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Belle and Sebastian. If You’re Feeling Sinister. Come ieri. Anche al Parco della Musica di Milano

di Sara Ferraiolo

Ci sono dischi che accompagnano solo un periodo della vita. E poi ci sono dischi che restano. If You’re Feeling Sinister appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Registrato nell’estate del 1996 e pubblicato il 18 novembre 1996 dalla piccola etichetta scozzese Jeepster Records, If You’re Feeling Sinister arriva a pochi mesi di distanza da Tigermilk, il sorprendente debutto nato come progetto universitario.
La produzione fu affidata a Tony Doogan, figura fondamentale nella storia della musica scozzese e collaboratore storico della band. A differenza di molti album indie dell’epoca, il disco è costruito intorno alla naturalezza dell’esecuzione. Gli strumenti sembrano convivere nella stessa stanza: il pianoforte, le chitarre acustiche, il violoncello di Isobel Campbell, il violino di Sarah Martin, la batteria discreta di Richard Colburn. Il risultato è un album che sembra fragile al primo ascolto, ma che in realtà è costruito con grande precisione. Il secondo album dei Belle and Sebastian è uno di quei lavori che sembrano vivere fuori dal tempo.

immagine per Belle and Sebastian. If You’re Feeling Sinister. Al Parco della Musica di Milano
Belle and Sebastian. If You’re Feeling Sinister.

La storia della band nasce a Glasgow, una città dura, operaia, spesso raccontata attraverso le sue contraddizioni. Un luogo che ha saputo trasformare la propria ruvidità in straordinaria fertilità artistica, dando vita a una quantità impressionante di musicisti: dagli Orange Juice ai Josef K, dai The Pastels ai Teenage Fanclub, passando per Mogwai, Arab Strap, Franz Ferdinand, Camera Obscura, fino ai Belle and Sebastian.

Una città che Murdoch descrive con affetto ma senza idealizzarla. In Like Dylan in the movies affiora quella diffidenza tipicamente glaswegian verso la strada e gli sconosciuti, quasi una versione poetica e cinematografica di quel consiglio che gli abitanti si tramandano da sempre: non voltarti se qualcuno ti segue (“If they follow you, don’t look back…”), come ci ricorda lo stesso Stuart Murdoch dal palco.

Murdoch arriva a quelle canzoni dopo anni segnati dalla sindrome da fatica cronica, durante i quali scrive decine di brani. Quando frequenta un corso di musica allo Stow College incontra Stuart David e, insieme a un gruppo di amici, registra prima Tigermilk e poi If You’re Feeling Sinister. Nessuno immagina che quel progetto nato quasi come esercitazione accademica diventerà uno dei riferimenti assoluti dell’indie pop.

La formazione originale è un piccolo collettivo creativo: Stuart Murdoch, Stuart David, Isobel Campbell, Stevie Jackson, Chris Geddes, Richard Colburn e Sarah Martin. Più che una rock band sembrano un gruppo di amici che condivide libri, dischi e strumenti. Le armonie corali, i fiati, gli archi, le chitarre acustiche: tutto contribuisce a creare un linguaggio sonoro immediatamente riconoscibile.

Mentre il Britpop conquista copertine e classifiche (si pensi agli Oasis o ai Blur), i Belle and Sebastian scelgono di restare ai margini.

Ed è proprio If You’re Feeling Sinister a rappresentare il cuore di quella poetica. Non racconta vincitori, ma ragazzi troppo sensibili, ragazze in conflitto con la religione, studenti spaesati, anime che cercano il proprio posto nel mondo. Murdoch scrive come un cantastorie: ogni brano è un racconto breve. The Stars of Track and Field, Seeing Other People, The Fox in the Snow, Get Me Away from Here, I’m Dying, la stessa If You’re Feeling Sinister sono canzoni che non cercano mai l’enfasi, ma arrivano dritte.

Per me, però, i Belle and Sebastian non sono mai stati soltanto una band. Sono le mie prime scoperte musicali, sono il ricordo di un treno partito da Napoli nell’estate del 2001, destinazione Benicàssim. Eravamo un gruppo di amici dell’università con gli zaini troppo pesanti e la sensazione che qualsiasi cosa potesse accadere. Sarebbe stato il mio primo vero viaggio, il primo festival internazionale, il primo di una lunghissima serie che, in fondo, non è ancora finita.

Quei compagni di viaggio hanno cambiato il mio modo di ascoltare la musica. Uno di loro, in particolare, lavorava in uno storico negozio di dischi di Torre del Greco e animava, con un altro amico, una radio locale. Passavamo le giornate a scambiarci CD, fanzine, cassette “dedicate”, a parlare di musica e concerti.
I miei amici erano curiosi, esperti, appassionati. Mi hanno aperto un mondo. Attraverso di loro sono arrivati i Belle and Sebastian, ma anche un modo completamente diverso di vivere la musica.

Quando al Festival Internacional de Benicàssim vidi Stuart Murdoch e compagni salire sul palco, quelle canzoni che fino a quel momento avevano accompagnato i miei ascolti acquistarono una voce, una presenza. Ripensandoci oggi, mi rendo conto che non fu uno di quei momenti in cui capisci che la musica può diventare una geografia personale, capace di orientare i viaggi, le amicizie e perfino il modo in cui guarderai il mondo negli anni successivi.

Molti dei protagonisti di quella stagione oggi non sono più nella band. Stuart David ha lasciato nel 2000, Isobel Campbell nel 2002, portando via con sé una parte importante di quel suono così irripetibile. Eppure, ogni volta che Stuart Murdoch intona una delle canzoni di If You’re Feeling Sinister, quel mondo riemerge. Così è successo ieri sera.

Quando parte The Stars of Track and Field, e poi l’intero viaggio dentro If You’re Feeling Sinister, succede qualcosa di raro, si è davanti all’esecuzione di un disco storico e di un simbolo, si viene riportati dentro la propria memoria. Le canzoni cambiano significato con il tempo, è quello che ci ricordano sul palco. Quello che a vent’anni sembrava parlare soltanto di solitudine e ricerca di identità, oggi racconta anche il valore delle persone incontrate lungo la strada.

Il concerto al Parco della Musica Milano è iniziato prima ancora che la band mettesse piede sul palco: sugli schermi è passato un video-intervista a Ciara MacLaverty, la ragazza che tutti conosciamo dalla copertina dell’album. Vederla, o meglio, sentirla parlare di quegli anni, di quella foto, di com’è diventata suo malgrado un’icona, è stata un’apertura commovente.

Guardandomi intorno, la cosa che mi ha colpita di più è stata la composizione del pubblico: tanti millennial come me, cresciuti col disco negli anni della scoperta, ma anche molti adulti più grandi, chiaramente lì fin dai tempi di Tigermilk. Un pubblico che canta, partecipa, balla e si commuove. Eravamo seduti, ma è durato molto poco perché con le note di Me and the Major siamo tutti corsi sottopalco.

immagine per Belle and Sebastian, Courtesy Parco Musica Milano
Belle and Sebastian, Courtesy Parco Musica Milano

Stuart Murdoch e compagni non hanno mai fatto mistero di quanto Glasgow sia il vero centro gravitazionale della loro musica, e ieri lo hanno ribadito più volte, tra un brano e l’altro: la città che negli anni ’90 era grigia, dimessa, periferica rispetto al resto del Regno Unito.

Il cuore della serata è stato ovviamente If You’re Feeling Sinister suonato per intero, nell’ordine dell’album originale. L’apertura del disco è affidata a una delle canzoni più rappresentative della poetica di Murdoch. The Stars of Track and Field richiama il mondo scolastico e adolescenziale, ma il brano racconta soprattutto il rapporto tra popolarità e solitudine. La protagonista, una ragazza apparentemente ammirata dagli altri, nasconde una fragilità profonda.

Musicalmente è un’introduzione perfetta al mondo Belle and Sebastian: chitarra acustica, pianoforte, intrecci vocali e una melodia luminosa che contrasta con il lato malinconico del testo. Per me il momento più toccante dell’intero concerto.

If You’re Feeling Sinister, title track è il cuore dell’album. Un brano più complesso, con riferimenti letterari e religiosi, che racconta ancora una volta personaggi marginali e inquieti. “Se ti senti sinistro”, se senti qualcosa di oscuro dentro di te. Ma nei Belle and Sebastian l’oscurità non è mai davvero negativa.

Get Me Away From Here, I’m Dying ha aperto squarci di coro collettivo. Un momento particolare arriva quando Stevie Jackson prende il centro del palco per The Boy Done Wrong Again. È un piccolo cambio di prospettiva: dopo aver seguito per intero il romanzo sentimentale scritto da Stuart Murdoch, la voce passa a uno degli altri protagonisti di quella storia.

Stevie non è soltanto il chitarrista della band, ma una delle anime che hanno costruito il suono dei primi Belle and Sebastian. La sua interpretazione restituisce tutta la malinconia del brano, quella figura dell’eterno sconfitto che attraversa molte delle canzoni di Murdoch: persone fuori tempo massimo, troppo sensibili per il mondo che le circonda, ma proprio per questo impossibili da dimenticare. Il mood però è tutt’altro. Stevie è divertente, comico, fa battute sugli aerei che passano e coinvolge il pubblico nel momento finale del brano, per battere le mani all’unisono.

Judy and the Dream of Horses, che chiude l’album, è arrivata come una carezza. Sembra quasi una dichiarazione d’amore verso l’immaginazione. Judy sogna un mondo diverso, e quel sogno diventa una forma di resistenza alla realtà.

È una conclusione perfetta perché riassume tutto il disco: persone comuni che attraverso la fantasia cercano un modo per sopravvivere, ed è molto attuale. Così come tutte le storie ascoltate oggi, dopo trent’ anni. Stuart indossa una maschera di cavallo.

Finito il disco, dopo una piccolissima pausa in cui scorrevano i titoli di coda e i ringraziamenti a tutte le persone che hanno contribuito alla realizzazione del disco, la band ha proseguito con una seconda parte che ha attraversato tutta la loro carriera: Electronic Renaissance Dirty Dream #2, Seymour Stein, Put the Book Back in the shelf / Summer Wasting / Piazza New York Catcher, Sukie in the Graveyard / if you find yourself caught in Love (in medley), The Boy with the Arab Strap e, bis, I Didn’t See It Coming. Muovendosi con disinvoltura tra epoche diverse, da Dear Catastrophe Waitress a The Boy With the Arab Strap, passando per momenti più recenti come Electronic Renaissance, con brani (quei due medley) che sono stati un vero e proprio regalo per gli appassionati.

E forse il senso del concerto di Milano è stato quello di non cercare di ricostruire quel tempo andato ma mostrare come si possa cambiare senza perdere la propria anima.

La band negli anni è cambiata, loro stessi come esseri umani sono cambiati, Glasgow non è più quella di una volta. If You’re Feeling Sinister mi è sembrato come un vecchio album di fotografie: alcune persone non ci sono più, alcuni dettagli sono cambiati, ma il sentimento che quelle immagini custodiscono è ancora intatto. E lo stesso è per me: non sono più la stessa di anni fa ma non vivo la nostalgia di un ritorno al passato; solo la sensazione che certi incontri (un disco, una band), significativi in un determinato momento della vita, continuano ad avere un senso, almeno per la mia storia personale, ancora oggi.

 

immagine per Sara Ferraiolo
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Casertana di origine, torinese di adozione, mi occupo di progettazione e gestione di partnership strategiche in ambito culturale e sociale, con particolare attenzione alla sostenibilità. Laureata in Comunicazione istituzionale e con una formazione executive in cultura enogastronomica e marketing, ho maturato oltre 15 anni di esperienza in realtà come Slow Food e Gambero Rosso. Oggi sono partnership manager di WAMI (water with a mission) e collaboro con organizzazioni e realtà benefit come Almare ets e Itinerari Paralleli ets. Nel 2025 conseguo il titolo di Green Coordinator per gli enti culturali. Sono tra le curatrici di Chimera Fest, festival di arti miste oggi alla sua seconda edizione (Casertavecchia, CE). Sono appassionata di musica, danza e arte contemporanea in tutte le sue forme; ho scritto in passato sul portale MutecLab.it e sulla rivista musicale Freak out magazine. Nella mia storia anche l’organizzazione di Carpisa Neapolis Festival edizione 2005 (con Kraftwerk, Kasabian, LCD Soundsystem, Nick Cave e ToriAmos) e Kaleidoscope Festival 2006, festival di arti elettroniche audiovisive con Matmos, Zeena Parkins, Barbara Morgenstern.

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