle lentiggini ricreate con un accuratissimo make up – avevo già scoperto quest’estate, con sorpresa, l’esistenza di tutorial appositi – un abbigliamento che non capisco, che non saprei riprodurre, che viene da un mondo che non mi appartiene ma tutto sommato vorrei che mi appartenesse.

Lo capisco quando Turbolenta remixa My hips don’t lie di Shakira e io la ballo mentre, penso, se l’avessi ascoltata in un pub di Caserta sarei fuggita sentendomi inadeguata. Questo è l’effetto che hanno su di me le giovani generazioni: se cannibalizzano il nostro passato trash o pop, me lo restituiscono con una luce e un volto che mi piace.

Per stare in queste elucubrazioni e per sentire EMMA, mi perdo il debutto live di Golden Years, che ha ospitato Coez, Frah Quintale e Franco126. Seguo i post tenerissimi dal camerino, con tanto di torta e candeline.

Ma io, diciamoci la verità, sono qui per riascoltare Giorgio Poi.

Il palco occupa tutto lo spazio della sala che generalmente ospita gli stand della fiera dell’editoria. Chiunque sia arrivato lì con quest’immaginario ha pensato – credo – che questa è una bellissima soluzione per utilizzare tutto quello spazio – bisognerebbe chiedere a Massimiliano Fuksas cosa ne pensa.

C’è un’infinità di spazio, c’è un palco molto grande, una pedana che permette di rialzare batteria, laterale, e tastiera, sul fondo. Siamo a un festival internazionale, penso.

Arriva Giorgio Poi, io sono felice, genuinamente, come se fossi l’adolescente che si rivede nei testi delle sue canzoni, un po’ innamorata, un po’ rassegnata a quell’amore che non continuerà, o che non c’è stato. Questo ultimo album, Schegge mi è entrato nel cuore con un paio di versi da Giochi di gambe:

Entra un raggio di luna dalle finestre/ È mio padre che dice che mi protegge/
In questa grande esplosione siamo le schegge.

Penso a lui come a un cantautore e poeta, amo la sua ironia e il suo sound, la voce distorta, dall’uscita di Tubature, che pure ci regala a un certo punto del live.

I concerti nei festival hanno sempre una doppia faccia di scomodità e di opportunità: non ce lo fanno godere sul serio, ma siamo grati per l’occasione.

Non suona stella ma suona vinavil, me lo faccio andar bene soprattutto perché ci regala una bellissima sorpresa – virale dal giorno dell’esibizione – ovvero Luca Marinelli che duetta con lui Solo per gioco. Lo raggiunge poi sul palco anche Frah Quintale per Missili ma il nostro cuore ricorderà solo Marinelli.

Il live successivo su questo palco è La Rappresentante di Lista, che conclude qui il tour estivo dell’album Giorni felici.

Sullo sfondo LRDL in multicolor, principalmente colori caldi. Questo concerto lo seguo da lontano, c’è moltissima gente, ballano – sempre composti.

immagine per Spring Attitude alla Nuvola - Ph. Valerio Quattrucci - LRDL
Ph. Valerio Quattrucci – LRDL

C’è un momento in cui risento il ritornello di Vita, sei felice o sei complice, e ci penso.

Vado a ripescare adesso un’intervista di Veronica Lucchesi e Dario Mangiaracina del 2021, che accompagnava l’uscita del singolo:

“Sei felice o sei complice” è una citazione di una poesia di un poeta palermitano. Nino Gennaro, poeta morto di AIDS nel 1995 a Palermo, gli ultimi anni della sua vita scriveva a mano dei quaderni e li regalava alle persone più care. Quelle poesie scritte a mano mi folgorarono. E questa frase iconica “O sei felice, o sei complice” per noi è diventato un vero e proprio slogan. Un motto.

La felicità è un atto profondo che può ribaltare il sistema. In una società che ci ha insegnato quasi esclusivamente a ricordare la paura, la chiusura e le difficoltà, un vero atto di resistenza potrebbe essere quello di tenerci stretti gli attimi di gioia. Rinnovare lo stupore, la curiosità, la meraviglia.”

Ci teniamo stretti anche prima dell’inizio di Un’isola e io penso, ma tutti noi pensiamo, a dove siamo noi e dove sono gli altri, quelli che stanno sotto le bombe, e prima che inizi la canzone parte un coro “Free free Palestine”, una cosa che si ripete anche il giorno dopo. Nessun artista ha dimenticato di esibire una bandiera.

Cambia completamente l’atmosfera intorno a mezzanotte con Apparat, anche lui non lo vedo da quando Urano è entrato nel Leone, ma non è cambiato nulla, godiamo tutti di ottima salute, solo che siamo rimasti solo noi sottopalco a sentirlo.

immagine per Spring Attitude alla Nuvola - Ph. Federico Carnevale - APPARAT
Ph. Federico Carnevale – APPARAT

Siamo tanti, ma i giovani se ne sono andati, torneranno per sentire BICEP con Chroma, show audiovisivo unico in Italia, portano raffinata eleganza nei beat: elementi presi dal metal per la forza, varianze improvvise, effetti che plasmano il suono come se fossero colori su tela.

Non ha video sullo sfondo, ha un bellissimo chignon sulla testa e di presenta con la solidità di sempre, cupa, a contrasto con questa presenza che svetta dalla console in questo palco gigante. Mi sento a casa.

Il sabato, mentre nel cielo il fratello di Elon Musk disegna La Pietà di Michelangelo con i droni su San Pietro, e mi chiedo come sia possibile che le tecnologie possano essere usate per questo scempio artistico e per quello scempio umano che non si ferma, a qualche miglio di distanza da noi, il clima è cambiato.

È meno intellettuale e più festaiolo. Sono arrivate persone da fuori Roma, credo principalmente per La Niña. Guardo il suo concerto-di-fretta, ce lo dice dall’inizio che hanno poco tempo e devono fare un sacco di canzoni, con stupore, come tutte le volte. Artiste e artisti pazzesche e pazzeschi con nacchere e tammorre, che hanno saputo raccontare la storia della tradizione popolare in una chiave adesso sia comprensibile che accattivante ma con una professionalità indubbia, una voce invidiabile.

Questo orgoglio campano – che ogni tanto viene fuori anche a me – l’hanno saputo omaggiare con il recupero di antiche storie, ballate, favole.

Le donne protagoniste delle storie sono tutte sanguinarie, fanno la rivoluzione anche restituendo la violenza subita (c’è una donna che letteralmente evira l’uomo che le fa violenza e mangia il suo attributo) o la paura (‘Sta femmena ‘e niente mò vo’ tutt’ cos’/ Mò vo’ tutt’ cos’/ E ten’ n’arraggia ca’ nunn’ arreposa/ Ca’ nunn’ arreposa/ Ha dato la vita e ce l’anno luata ‘nu milion’ ‘e vote/Vestuta ‘a puttana e vestuta da sposa) Femmena ‘e niente/Paura ‘e niente è il ritornello di Figlia d’ ‘a tempesta, canzone dei cortei e delle manifestazioni femministe, ma poi ci sono storie come quella di Manolonga, strega di Benevento con braccia lunghe, nota per tirare le persone, specialmente bambini curiosi, dentro i pozzi, che diventa archetipo della depressione e restituisce una luce diversa a questa figura della tradizione popolare in qualche modo costretta al male e al buio per condanna o per sua natura.

In questo corpo unico di persone che ballano e simulano i passi della tammorra napoletana, tengono il ritmo come se avessero le nacchere e sbattono i piedi per terra come invasate, parte un coro “Free free Palestine”. È già successo, ma in questo momento ho un brivido, lo sento autentico, abbiamo esorcizzato il corpo e siamo solo emozioni.

Il festival procede su altri ritmi, altri colori, altri sound meno cupi e teatrali. Mi colpisce L’Impératrice, band french pop and nu-disco, molta estetica e beat divertenti. Maud “Louve” Ferron, nuova voce del gruppo, ha un body bellissimo e percorre il palco in lungo e in largo con un’energia adrenalinica che si modula perfettamente sulla musica.

È già successo dall’inizio della serata che con l’amica con cui sono venuta a fare la giovane fino alle 4 di mattina di un sabato a quarant’anni, ci siamo dette di abbinare dei tarocchi alle canzoni.

Con grande difficoltà abbiamo osato abbinamenti sanguinari per La Niña (papessa, tre di spade, giudizio, giustizia), adesso è chiaro che la carta di questa band sia appunto l’imperatrice – tra l’altro francese già per nascita nei tarocchi marsigliesi.

L’Imperatrice è una carta di potere, che sovrasta, che ha il suo regno ma che è pur sempre la moglie dell’Imperatore, non gode di totale autonomia nel suo potere. Chissà se ci avevano pensato quando hanno scelto il nome della band.

Unica vera sorpresa e rivelazione di questo festival i Planet Opal: duo batteria tastiere e synth (li dovete guardare), sono troppo belli . È un progetto di musica elettronica italiana formato da Giorgio Assi (produttore, sintetizzatori e voce) e Leonardo De Franceschi (batteria e percussioni), di Bergamo. Dance-punk, post-disco e kraut-rock, dicono quelli bravi.

Ci avviamo verso la chiusura, con Ellen Allien che ci tiene a ballare, con una kefiah sulla consolle, colorata, proprio quella palestinese. E balliamo con leggerezza. Grazie Spring Attitude per questa primavera fuori stagione.

immagine per Serena Ferraiolo
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Specialista in letteratura ispano americana, ha conseguito il dottorato di ricerca in "Studi Euro Americani" con una tesi sulla guerra delle Malvinas-Falkland analizzata attraverso la produzione letteraria argentina. Ha tradotto Memorie dal Calabozo di Mauricio Rosencof ed Eleuterio F. Huidobro (Iacobelli editore, 2009), Le leggende del nonno di tutte le cose di Mauricio Rosencof (Novadelphi, 2011) e Olio su tela di Gina Picart (Novadelphi, 2014). Svolge attività di promozione della lettura attraverso la collaborazione con festival letterari o il coordinamento di gruppi di lettura. Lavora presso la Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, che organizza il Premio Strega, come assistente di direzione. Per Iacobelli Editore ha pubblicato Il piccolo libro vegano (2019).

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