Conto di aver visto almeno cinque concerti dei Mogwai, in Italia e all’estero. Confondo le volte in cui li ho visti e le ragioni, sicuramente mia sorella – prima fan loro e di tutti i gruppi di Glasgow – me li ha fatti conoscere nei primi anni 2000. Chissà se mescolo i ricordi oppure una cassettina registrata era nella sua macchina, che poi è quella che ho ereditato per un anno quando lei era in Erasmus. 2004, lei ricorda di averli visti per la prima volta a Madrid. Io mi ricordo Napoli – Neapolis Festival, Buenos Aires – Music Wins, Roma – Auditorium Parco della Musica. Me ne sfuggono due.

Andiamo a vedere un incontro nella piazza principale di Locorotondo – ci dicono che una volta il festival era tutto così, tutto in piazza o in luoghi della città, aperto al pubblico, abbracciava il pubblico. Ora l’offerta è cresciuta in qualità e quindi in necessità di accoglienza e quindi si va alla Masseria Ferragnano per seguire gli eventi principali che questa sera sono Neoprimitivi, Almamegretta e Mogwai.

In piazza l’incontro è sul documentario dei Mogwai If the stars had a sound. Lo introducono Carlo Massarini ed Enzo Mansueto. Interessante il loro punto di vista sulla musica e l’evoluzione del gruppo, parlano di Kiko Loiacono, amico della band, primo ad averli portati a Bari, mancato qualche tempo fa – a cui Stuart Braithwaite dedicherà Ritchie Sacramento più tardi.

Si parla del loro rapporto con la città, cupa e produttiva, di buio e di luce, di come i primi dischi siamo stati assolutamente innovativi nel panorama europeo e mondiale, della dicotomia che sta dentro l’anima del gruppo e di questa musica, post rock dicono, perché sono sempre necessarie le definizioni – vedremo poi nel pubblico al concerto metallari e darkettoni, il post rock dei Mogwai è senza dubbio esteso, aperto, si tira dentro un pubblico che ama la musica, i bassi, sentire vibrare l’aria all’improvviso come con un boato.

Un’altra parola mi resta in testa, siderale. Certo se le stelle avessero un suono, suonerebbero come la musica che i Mogwai hanno immaginato per loro. Siderale è la parola giusta, credo.

Guardiamo il documentario, davvero bello. Penso a quando il 19 febbraio 2021 esce As the Love Continues e noi siamo nel pieno post-covid, io sono andata a vivere con il mio ex compagno in un paese fuori Roma, lui ama i Mogwai, ascoltiamo il disco spesso, molto spesso. Il documentario ha a che fare con la registrazione del disco, con le difficoltà di farlo nel 2020, quando tutto è chiuso e non si possono raggiungere gli studi di registrazione negli Stati Uniti.

As the Love Continues raggiunge il primo posto nelle classifiche degli album del Regno Unito. In tutti i loro anni di attività, nonostante l’acclamazione, questa è la prima volta in cui accade. È una consacrazione, da qui muove il documentario, che mette insieme tutta la storia della band.

Mi colpisce il racconto della nascita dell’idea di My Father My King. Origina da una melodia di una preghiera ebraica che si recita durante il kippur, giorno ebraico della penitenza.  È forse la cosa che mi resta maggiormente impressa. Penso al perché non sia stato fatto lo stesso con Osanna nell’alto dei cieli, Il pane del cammino o altre canzoni che accompagnano la liturgia cristiana cattolica. Penso chissà come sarebbe accolta. Poi penso ad Alleluja di Jeff Buckley. Mi chiedo quando la musica diventa mistica. Mi ritorna in mente siderale.

Arriviamo alla Masseria Ferragnano in tempo per vedere i Neoprimitivi. Sono tanti, giovani, stravaganti e scoordinati nella definizione estetica delle proprie identità.

Mescolano krautrock, protopunk, afro-funk e soul. A me sembra di ascoltare psichedelia, mi ricordano gli australiani Pond. Mi sembrano vivi, sporchi e molto molto belli. Penso che li dovrò ascoltare meglio.

Seguono gli Almamegretta. Il pubblico è tutto per loro. Sono trent’anni dall’uscita di Sanacore – mi chiedo quando sia successo – e Raiz è al centro del palco davanti al loro logo – fisso quel delfino ai piedi della dea Tanis e penso al pesce dell’iconografia cristiana, Ichthys, Cristo.

Penso alla musica, alla mistica, alle danze estatiche. Penso alla ritualità del ritrovarsi, di cantare insieme, di far cantare il pubblico – come quando attacca il ritornello di Nun te scurdà.

Arrivano i Mogwai. Penso al 2011, per la prima volta a Napoli Hardcore Will Never Die, But You Will. Penso al loro muro di casse, ai bassi nello stomaco e a quella sensazione di riconoscimento, identificazione. Sentirsi a casa. Sentirsi nel posto giusto. Mi guardo intorno e il pubblico è cambiato. Sono cambiate le magliette, nere o grige con scritte di gruppi musicali, il modo in cui si muove, come occupa lo spazio, quello che beve. Mi assomiglia di più.

immagine per Mogwai, Locus Festival 2025 - Ph. S. Ferraiolo
Mogwai, Locus Festival 2025 – Ph. S. Ferraiolo

Il concerto inizia come inizia The bad fire, l’ultimo album, God Gets You Back e Hi Chao. È un disco dolce, mi viene da dire. Una sorta di esplosione, ma più aperta, più luminosa, come se il cielo cupo della città si fosse aperto. Come una pacificazione. Mi dà gioia Pale Vegan Hip Pain – mentre dal fondo della masseria mi raggiungono zaffate di carne alla brace e fritto. Notifico però la presenza di uno stand con panzarotti vegani.

Mi sento a casa quando arrivano Take Me Somewhere Nice e Every Country’s Sun. Mi sembra proprio bello che ci siano, che siano lì sul palco a muoversi all’unisono, occupando con compostezza il loro spazio.

Escono e tornano per il bis – penso che anche questo è un rito, non ho mai capito se mi piace oppure no, è qualcosa che ha a che fare con l’attesa, quindi non so se mi piace. Tornano sul palco e cantano Ritchie Sacramento. Cantano. Questa era stata la novità. Chiudono il concerto con Mogwai Fear Satan. Perdiamo definitivamente l’udito, ma con il desiderio di perderlo. Ci salutano dal palco che ormai non siamo più in grado di sentire niente però ecco, soddisfatti tutti.

immagine per Serena Ferraiolo
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Specialista in letteratura ispano americana, ha conseguito il dottorato di ricerca in "Studi Euro Americani" con una tesi sulla guerra delle Malvinas-Falkland analizzata attraverso la produzione letteraria argentina. Ha tradotto Memorie dal Calabozo di Mauricio Rosencof ed Eleuterio F. Huidobro (Iacobelli editore, 2009), Le leggende del nonno di tutte le cose di Mauricio Rosencof (Novadelphi, 2011) e Olio su tela di Gina Picart (Novadelphi, 2014). Svolge attività di promozione della lettura attraverso la collaborazione con festival letterari o il coordinamento di gruppi di lettura. Lavora presso la Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, che organizza il Premio Strega, come assistente di direzione. Per Iacobelli Editore ha pubblicato Il piccolo libro vegano (2019).

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