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People used to die. Portare in scena il non visibile, sottoculture e identità

C’è un paradosso al cuore di questo lavoro: prendere gesti nati per non essere visti, o meglio, per essere visti solo da chi appartiene a quel mondo, e metterli sotto i riflettori. (LA)HORDE lo sa, e lo fa con piena consapevolezza.

Il collettivo francese fondato nel 2013 da Marine Brutti, Jonathan Debrouwer e Arthur Harel, diventato ultimamente più visibile grazie ad aver accompagnato la performance di Rosalìa ai Grammy Awards, ha costruito la propria identità artistica esattamente su questa tensione: intercettare le forme coreografiche che nascono ai margini, nei rave, nelle periferie, nel passato di queste subculture, e interrogarne la portata politica e identitaria.

immagine per Interplay 2026. People used to die, (LA)HORDE. Rework 2025 for Equilibrio Dinamico Dance Company
People used to die, (LA)HORDE. Rework 2025 for Equilibrio Dinamico Dance Company. Photo by Stefano Sasso
immagine per Interplay 2026. People used to die, (LA)HORDE. Rework 2025 for Equilibrio Dinamico Dance Company
People used to die, (LA)HORDE. Rework 2025 for Equilibrio Dinamico Dance Company. Photo by Stefano Sasso

Avant les gens mouraient  (Prima le persone morivano – titolo originale) creata nel 2014 per l’École de Danse Contemporaine de Montréal e qui riproposta per i quindici danzatori di Equilibrio Dinamico, è uno dei lavori in cui questa poetica si manifesta con maggiore nitidezza.

Per capire lo spettacolo bisogna capire da dove vengono quei movimenti. L’hakken nasce nei Paesi Bassi negli anni Novanta, nel cuore della scena gabber: techno hardcore a ritmi tra i 160 e i 220 BPM, gioventù periferica, tute da ginnastica, rasature, Nike Air Max.

Una sottocultura nata in ambienti operai e suburbani che trovava nel ballo e nella musica martellante una forma di coesione non sempre pacifica, non sempre innocente, spesso ai bordi di tensioni sociali e politiche irrisolte.

Il jumpstyle e l’hardjump ne sono evoluzioni successive: più acrobatici, più esibiti, diffusi poi attraverso YouTube e i social con tutorial e sfide virali. Corpi giovani che si filmano nelle periferie di mezza Europa, si rispondono a distanza, costruiscono comunità senza mai incontrarsi. Danze post-internet, le chiama (LA)HORDE, forme coreografiche di rivolta popolare nell’era digitale.

La scenografia dice già tutto: due transenne sullo sfondo, tute sportive, leggings, reti, colori accesi e fluo. Sembra di essere catapultati nelle periferie del Nord Europa dei primi anni Duemila, o fine anni Novanta, quegli spazi urbani in cui la danza non era danza ma linguaggio di appartenenza, comunità.

I beat serrati, martellanti della musica techno, sottofondo incessante di tutta la performance, sono aggressivi e creano fin dai primi secondi un clima di tensione che non allenta mai. C’è qualcosa di ansioso, di urgente in quel ritmo, non l’euforia aperta della festa ma qualcosa di più cupo, più compresso, come energia che non trova sfogo se non nel gesto estremo.

I quindici interpreti rispondono a quella pressione sonora con una fisicità grezza, sporca e convulsa: i salti dell’hardjump richiedono una prestanza atletica fuori dal comune, gambe potenti, resistenza, controllo assoluto, eppure tutto sembra incontrollato. Gli sguardi fissi sul pubblico, intensi, quasi sfidanti, non cercano complicità: dichiarano presenza.

Le urla, le esclamazioni che esplodono nella performance sono echi autentici di quella cultura, sembra un linguaggio proprio, fatto di domande e risposte, che scandisce i passi e il ritmo dei corpi.

I tricks, le figure coreografiche tipiche di quelle sottoculture, sono qui protagonisti e sono il filo conduttore tra il gruppo e l’individuo, tra il gesto condiviso e l’impulso personale. Il gruppo si comporta come uno sciame: si compatta, si allarga, si separa, include ed esclude.

C’è una logica tribale in quel movimento collettivo che replica esattamente le dinamiche di quelle comunità reali, dove l’appartenenza si conquistava e si poteva perdere, dove il confine tra dentro e fuori era fisico prima ancora che sociale.

People Used to Die non è uno spettacolo sulla nostalgia, né una celebrazione acritica di quelle culture. È uno spettacolo su come certi corpi abbiano saputo, anche senza saperlo, fare politica attraverso la danza (e la musica techno) e con la presenza ostinata in spazi che non erano stati pensati per loro.

E su come quella politica, estratta dalla periferia e portata in scena, non perda nulla della sua durezza originaria e la trasmetta agli spettatori, più evidente che mai.

Anzi forse una nostalgia c’è, per un tempo in cui l’urgenza di essere comunità era visibile. La cultura rave e gabber, con i suoi eccessi e la sua energia autodistruttiva, era anche un modo brutale di essere vivi.

Prima le persone morivano, e adesso?  La nota di regia originale del collettivo recita semplicemente: Rien n’a été résolu niente è stato risolto.

PEOPLE USED TO DIE
(LA)HORDE (FR)
Rework 2025 for Equilibrio Dinamico Dance Company
Coreografia: Marine Brutti, Jonathan Debrouwer, Arthur Harel, Céline Signoret
Danzatori: Antonello Amati, Serena Angelini, Thomas Benedetti, Veronica Bernardi, Giulia Bertoni, Marcello Gargarelli, Moreno Guadalupi, Lea My, Camilla Romita, Daniela Santoro, Davide Storto, Alberto Tafuni, Fernanda Urgese, Claudia Vergari, Bakit Zerilli

immagine per Sara Ferraiolo
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Casertana di origine, torinese di adozione, mi occupo di progettazione e gestione di partnership strategiche in ambito culturale e sociale, con particolare attenzione alla sostenibilità. Laureata in Comunicazione istituzionale e con una formazione executive in cultura enogastronomica e marketing, ho maturato oltre 15 anni di esperienza in realtà come Slow Food e Gambero Rosso. Oggi sono partnership manager di WAMI (water with a mission) e collaboro con organizzazioni e realtà benefit come Almare ets e Itinerari Paralleli ets. Nel 2025 conseguo il titolo di Green Coordinator per gli enti culturali. Sono tra le curatrici di Chimera Fest, festival di arti miste oggi alla sua seconda edizione (Casertavecchia, CE). Sono appassionata di musica, danza e arte contemporanea in tutte le sue forme; ho scritto in passato sul portale MutecLab.it e sulla rivista musicale Freak out magazine. Nella mia storia anche l’organizzazione di Carpisa Neapolis Festival edizione 2005 (con Kraftwerk, Kasabian, LCD Soundsystem, Nick Cave e ToriAmos) e Kaleidoscope Festival 2006, festival di arti elettroniche audiovisive con Matmos, Zeena Parkins, Barbara Morgenstern.

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