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Live report da Secolare Festival 2026: la metamorfosi come rotta.

C’è un genere di festival estivo che negli ultimi anni ha smesso di misurare il proprio successo solo in headliner e capienza, e ha iniziato a interrogarsi su cosa significhi realmente “ospitare” un pubblico.
Non solo palchi e musica, ma trekking all’alba, laboratori, escursioni naturalistiche, passeggiate a cavallo, tende piantate a pochi metri dal main stage: un’idea di festa che si allarga fino a includere il paesaggio, la comunità locale, i ritmi lenti di un territorio.

È la logica del turismo esperienziale applicata alla musica indipendente, ed è anche, sempre più spesso, una scelta di sostenibilità culturale: portare pubblici internazionali in luoghi che non sono le solite capitali del clubbing o le arene consacrate, e lasciare che sia il territorio stesso, con la sua storia, la sua geografia, a diventare parte del racconto.

Per noi non è estate senza almeno un festival, ancora meglio se in una località di mare. Da anni trascorriamo le vacanze in Puglia e quale occasione migliore per staccare due giorni dalla routine vacanziera e raggiungere l’entroterra alla scoperta di una nuova esperienza.

Il Secolare Festival, giunto quest’anno alla sua quarta edizione, è uno degli esempi più compiuti di questa tendenza in Italia.

Nato nel 2023 ai piedi del Parco Nazionale dell’Alta Murgia, tra Corato e le pendici di Castel del Monte, in provincia di Bari, il festival si è costruito un’identità precisa: line-up internazionali che mettono in dialogo elettronica, avant-rock, jazz, world music e songwriting, incastonate in un programma collaterale, il progetto Secolare Discover, fatto di trekking, yoga, attività fisica all’aperto, talk nella yurta della Love March Tent e una convivenza h24 tra artisti e pubblico nell’area camping.

Il tutto promosso da Spore Società Cooperativa Impresa Sociale, con il patrocinio dell’Ente Parco Nazionale dell’Alta Murgia e il sostegno di Ministero della Cultura e Regione Puglia, e quest’anno anche di RAI Radio 3 come media partner.

Il tema scelto per il 2026 è “Metamorfosi”: non la rottura, ma la trasformazione come processo continuo, capace di attraversare tanto i paesaggi sonori quanto quelli interiori e collettivi. Un filo che, ascoltando la line-up dei quattro giorni di agosto, presso l’Agriturismo San Giuseppe, si è rivelato molto appropriato.

Prima giornata: dalla Murgia al Mediterraneo, tra riti collettivi e denuncia politica

Il festival si apre nel segno della world music e della sperimentazione, con il pomeriggio scandito dai dj set dedicati all’ascolto, e prosegue verso sera con uno dei cartelloni più densi dell’intera edizione, quello in cui il tema della metamorfosi si fa più esplicitamente politico e rituale.

Inude

Ad aprire le danze sul Main stage gli Inude. Salire sul palco di Secolare Festival ha un significato particolare: la band, formata da Giacomo Greco, Flavio Paglialunga e Francesco Bove, viene proprio dalla Puglia, e porta a Corato un progetto che dal debutto Clara Tesla (2019) in avanti ha lavorato per dare “un tocco umano” a un’elettronica che in Italia viene ancora spesso percepita come fredda o distante.

La loro proposta abita il confine tra club culture e ricerca sonora, con radici che affondano tanto nella tradizione musicale del territorio quanto in riferimenti come Apparat, Frank Ocean o Tyler, the Creator: un’elettronica suonata, con batteria elettronica dal vivo, voci, testi prevalentemente in inglese. Un live intenso ed emozionante.

immagine per Inude, courtesy Secolare Festival
Inude, courtesy Secolare Festival

Radwan Ghazi Moumneh & Frédéric D. Oberland

Il momento più atteso, e forse il più intenso della serata, è l’anteprima nazionale del progetto che unisce Radwan Ghazi Moumneh (già alla guida di Jerusalem in My Heart) e Frédéric D. Oberland. Moumneh ha rimesso in discussione cosa possa significare “musica araba” oggi, intrecciando tradizione vocale ed elettronica.

È anche il titolare, a Montréal, dello studio Hotel2Tango, porta d’accesso storica per la scena post-rock ed elettronica sperimentale nordamericana.

Oberland, parigino classe 1978, con studi di scienze politiche alla Sorbona e cinema alla Fémis alle spalle, è invece co-fondatore del collettivo avant-rock Oiseaux-Tempête (con Stéphane Pigneul, dal 2012) oltre che dei progetti Foudre!Le Réveil des Tropiques e FareWell Poetry: un multistrumentista che nella sua carriera ha messo mano a sintetizzatori modulari, chitarra elettrica, oud e, non ultimo, sassofono e clarineau.

I due si conoscono e collaborano da anni, ma è solo con Eternal Life No End (Constellation Records, aprile 2026) che danno vita a un progetto a due voci strutturato: sette tracce nate da un ciclo di duetti avviato nell’estate del 2023 proprio a Hotel2Tango.

Il cuore del disco, e del live, sta esattamente nell’incontro che dà il titolo a questo approfondimento: da una parte la voce di Moumneh, che canta e recita in arabo, spesso processata ed elettrificata fino a farsi quasi liturgia distorta; dall’altra il sassofono e il clarineau di Oberland, che nelle recensioni del disco sono stati descritti come “esortazioni sciamaniche”, fiati che si insinuano tra le percussioni e i synth usati come una seconda voce.

Attorno a questo nucleo, suoni tradizionali trattati elettronicamente, drum machine, daf e bonghi costruiscono architetture ritmiche che oscillano fra trance mediorientale, industrial e ambient.

Il titolo del disco si traduce più letteralmente come “una notte buia e maledetta, come coloro che la cercano”, e racchiude il senso profondo del progetto: un atto di lamento e insieme di rabbia politica di fronte alle ingiustizie che attraversano il Medio Oriente e più in generale le regioni SWANA, un disco, è stato scritto, “forgiato nell’oltraggio” verso un presente suprematista e genocida.

Dal vivo, questa dialettica si materializza in un crescendo fisico prima ancora che musicale: un incedere lento e insistente di percussioni, la leggerezza del synth modulare, infine il boato carnoso del Buchla stratificato su buzuk, I fiati di Oberland e la voce potente di Moumneh.

Sotto le stelle dell’Alta Murgia, con il pubblico raccolto in silenzio quasi devozionale, il set sembrava un rito. Uno dei momenti più magici, e più necessari, dell’intera edizione.

immagine per Radwan Ghazi Moumneh e Frédéric D. Oberland ©Fanny-Beguely, courtesy Secolare Festival
Radwan Ghazi Moumneh e Frédéric D. Oberland ©Fanny-Beguely, courtesy Secolare Festival

Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp

A seguire, sale sul palco l’Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp, ensemble di culto nato a Ginevra nel 2006 per iniziativa del contrabbassista Vincent Bertholet, che rispose a un bando del Cave12 con l’idea, sue parole, di “costruire un gruppo rock col marimba”.

Da lì è nato un collettivo che oggi conta una dozzina di elementi e mescola contrabbasso, chitarra minimale, marimba, trombone, batteria e voce in un suono che pesca da The Ex, Moondog, Fela Kuti, krautrock e minimalismo, con improvvise impennate punk.

Il nome, omaggio scherzoso alle grandi orchestre congolesi (Tout Puissant Konono n°1, Poly-Rythmo, T.P.O.K. Jazz) fuso con quello del padre del dadaismo, già anticipa la follia, l’ironia e il rigore insieme di questa band. Dal vivo, il gruppo genera un contagio di emozioni, una gioia che trascina il pubblico di Secolare Festival in una danza collettiva.

A tenere insieme questo universo sonoro c’è anche una casa discografica che è ormai diventata essa stessa un punto di riferimento per chi cerca musica “senza confini”: Bongo Joe Records, l’etichetta di Ginevra su cui l’orchestra ha pubblicato la gran parte del proprio catalogo, compreso l’ultimo Ventre Unique.

Fondata nel 2015 da Cyril Yeterian, gestore dell’omonimo negozio di dischi cittadino, insieme proprio a Vincent Bertholet, il contrabbassista e mente di OTPMD, Bongo Joe non è soltanto un’etichetta ma un piccolo ecosistema culturale: negozio di dischi, bar, sala concerti, luogo di incontro nel cuore di Ginevra.

Il nome è un omaggio a George “Bongo Joe” Coleman, musicista di strada texano dallo spirito libero e anticonformista, e la filosofia del catalogo — che ha lanciato o accompagnato realtà come Altın Gün, Yin Yin, La Mauskovic Dance Band e i colombiani Meridian Brothers, oltre a numerose compilation dedicate a scene musicali dimenticate, dal synth-raï lionese ai ritmi di São Tomé — riflette lo stesso spirito meticcio e senza etichette dell’orchestra che nel 2026 sale sul palco di Secolare Festival.

Non stupisce che le due storie, quella del gruppo e quella della label m coincidano quasi perfettamente: lo stesso Yeterian, di famiglia armena originaria dell’Anatolia e poi passata per la Siria prima di arrivare in Europa, racconta di essere cresciuto cantando in auto con i genitori le canzoni delle grandi dive egiziane, siriane e libanesi,  le stesse radici mediorientali e mediterranee che innervano tanto il catalogo di Bongo Joe quanto, in filigrana, l’eclettismo sonoro di OTPMD.

Bertholet e Yeterian hanno costruito così, quasi in parallelo, due facce dello stesso progetto culturale: quello di una Ginevra crocevia di mondi che sul palco pugliese si traduce in una fortissima energia collettiva.

immagine per Orchestre Tout Puissant Marchel Duchamp ©Emilie Pelissier, courtesy Secolare Festival
Orchestre Tout Puissant Marchel Duchamp ©Emilie Pelissier, courtesy Secolare Festival

Seconda giornata: elettronica, le profondità

Dialect

La serata del sabato si apre con il crepuscolo che scende sull’Alta Murgia e i primi dj set. Il primo live, attesissimo, si svolge nel Bosco stage, un piccolo scenario adiacente al campeggio.  In una cornice sospesa, con sottofondo di cicale, un piacevole venticello al tramonto, e un via vai del pubblico tra le docce e il campeggio.

È un momento di grande rilassatezza in cui si inserisce perfettamente il suono sottile di Dialect, ovvero Andrew PM Hunt, musicista e compositore originario della Wirral Peninsula e oggi di base a Liverpool.

Il suo è un progetto solista che dura ormai da un decennio, dal debutto Advanced Myth (2015) fino al recente Atlas of Green (RVNG Intl., 2024): un’elettronica organica, granulare, costruita per accumulo quasi collage, che assembla field recording, strumenti acustici trattati e sintesi elettronica in composizioni frammentate eppure profondamente personali.

Hunt — che suona anche il sax nella live band di Forest Swords ed è membro del quartetto minimalista Ex-Easter Island Head — si nutre di suggestioni letterarie (Ursula K. Le Guin, Gene Wolfe) e filosofiche (il pensiero di Federico Campagna su tempo circolare, spiritualità ed ecologia), da cui nasce un immaginario fatto di soglie, mitologie sonore e un continuo scivolamento tra l’acustico e il digitale.

Dal vivo, Dialect ipnotizza: crea architetture sonore che si sgretolano e si ricompongono davanti al pubblico, in un flusso che pesca tanto dalla natura quanto da immaginari sci-fi e retrofuturisti.

immagine per Dialect, courtesy Secolare Festival
Dialect, courtesy Secolare Festival

Sary Moussa

Ci trasferiamo nell’area del Main stage, facciamo una sosta per cena, approfittando dell’offerta food and beverage locale, pronte ad ascoltare il live di Sary Moussa, musicista elettronico attivo nella scena underground di Beirut dal 2008, oggi diviso tra Francia e Libano.

Il suo lavoro più recente, Wind, Again (2025, Other People), mette in dialogo strumenti occidentali e dell’Asia occidentale — organo Hammond, clarinetto, saz, buzuk — con arrangiamenti elettronici e un crescente interesse per lo studio degli armonici, risultato di anni di ricerca sul suono che lo hanno portato a incrociare anche artisti come Nicolas Jaar e Charbel Haber in sessioni elettroacustiche condivise.

A Secolare Festival, Moussa porta proprio quella tensione tra tradizione mediorientale e improvvisazione contemporanea che rende la sua musica difficile da incasellare.

Ma cosa vuole dire, davvero, la musica di Sary Moussa? Interpellato in un’intervista sulla scena sperimentale araba, l’artista ha risposto in modo quasi programmatico: non ha mai condotto, dice, una ricerca unidirezionale in termini di suono o di genere, ma si è sempre interessato piuttosto alla mutazione, alla musica intesa come punto d’intersezione fra fonti sonore.

È una dichiarazione di poetica che si ritrova, quasi identica, in tutta la sua discografia successiva: da Imbalance (Other People, 2019), disco che pesca nei ricordi d’infanzia dell’artista, tra echi di instabilità politica, canti greco-cattolici e le notti silenziose di un villaggio del sud del Libano, costruendo quello che è stato definito un “coro di sintetizzatori e rumore” in bilico tra sincronia e dissonanza , fino al recentissimo Wind, Again (2025), secondo capitolo per la stessa etichetta.

Più che cercare una fusione facile fra i due mondi, tradizione e contemporaneità, Moussa sceglie deliberatamente un’altra strada: non forzare una riconciliazione fra tradizioni sonore che portano con sé una storia pesante, ma lasciarle convivere nella loro tensione irrisolta.

Il risultato è musica che rifiuta di farsi ancorare a una sola tradizione, e che da un lato rappresenta un lavoro sulla memoria personale (l’infanzia, la casa, la lingua) , dall’altro diventa un lavoro sull’identità collettiva di chi vive il Mediterraneo orientale.

immagine per Sary Moussa, courtesy Secolare Festival
Sary Moussa, courtesy Secolare Festival

Fine Before You Came

Se la serata guarda molto avanti sul fronte elettronico e sperimentale, guarda con altrettanta intensità all’indietro, o meglio, resta fedele a se stessa, quando sul palco salgono i Fine Before You Came.

Nati a Milano nel 1999, sono uno dei nomi storici dell’emocore e post-hardcore italiano, con un nome che è di per sé un manifesto: preso da un verso dei The Van Pelt, “we were fine before you came”.

A Secolare Festival portano un live denso ed evocativo, fatto di inni urbani urlati tra sferragliare di chitarre: un concerto che è insieme nostalgia e conferma di quanto quella scrittura, cruda e intima, non abbia perso un grammo del suo significato e valore.

Il set di Corato è quasi interamente costruito attorno all’ultimo capitolo della loro storia: C’è ancora amore, uscito il 26 settembre 2025 per La Tempesta Dischi, registrato in appena cinque giorni tra il Baito di Cogollo del Cengio, in provincia di Vicenza, e il Cabinessence di Milano, con la produzione di Marco Giudici affiancato da Elia Guglielmi e Adele Altro.

Sette brani — Amici miei, Il cane che hai, Piccola luce accesa, Grandezze nascoste, Via Ragazzi del ’99, Vecchi cantanti, Calici — che segnano una svolta netta rispetto al percorso della band: dove Forme Complesse (2021) conservava ancora impennate elettriche e una batteria relativamente presente, qui la scrittura si fa quasi trasparente, tra alt-folk e ambient, chitarre pulite e voci che si intrecciano senza mai alzare i toni.

Non è più il dolore urlato degli esordi, ma qualcosa che assomiglia a uno scendere a patti con sé stessi: un disco più leggero, più luminoso, che guarda alla vita adulta senza perdere la propria vulnerabilità.

E la vita adulta, per i FBYC, ha oggi un significato molto concreto. I cinque musicisti , che “sono e sempre saranno Marco, Jacopo, Mauro, Filippo e Marco”, come recita la dedica su ogni loro disco, suonano insieme da ventisei anni, e il tour di questo disco è diventato anche l’occasione per ritrovarsi, per stare insieme al di là della musica.

Non stupisce sapere che per raggiungere Secolare Festival abbiano scelto di viaggiare in treno da Milano fino al sud Italia, attraversando le giornate più calde di agosto: un dettaglio che dice molto di una band che, oggi più che mai, sembra fare musica soprattutto per restare amici, prima ancora che per pubblicare dischi.

Ma se C’è ancora amore domina la scaletta, non mancano incursioni nel repertorio storico, e la serata si accende definitivamente con una versione potentissima di Sasso, brano tratto da Ormai (2012), uno dei pezzi più amati del loro catalogo — “con un sasso sulla pancia e un pensiero bello in testa”, canta il ritornello, in un’immagine di zavorra e galleggiamento che è quasi un manifesto poetico della band.

Dal vivo il brano si gonfia fino a un’intensità quasi fisica, e la tensione si scioglie quando Jacopo, il cantante, scende dal palco in mezzo al pubblico: parte il classico pogo, la distanza tra chi canta e chi ascolta che per qualche minuto smette di esistere.

Un modo perfetto per tenere insieme le due anime della band, quella nuova, più intima e luminosa, e quella storica, ancora capace di far esplodere un pubblico.

immagine per Fine Before You Came, courtesy Secolare Festival
Fine Before You Came, courtesy Secolare Festival

PVA e aya

Sul palco passano PVA, il trio londinese di Ella Harris, Josh Baxter e Louis Satchell, che porta a Corato il suono del nuovo album No More Like This (gennaio 2026): se il disco d’esordio Blush riecheggiava la club culture berlinese più cruda, il seguito si muove su territori più intimi e sensoriali, tra trip-hop, ambient elettronica e un elettropop scritto per il ballo ma capace di trattenere un songwriting autentico.

Dal vivo, questa dialettica tra fisicità e introspezione si traduce in un set che alterna momenti di pieno abbandono ritmico a squarci quasi confessionali.

immagine per PVA, courtesy Secolare Festival
PVA, courtesy Secolare Festival

La nostra serata si conclude con un po’ di delusione per il live set di aya, che porta in Puglia Hexed! (Hyperdub, 2025), disco dell’anno secondo The Quietus e The Wire e uno dei lavori più discussi dell’elettronica britannica recente.

Musicista dello Yorkshire, aya costruisce un immaginario personalissimo che intreccia cultura soundsystem, scene underground e un’emotività quasi post-hardcore: Hexed! racconta il rovescio della medaglia rispetto al precedente im hole, mettendo a nudo dipendenza, paure interiorizzate e traumi rimossi con un linguaggio sonoro tra dub metal corrosivo e hardcore iper-accelerato.

Dal vivo è potente, violenta, urla con una voce roca e profondissima che contrasta con la sua figura esile e slanciata. Purtroppo, dopo tre pezzi, il computer decide di smettere di funzionare definitivamente. Così il live viene interrotto, tra la rabbia dell’artista e il disappunto del pubblico.

immagine per aya © Dee Iskrzynska, courtesy Secolare Festival
aya © Dee Iskrzynska, courtesy Secolare Festival

Tenere insieme mondi lontani ma vicini

Ciò che resta di questi due giorni all’Agriturismo San Giuseppe è la sensazione rara, in un panorama festivaliero spesso frenetico, di aver assistito a qualcosa di più di una semplice sequenza di concerti.

La metamorfosi di cui parla il tema di questa edizione non è retorica ma è nella distanza e nella vicinanza allo stesso tempo (di stile, di geografia, di storia) che intercorre tra l’Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp e Dialect, tra l’urgenza emo dei Fine Before You Came e il lamento politico di Radwan Ghazi Moumneh e Frédéric D. Oberland, dall’elettronica di Sary Moussa che riporta alla “sua casa” fino ad arrivare all’elettronica, “di casa”, degli Inude.

È in questa forza di tenere insieme mondi lontanissimi, senza appiattirli ma con un senso comune, che il Secolare Festival conferma, alla sua quarta edizione, di aver trovato una voce precisa nel panorama dei festival indipendenti italiani.

Nota al margine:

Secolare Festival fa quello che molti festival vorrebbero, anche molte realtà culturali vorrebbero, intercettando i giovani (liberi, tutelati, protetti, in grado di divertirsi in contesti di interesse e approfondimento).

Secolare Festival è un luogo sicuro. Ce lo dice il gadget che ci forniscono all’ingresso (un preservativo brandizzato con la grafica del festival) e la quantità di sicurezza presente nelle aree di passaggio e nelle aree concerti.

Campeggio gratuito, struttura semplice ma provvista delle necessità basilari, rispetto tra le persone, sorrisi. Fontanella d’acqua potabile, un gancio con laccetto da appendere al collo per tenere il bicchiere della birra (di plastica riutilizzabile).

Tra gli stand in campeggio, tra artigiani e artisti, anche Scomodo. Siamo proprio a casa dei giovani: laboratori di D&D al pomeriggio, insieme allo Yoga, alle passeggiate a cavallo e alla possibilità di visitare luoghi d’interesse nei dintorni (visita guidata a Corato e trekking notturno a Castel del Monte).

Lo yoga della risata è l’unica attività non andata sold out. Troppo poco GenZ.

E poi la sera, dopo le 20, passeggini e genitori con bambini hanno raggiunto il festival.

Nonostante il nostro bar di fiducia a Corato non avesse idea di quello che stava accadendo qualche chilometro più in là, sicuramente Secolare Festival ha intercettato il pubblico che voleva avere, interessato alla musica, a scoprire gruppi che non conosce, ad accogliere un messaggio condiviso (siamo il Mediterraneo, siamo le guerre che stiamo combattendo, siamo la parte fortunata di quel pezzo di mare che se ha la possibilità, deve dare voce alle vittime e agli esuli).

immagine per Sara Ferraiolo
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Casertana di origine, torinese di adozione, mi occupo di progettazione e gestione di partnership strategiche in ambito culturale e sociale, con particolare attenzione alla sostenibilità. Laureata in Comunicazione istituzionale e con una formazione executive in cultura enogastronomica e marketing, ho maturato oltre 15 anni di esperienza in realtà come Slow Food e Gambero Rosso. Oggi sono partnership manager di WAMI (water with a mission) e collaboro con organizzazioni e realtà benefit come Almare ets e Itinerari Paralleli ets. Nel 2025 conseguo il titolo di Green Coordinator per gli enti culturali. Sono tra le curatrici di Chimera Fest, festival di arti miste oggi alla sua seconda edizione (Casertavecchia, CE). Sono appassionata di musica, danza e arte contemporanea in tutte le sue forme; ho scritto in passato sul portale MutecLab.it e sulla rivista musicale Freak out magazine. Nella mia storia anche l’organizzazione di Carpisa Neapolis Festival edizione 2005 (con Kraftwerk, Kasabian, LCD Soundsystem, Nick Cave e ToriAmos) e Kaleidoscope Festival 2006, festival di arti elettroniche audiovisive con Matmos, Zeena Parkins, Barbara Morgenstern.

immagine per Serena Ferraiolo

Specialista in letteratura ispano americana, ha conseguito il dottorato di ricerca in "Studi Euro Americani" con una tesi sulla guerra delle Malvinas-Falkland analizzata attraverso la produzione letteraria argentina. Ha tradotto Memorie dal Calabozo di Mauricio Rosencof ed Eleuterio F. Huidobro (Iacobelli editore, 2009), Le leggende del nonno di tutte le cose di Mauricio Rosencof (Novadelphi, 2011) e Olio su tela di Gina Picart (Novadelphi, 2014). Svolge attività di promozione della lettura attraverso la collaborazione con festival letterari o il coordinamento di gruppi di lettura. Lavora presso la Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, che organizza il Premio Strega, come assistente di direzione. Per Iacobelli Editore ha pubblicato Il piccolo libro vegano (2019).

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