Anonima/Luci è uno studio di lighting design e light art fondato nel 2018 a Milano da Alberto Saggia e Stefania Kalogeropoulos. Entrambi provengono da percorsi complementari: Alberto dal design industriale con specializzazione in lighting design, Stefania dall’architettura e poi da studi specifici su exhibition design e LED technology.
Sin dall’inizio il loro approccio ha unito sperimentazione tecnica e sensibilità artistica: non si limitano a illuminare, ma concepiscono la luce come materiale plastico e narrativo in dialogo con musica, spazio architettonico e percezione visiva.
Il loro focus è sperimentare con la luce mantenendo una prospettiva trasversale. Lavorano con sorgenti e componentistica, spesso progettando alternative a quello che è presente sul mercato, e si sono specializzati nel tempo in interventi site-specific all’interno di spazi museali, urbani, contesti naturalistici e out-door, anche in ottica di recupero e riqualificazione, oltre che installazioni per festival musicali (Club 2 Club, Terraforma per fare alcuni esempi).
Nella loro concezione la luce rappresenta un vero e proprio strumento architettonico per modellare gli spazi e dare una nuova prospettiva e visione senza dover intervenire in maniera strutturale.
Durante la lecture online che si è tenuta il 26 novembre, organizzata da Atmosfera Mag, aperta a chiunque volesse avvicinarsi all’interessante mondo del lighting design, i due designers raccontano il loro approccio alla progettazione degli spazi di fruizione e ascolto della musica, attraverso alcuni dei loro lavori più rappresentativi, con immagini, disegni tecnici e video.
In particolare, viene illustrato il loro progetto più recente: Spazio Voce, la listening-room situata nella Triennale Milano, inaugurata ad aprile 2025. Uno spazio concepito come piattaforma dinamica: adatta per concerti classici, clubbing, workshop o incontri privati.
La luce, con oltre 25.000 punti luminosi programmabili, diventa parte integrante dell’architettura, scenografia, capace di trasformare la sala in ambienti molto differenti a seconda della tipologia di evento.
Ma cosa è una listening – room?
È un fenomeno molto recente che affonda le sue radici in una storia antica. Gli spazi dedicati all’ascolto della musica in alta definizione nascono nel Giappone degli anni ‘20 per diffondere e rendere accessibile a tutti la musica occidentale, in particolare il jazz.
Erano solitamente sale molto eleganti con luci soffuse e tecnologie evolute. Non a caso, l’industria audio nipponica, grazie a brand come Yamaha, Technics, ha dato un importante contributo allo sviluppo di questi spazi. Non erano intesi come luoghi di socializzazione, come possono essere oggi, ma spazi intimi, per un ascolto privato e immersivo di musica in Hi – Fi.
Questo concetto viene ripreso da Anonima/Luci nell’immaginare il layout visivo di Voce. Qui l’illuminazione è fatta su misura: centinaia di metri di LED digitali, cablaggi e un sistema che consente di controllare la luce in modo dinamico, adattandola all’esperienza sonora e all’architettura.
La luce non “accende e basta”, ma contribuisce a plasmare atmosfera, profondità, ritmo spaziale. La luce non è solo visibilità: è scenografia, atmosfera, arma espressiva. Detto con le loro parole: “la luce per noi è come una traccia sonora: non c’è niente di automatico, è un lavoro di scrittura”.
Per questo motivo il suono, inteso come musica, ritmo, vibrazione, non è un’aggiunta secondaria, ma guida il progetto: la luce “risponde” alla musica, la “traduce” visivamente, rendendola percepibile, fisica.
In Spazio Voce, la stessa forma, la sua storia, la sua geometria (con le colonne che parcellizzano tutta la superficie) diventano linguaggio. Anonima/Luci analizza l’ambiente per valorizzarlo, modificarlo, trasfigurarlo, sempre nel rispetto e in dialogo con l’identità dello spazio, le sue origini e i suoi scopi.
A proposito di identità, quella di Voce è da sempre legata alla musica e alla sua diffusione e fruizione: nasce come sala da ballo nel 1933, in seguito si trasforma in una radio (Rai radio 3) all’avanguardia nella diffusione di musica sperimentale e contenuti insoliti; nel 1960 è il Piper di Milano per poi diventare negli anni ‘70 la famosa discoteca Old Fashion attiva fino all’epoca della recente ristrutturazione.

Oggi viene definita: “architettura cassa armonica”, ed è in questo contesto che si inserisce il sistema di illuminazione progettato da Anonima/Luci: flessibile e non invasivo, in secondo piano rispetto al sound-wall è capace di adattarsi ad esso.
Un’illuminazione viva, se possiamo dire così, che si muove nello spazio fornendo tridimensionalità e profondità, usando i colori ma anche – fondamentale- il buio.
In questo senso il lavoro di Anonima/Luci non si limita a disegnare un sistema di luci, ma apre un nuovo modo di intendere l’esperienza dello spazio che diventa esso stesso esperienza, strumento estetico, emotivo e narrativo.
Voce è un organismo che si muove, capace di trasformarsi e trasformare chi lo attraversa: un luogo in cui luce e suono non sono semplici componenti tecniche, ma materie sensibili che modellano percezioni, emozioni, possibilità.
In un tempo in cui gli ambienti dell’intrattenimento tendono a uniformarsi, la loro ricerca rimette al centro l’ascolto, dell’architettura, della memoria dei luoghi, del corpo di chi li abita.
Forse è proprio questo il valore più grande del progetto.
Infine, guardando all’insieme della loro produzione, è evidente come Anonima/Luci stia costruendo un linguaggio riconoscibile. Non il desiderio di stupire, ma la volontà di ascoltare: gli spazi, le loro storie, le loro risonanze. Ogni progetto è un equilibrio tra rigore tecnico e intuizione artistica, tra controllo e apertura all’imprevisto che solo la luce, con la sua natura immateriale, può generare.
Che si tratti di club, musei, festival, ambienti storici o architetture contemporanee, il loro intervento non impone una forma, ma la rivela: fa emergere geometrie latenti, amplifica atmosfere, traduce suoni e movimenti in presenza luminosa. In definitiva, il loro lavoro non illumina semplicemente i luoghi: li interpreta, li attiva, li rende vivi. E nel farlo ridefinisce non solo il modo in cui “vediamo” lo spazio, ma il modo in cui lo abitiamo, lo ascoltiamo e lo ricordiamo.
Casertana di origine, torinese di adozione, mi occupo di progettazione e gestione di partnership strategiche in ambito culturale e sociale, con particolare attenzione alla sostenibilità. Laureata in Comunicazione istituzionale e con una formazione executive in cultura enogastronomica e marketing, ho maturato oltre 15 anni di esperienza in realtà come Slow Food e Gambero Rosso. Oggi sono partnership manager di WAMI (water with a mission) e collaboro con organizzazioni e realtà benefit come Almare ets e Itinerari Paralleli ets. Nel 2025 conseguo il titolo di Green Coordinator per gli enti culturali. Sono tra le curatrici di Chimera Fest, festival di arti miste oggi alla sua seconda edizione (Casertavecchia, CE). Sono appassionata di musica, danza e arte contemporanea in tutte le sue forme; ho scritto in passato sul portale MutecLab.it e sulla rivista musicale Freak out magazine. Nella mia storia anche l’organizzazione di Carpisa Neapolis Festival edizione 2005 (con Kraftwerk, Kasabian, LCD Soundsystem, Nick Cave e ToriAmos) e Kaleidoscope Festival 2006, festival di arti elettroniche audiovisive con Matmos, Zeena Parkins, Barbara Morgenstern.












