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Spring Attitude. Once in a blue moon, un festival in movimento.

In questa quindicesima edizione dello Spring Attitude il Festival ritorna in primavera, e per una strana congiura che non lo vuole radicarsi nella sua stagione, è arrivato il caldo e forse siamo nel passaggio tra la primavera e l’estate. Forse siamo anche in un plenilunio in sagittario, che chiamiamo luna blu.

La mia amica Angie Soleluna mi ricorda che in inglese si dice “once in a blue moon” per intendere qualcosa che succede molto di rado, e me lo vedo davanti agli occhi quando salgono sul palco Nu Genea, in versione band, e proiettano il titolo del nuovo disco: People of the moon.

immagine per Nu Genea - Spring Attitude Festival 2026. foto di S.Ferraiolo
Nu Genea – Spring Attitude Festival 2026. Foto di Serena Ferraiolo
immagine per Nu Genea - Spring Attitude Festival 2026. Foto di Marco Costantini
Nu Genea – Spring Attitude Festival 2026. Foto di Marco Costantini

Tutto il mediterraneo è con noi, sculettiamo un po’, ci muoviamo tra le onde di un mare calmo, transitiamo verso l’estate e poi ritorniamo a riva con Marechià, la conosciamo tutti, la aspettavamo, fa parte di quel pride napoletano che negli ultimi anni è tornato a farsi largo tra i nostri ascolti, tra gli anni’70 e i reperti bellici musicali che altre influenze hanno riacceso e quell’amore per il soul e il funky che quella splendida città ha sempre usato come bandiera identitaria di identificazione multiculturale.

Prima di loro, YĪN YĪN, band olandese psyc, funk, con contaminazioni dal sud est asiatico. Ci presentano Yatta, “va tutto bene”, sullo schermo alle loro spalle maiali tigrati in stile orientale e tigri e leopardi si alternano come numi tutelari, alla copertina del disco, tritolo.

Non va tutto bene, lo sappiamo, ci godiamo questo momento di sano nutrimento, bella musica, nuove scoperte, mentre il mondo fuori fa un rumore che non ci piace.

Questa cosa non viene fuori mai in questa prima giornata del festival, “siamo nel chill” direbbero i giovani, ma altri giovani, anzi altre giovani il giorno dopo ce lo ricordano sullo stesso palco.

Emma Nolde lo fa il giorno dopo, in un concerto animato in cui chiede al pubblico di essere tutt’uno con lei, con il suo disco e le sue canzoni, per fare insieme cori e basi.

Ci dice che ha paura soprattutto del clima politico che c’è e che la sua forma per esorcizzare quella paura e sentire che altre persone sono dalla sua stessa parte della barricata.

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Emma Nolde – Spring Attitude Festival 2026. Foto di Kimberley Ross

Dice pure che, se fa un suono e tutti noi lo facciamo con lei, non è tanto il risultato che si ottiene sotto forma di un suono amplificato, quanto il fatto che sono tanti piccoli suoni insieme. Tante piccole voci che più che un coro, possono andare e portare quella voce altrove e innescare altre voci.

Ecco, la calma degli YĪN YĪN, anche elettrizzante e divertente, è in totale contrasto con quei candelotti di dinamite che in fondo ci dicono che fuori il mondo sa essere brutto.

Effettivamente, fuori il mondo ha una forma strana stasera: la Cristoforo Colombo, la strada che collega L’Eur al centro di Roma e viceversa, è bloccata perché sono scappati dei cavalli cooptati per la sfilata del 2 giugno.

Il mondo fuori è contraddittorio, non lo capiamo sempre, a volte nemmeno quello dentro. Mi sento così quando ascolto Tony Pitony, sicuramente il momento più atteso della serata, con più pubblico e più diversificato.

È un’esperienza che non capisco. La band è pazzesca, lui ha una voce strepitosa, il pubblico lo segue in tutto quello che fa e che canta, e i testi sono per mio personale gusto a volte divertenti e a volte osceni.

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Tony Pitoni – Spring Attitude Festival 2026. Foto di Kimberley Ross

Penso che in fondo anche noi abbiamo avuto gli Squallor, Tony Tammaro e Elio e le Storie Tese. Il concetto è simile, musica incredibile e testi demenziali, sconci, volgari. Ma mi fa impressione. Mi sento inadeguata, probabilmente vecchia.

So di non capirli e non li voglio capire quando sul palco invita come ospiti tali Smerdino e Lo Zio che fanno una cosa bizzarra: entrano con una grande casseruola con della pasta all’interno e spadellano simulando un atto sessuale. Letteralmente danno colpi con il bacino per rimestare, amalgamare, la pasta. Lo fa anche Tony alla fine. Tutto il pubblico urla “non ci credo”.

Sono star dell’internet questi due, però io davvero non capisco dove faccia ridere questa cosa. Io lo so che vengo dalle stagioni di Drive in e del Bagaglino, che i corpi e le allusioni sessuali erano alla base della comicità, però pensavo che per i ventenni di oggi ci fosse la speranza di una comicità diversa. Invece ancora fa ridere e fa sentire grandi questa cosa di ostentare al mondo che sappiamo scopare.

Il secondo giorno mi rimette al mondo. Arrivo alle 5 per sentire Gaia Banfi.

All the couses and conditios of happiness are inside of you. They are here, all of them, right now. The miracle of life in our bodies

L’intro di Macaia, canzone che in qualche modo da il nome al suo album La Maccaia (2024), viene dalla traccia di un sermone. Gaia Banfi è alla tastiera e imbraccia la chitarra. C’è fumo e una luce bianca come un cono la illumina dalle spalle, come dall’alto. Non una luce divina ma un altrove. Sentiamo tutti gli elementi che sono nella sua musica, sentiamo il nostro corpo-tempio che sta bene dov’è e questa forma di spiritualità noise che ci fa bene, come un piccolo miracolo sensoriale.

La maccaja è il modo in cui a Genova chiamano lo scirocco che soffia sul golfo. Sentiamo la nostalgia. Ogni cosa sarà al suo riposo/in un giorno compiuto. Le atmosfere sono rarefatte, i cori profondi, la voce cupa e altissima. Mi viene in mente Andrea Laszlo De Simone.

In questo pomeriggio tardo di musica che culla e che turba, sono le donne sulla scena, tutte giovani, hanno tutte meno di trent’anni. Poi ci sarà Motta che a quarant’anni appena compiuti ci riporta indietro di una decade e si ricolloca perfettamente in linea con loro.

Gaia Banfi lascia il palco ad Altea, da Milano e dalla Liguria ci spostiamo a Napoli. Altea è salentina, nel 2020 a Napoli è parte del collettivo Thru Collected. Ci sono città di nascita e città di adozione, senza dubbio. Ci piace fantasticare sui mille modi di morire, un verso di nuvole, mi fa pensare a MEG. Dentro questo album c’è il Salento, forse, come radici.

immagine per Altea - Spring Attitude Festival 2026. Foto di Kimberley Ross
Altea – Spring Attitude Festival 2026. Foto di Kimberley Ross

C’è la spiritualità yogi di sua madre – dice in alcune interviste che ha forse reso sincretiche le sue origini – e c’è senza dubbio la malinconia dell’incredibile città che è Napoli e di tutti i sud che racchiudiamo. Non ti posso salvare/ saranno lacrime a proteggere i tuoi fiori (estati peggiori) hanno tutta l’arrendevolezza triste e ribelle di quei posti lì. Radici e viscere.

Emma Nolde compare sul palco con la sua band e una verve completamente diversa. Siamo stati nell’oscurità e ora arriva la luce. Una sorta di Florence and the machine misto Lucio Corsi, con un’outfit invidiabile, che nasconde il corpo con stile. Sale sul palco e ci dice che se ci sentiamo a disagio nel mondo, non sappiamo ballare, non sappiamo cantare, siamo al concerto giusto.

Ora mi guardo intorno e c’è decisamente molta più gente che canta, che conosce tutte le canzoni, che balla, saltella, alza le mani per richiamare la sua attenzione. La platea è viva. Non ciondola più come poco fa in una sorta di meditazione collettiva intimista. Emma Nolde è coinvolgente, la sento dentro un po’ emo. Oltre a essere di fatto stata l’unica a fare una piccola denuncia della situazione politica, è proprio una gran motivatrice.

Le sue canzoni urlano che il mondo è orrendo ma lo possiamo cambiare. Anzi non proprio cambiare, non possiamo fare la rivoluzione: possiamo trovare il modo di starci bene, come nel caso della canzone usare come megafono di supporto (di cui sopra).

Sono poche le cose che ci rendono liberi/ abbiamo voci stonate che ci rendono simili.

Motta sale sul palco con la M in metallo che ruota, che lo ha accompagnato nel suo tour di dieci anni fa. La fine dei suoi vent’anni era anche quella dei miei, me lo ricordo bene quel momento e mi piace l’idea di ritrovare lì, invecchiate con noi, quelle emozioni, quella rabbia, quella sottile delusione, quel pianto per i nostri genitori.

La fine dei vent’anni è un po’ come essere in ritardo: non devi sbagliare strada, non farti del male e trovare parcheggio.

È successa una cosa buffa dieci anni fa, ho invitato Motta a intervenire come ospite durante un evento del mio lavoro e lui ha accettato e ha suonato tra le altre Sei bella davvero, che poi è stata la canzone che abbiamo montato sotto il video di quell’evento. Quando la inizia a cantare io quindi ripiombo esattamente in quel momento, in una sala rossa, ho i capelli lunghissimi e un pantalone bianco che non mi entrerà mai più.

Mi piace pensare – contrariamente a quanto sento dire – che sia cambiato veramente tutto. Che poi alla fine pure per Motta è cambiato tutto. C’è Roberta Sammarelli (per noi sarà sempre Roberta dei Verdena) al basso, intanto. Con buona pace di chi c’era prima, questa è una bellissima notizia. E ci sono un sacco di anni in più che Francesco non sente perché la prima cosa che fa è buttarsi sul pubblico all’inizio del concerto. Scopro che il pubblico è mio coetaneo, di fatto, per una semplice ragione: lo prendono.

Con questi sentimenti contrastanti penso di andarmene ma mi trattiene la curiosità di vedere cosa combina Nathy Peluso che presenta Club Grasa. E non lo dico con aria di sfida. Proprio non so cosa aspettarmi, anche se vedo entrare nel backstage donne bellissime piene perline, abiti colorati, corpi, soprattutto corpi in evidenza. E immagino proprio che ci siamo.

Nathy Peluso, cantautrice argentina classe 1995, ha fatto un esperimento grandioso. Nel 2024 pubblica Grasa, lavoro intimo e molto potente, che attraversa e punta a consolidare temi di autonomia, forza e consapevolezza.

Passa per l’amore, per i soldi, per la politica contemporanea, affronta la società come da sempre fanno i generi che si intrecciano nel suo mondo: rap, R&B, musica latina ed elettronica. Poi che fa: crea il progetto Club Grasa che diventa un EP; e affida 8 brani dell’album a produttori di grido, protagonisti dell’elettronica underground latinoamericana ed europea.

Aggiunge la teatralità: sale sul palco con circa venti persone che ballano con lei e simulano contesti street r&b, esibizioni, assoli. Lo schermo proietta quello che abbiamo sul palco: una festa dell’autodeterminazione in chiave femminile, queer, identitaria di quel genere a cui desideriamo appartenere.

Tutti ballano, nessuno giudica – mi pare, o voglio credere –, tutte e tutti si divertono. La musica è pazzesca, Nathy Peluso svetta con questo top fucsia, la vediamo da lontanissimo, anche dal fondo della sala dove sono io. È una festa, forse è primavera, forse siamo entrati nella nuova era.

immagine per Spring Attitude Festival 2026. Foto di Federico Carnevale
Spring Attitude Festival 2026. Foto di Federico Carnevale
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Specialista in letteratura ispano americana, ha conseguito il dottorato di ricerca in "Studi Euro Americani" con una tesi sulla guerra delle Malvinas-Falkland analizzata attraverso la produzione letteraria argentina. Ha tradotto Memorie dal Calabozo di Mauricio Rosencof ed Eleuterio F. Huidobro (Iacobelli editore, 2009), Le leggende del nonno di tutte le cose di Mauricio Rosencof (Novadelphi, 2011) e Olio su tela di Gina Picart (Novadelphi, 2014). Svolge attività di promozione della lettura attraverso la collaborazione con festival letterari o il coordinamento di gruppi di lettura. Lavora presso la Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, che organizza il Premio Strega, come assistente di direzione. Per Iacobelli Editore ha pubblicato Il piccolo libro vegano (2019).

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