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Mater Nullius. Il concerto ancestrale, rito collettivo di Davide Ambrogio

di Serena Ferraiolo

Settembre è un mese cuscinetto faticosissimo per tutte e tutti noi, soprattutto per chi vive nelle grandi città. Ci diciamo che è un problema di rientro dalle vacanze – ma tanto ormai le vacanze non esistono – o che è una questione climatica – il cambiamento climatico è il trend topic più usato nelle conversazioni in questi mesi. Io credo sia perché arriva l’autunno, o non arriva – poi a Roma c’è l’ottobrata romana – e noi non sappiamo come vestirci, non sappiamo se piove, non vogliamo più sudare eppure sudiamo. Siamo circondate da persone che alle 7 di mattina escono di casa con il giubbotto smanicato e i sandali.

In questo settembre io ho deciso di prendermi un tempo per avvicinarmi all’autunno e sono andata a trovarmi un ristoro che fosse anche un isolamento, in mezzo a una natura che non contempla persone e dove il mio cane può essere libero. Poi è arrivato il solstizio.

Mi dispiace tornare sempre sullo stesso punto, ma di fatto le cose importanti del mio anno succedono tutte intorno a queste rivoluzioni del cielo e delle stagioni.

E in mezzo al solstizio – che dovrebbe essere il 21 settembre ma invece è il 23 – ci è finita questa data che casca perfettamente nella rivoluzione del cielo e delle stagioni e mi sono trovata a compiere questo rito collettivo che è il concerto di Davide Ambrogio e il suo album Mater Nullius presentato al RomaEuropa Festival 2026.

immagine per Davide Ambrogio, Mater Nullius Live. 2026 Roma Europa Festival. Ph. S. Ferraiolo
Davide Ambrogio, Mater Nullius Live. 2026 Roma Europa Festival. Ph. S. Ferraiolo

 

Davide Ambrogio ci dice molte cose in questo concerto. Ci dice che Roma è stata una seconda casa ma che lui è uno di quelli che è ritornato – si parla moltissimo in questo periodo di restanza, ritorno, restituzione. Nella Calabria in cui è cresciuto ha capito, con sua nonna, che forse prima di approfondire l’armeno avrebbe potuto riprendere, riattivare, ridare vita alla lingua della sua terra.

Il concerto inizia in mezzo a noi. Prima di salire sul palco, creano un cerchio piccolissimo, uno spazio che per caso occupano accanto a me, e in tre iniziano un canto a cappella che sembrano essere cinquanta.

E di fatto a loro si aggiungono le voci di un coro di infiltrate e infiltrati nel pubblico, che risponde all’unisono ed entra in dialogo con loro. Un coro greco mi sembra.

 

 

Mentre parla ovviamente penso che siamo tanti, ma anche che è calabrese, e siamo a Roma, e che i calabresi hanno un orgoglio e un senso di collettività che supera le altre regioni. E poi penso a questa ondata del pride regionale, dello studio dei dialetti, della rivendicazione, anche in musica, anche pop.
E penso alla Niña, a Liberato, a Nu Guinea.

Penso a loro perché corrispondono al mio dialetto e so che sono davanti a una cosa diversa. Poi in realtà ci dice anche che questo album è stato scritto in Sicilia – tra i boschi di Alia e il complesso rupestre delle Grotte della Gurfa – che gli altri componenti del suo gruppo sono pugliesi e siciliani – vedo le loro madri in prima fila che ballano, scalmanate, e li fotografano, altro che pride – e quindi torno a pensare ai dialetti, al sud, alla capacità di unire le persone in comunità.

Siamo in mezzo a una scena rupestre, a una festa di paese e in un dancefloor. Attraversiamo sonorità arcaiche, cornamuse, tamburi, troccole, catene e suoni elettronici che guidano, creano la cornice, ci danno la collocazione.

Davide ci spiega il viaggio che stiamo per intraprendere con lui, un viaggio iniziatico dalla morte alla resurrezione, che passa attraverso tutti gli elementi naturali e tutti gli elementi dell’essere. La parola chiave di tutto questo discorso resta una e chiarissima: “ancestrale”.

La voce, le voci, i canti, sono però lo strumento più potente di tutti. Senza voce, non ci sarebbe spazio per questo recupero immersivo del passato. Non ci sarebbe rievocazione o invocazione.

Mater Nullius è una Via Crucis di 14 stazioni, ce lo dice Davide all’inizio.

L’andamento è onirico inizialmente (penso a Boscu), dionisiaco ed estatico per una lunga parte centrale del percorso (Ballu du diavuli) che mi sembra anche accompagnarci al distacco – vediamo il male (Arsa) e lo scacciamo – , attraversiamo il dolore con sonorità più dure che fondono troccole, tamburi e catene con i sintetizzatori e lo trasformano in un rituale collettivo di catarsi.

Quindi arriva la risalita, la rinascita, tutto si fa luce – anche se in realtà uno dei brani conclusivi (Orbi) si ispira ai cantastorie ciechi di Palermo, quindi è al buio, ma questo buio non acceca, rivela attraverso gli altri sensi quello che la vista ordinaria non può cogliere.

Con l’ultimo brano sul palco, Miserere, siamo tutti di nuovo presenti, tornati da questo viaggio. Chissà se siamo cambiati. Io sono divertita e sollevata. E Davide Ambrogio insieme a Walter Laureti (sintetizzatori, elettronica live), Federico Laganà (percussioni e voce), Gabriele Bazza (voce, chitarra), Vincenzo Gagliani (tamburo) sono soddisfatti.

Solo alla fine mi rendo conto che Vincenzo Gagliani, al tamburo, ha un tutore al polso, sembra fratturato. A questo punto pensiamo sia tutto finito, ma è adesso che invece Davide imbraccia la cornamusa, Walter Laureti che ricordo essere tra tutti il musicista più contemporaneo, quello che sta a synt e tastiere, quello che si presenta di profilo sul palco ma che mette in primo piano per noi la sua strumentazione elettronica, lui che fa la parte della contemporaneità, scende nel pubblico, il coro di infiltrati riprende vita, si fa cerchio, e balla questa danza popolare.

Si fanno cerchi concentrici che vanno in direzioni diverse, si uniscono quasi tutte le persone del pubblico. È bello poter occupare lo spazio in questo modo. Essere nella collettività come in un abbraccio.

Me ne torno a casa con un pensiero, che sta tutto nel suo rito finale in cui ci ha chiesto, con un coro da stadio, di scacciare quello che non va:

turismo delle radici
mercato dell’antico
futuro imborghesito
passato museale
retorica dell’ancestrale
memoria collettiva – guadagno individuale
altamoda popolare
appropriazione culturale
lo spettacolo travestito da rituale
Davide Ambrogio presentato come uno sciamano tribale
Mi sa che c’è rimasto solo il folklore.
[trascrizione video]

 

immagine per Serena Ferraiolo
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Specialista in letteratura ispano americana, ha conseguito il dottorato di ricerca in "Studi Euro Americani" con una tesi sulla guerra delle Malvinas-Falkland analizzata attraverso la produzione letteraria argentina. Ha tradotto Memorie dal Calabozo di Mauricio Rosencof ed Eleuterio F. Huidobro (Iacobelli editore, 2009), Le leggende del nonno di tutte le cose di Mauricio Rosencof (Novadelphi, 2011) e Olio su tela di Gina Picart (Novadelphi, 2014). Svolge attività di promozione della lettura attraverso la collaborazione con festival letterari o il coordinamento di gruppi di lettura. Lavora presso la Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, che organizza il Premio Strega, come assistente di direzione. Per Iacobelli Editore ha pubblicato Il piccolo libro vegano (2019).

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