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NID Platform 2026 #1. Coreografie del possibile tra palco e comunità

di Sara Ferraiolo

Intro strettamente personale

È difficile, a poche ore dalla conclusione della X edizione di NID Platform, riordinare i pensieri. Mettere in fila le performance viste, gli stimoli, gli incontri con artiste e artisti, coreografi, compagnie, operatori e uffici stampa è quasi impossibile: quello che resta è una specie di mappa piena di corpi, parole, immagini e sensazioni.

È difficile soprattutto trasformare in parole uno tsunami di emozioni: brividi sulla pelle, commozione, a tratti angoscia, risate e scambi, corpi e sguardi accomunati dalla stessa passione. E forse è proprio questa difficoltà il modo più onesto per cominciare a raccontare NID.

Per me è la prima volta: NID Platform è un osservatorio sulla danza contemporanea italiana: quattro giorni in cui compagnie, coreografi, operatori, distributori, direttori artistici, critici e giornalisti si incontrano per mostrare lavori, cercare interlocutori, costruire possibilità.

Io ci sono arrivata da outsider, con uno sguardo necessariamente esterno, eppure non del tutto estraneo: danzo a livello amatoriale e, proprio per questo, sento che il corpo è un linguaggio che mi appartiene, anche se non è il mio mestiere.

Forse è questa la posizione da cui voglio raccontare questi giorni: abbastanza dentro da farmi coinvolgere emotivamente, abbastanza fuori da osservare le regole, le fragilità e le contraddizioni di un mondo in cui arte e produzione culturale, creatività e sostenibilità economica convivono continuamente.

Un mondo che comprende la danza, ma che tocca anche il teatro, la performance, la musica, le arti visive e, più in generale, il modo in cui una comunità sceglie di raccontare il proprio presente.

NID è stato il luogo in cui volevo stare, e, dopo quattro giorni, mi è rimasta una sensazione ancora più precisa: è un luogo in cui sento di dover stare. Perché la danza, ogni volta che la incontro, ha questo effetto su di me: mi riconnette con me stessa.

Coreografie del possibile, tra palco e comunità

Si è svolta tra Torino, Collegno, Moncalieri e Venaria Reale, la decima edizione di NID Platform — Nuova Piattaforma della Danza Italiana. Nata nel 2012 dagli operatori della distribuzione riuniti in ADEP, in seno a Federvivo-AGIS, NID non è un festival nel senso classico del termine, anche se per quattro giorni si è comportata come tale, aprendo le porte anche al pubblico.

La sua funzione resta quella di un osservatorio: mettere in circolo compagnie affermate ed emergenti davanti a operatori, distributori, direttori artistici, critici e giornalisti, italiani e stranieri, perché la produzione coreutica italiana possa circuitare oltre i confini regionali e nazionali.

Per la prima volta ospitata in Piemonte, con il coordinamento della Fondazione Piemonte dal Vivo e il sostegno del Ministero della Cultura e della Regione, l’edizione 2026 ha segnato numeri record: 520 operatori attesi, il 45% in più rispetto al 2025, con una componente estera quasi raddoppiata (83 presenze contro 47) e delegazioni da Francia — la più numerosa, con 22 operatori —, Spagna, Germania, Paesi Bassi, oltre a presenze da Canada, Taiwan e Thailandia.

Non un dettaglio, se si pensa che secondo l’ultimo Rapporto SIAE il balletto ha contato nel 2025 circa 12.300 spettacoli, quasi l’8% dell’intera offerta teatrale italiana: un settore piccolo ma vitale, che una piattaforma come questa contribuisce a tenere in vita.

Il titolo dell’edizione, Coreografie del possibile, non è soltanto uno slogan: individua nella rigenerazione urbana a matrice culturale una chiave di lettura del rapporto tra danza, luoghi e comunità.

Non a caso le sedi scelte — Lavanderia a Vapore a Collegno, Fonderie Limone a Moncalieri, Teatro Astra e OGR a Torino, fino alla Reggia di Venaria — sono tutte, a vario titolo, spazi rigenerati: ex fabbriche, ex officine, patrimonio storico riconvertito a presidio culturale permanente.

Venti i titoli in programma: quattordici spettacoli nella sezione Programmazione, quattro lavori in progress negli Open Studios, due produzioni ospiti.

Giorno 1: l’apertura

La prima giornata comincia al Grattacielo Intesa Sanpaolo e poi si sposta rapidamente tra i luoghi della città. Al Teatro Astra, sede della Fondazione TPE, è andato in scena Humanos di Vito Leone Cassano per Eleina D., compagnia pugliese riconosciuta come Organismo di Produzione della Danza dal Ministero della Cultura.

Sette interpreti più due “presenze oscure” costruiscono un laboratorio asettico, un acquario sociale in cui i corpi si muovono come cavie sottoposte a un esperimento continuo: pareti trasparenti che si aprono e si richiudono, gesti che diventano adattamento, relazioni che si negoziano nel margine minimo tra una pelle e l’altra.

Cassano, che fonde da vent’anni danza contemporanea, physical theatre e performance aerea, non vuole giudicare i meccanismi dell’essere sociale contemporaneo, solo abitarli col corpo: un lavoro che resta, nelle sue parole, “una domanda aperta”, capace di muoversi, cadere, rialzarsi.

A colpire, ancora prima che si spengano le luci, è il libretto di sala: non un programma di sala nel senso classico, ma una vera e propria confezione in stile farmaceutico-clinico, sigillata come un blister, con tanto di simboli di pericolo, codice a barre, “REF: HMNS_2026 / PROT_01” e la dicitura “STATUS: CLINICAL OBSERVATION”.

Il titolo è eloquente: “Anatomia di un incontro asettico”. All’interno, in un linguaggio che imita un vero e proprio foglietto illustrativo, si avverte lo spettatore che “il presente protocollo prevede l’osservazione di soggetti umani in stato di contatto controllato” e che “i partecipanti saranno esposti a stimoli corporei, stratificazioni identitarie e zone di prossimità non autorizzata”, con tanto di “effetti collaterali previsti: disorientamento, sensazione di déjà-vu, memoria involontaria di eventi mai vissuti”.

Un dispositivo semplice ma efficacissimo, che anticipa perfettamente il cuore dello spettacolo: quella soglia sottilissima tra umano e disumano, tra il corpo come organismo osservato e il corpo come soggetto che ancora, nonostante tutto, cerca l’altro.

Difficile pensare a un modo più preciso per dire, ancora prima che la performance cominci, di cosa parla davvero Humanos.

Una performance coinvolgente, forte, angosciante, interrotta da un verosimile allarme antincendio del teatro che ci ha lasciati per un attimo increduli. Poi gli interpreti hanno ripreso a danzare, tra volteggi, passi a due, singoli e corali di un’intensità sconvolgente.
Un inizio festival commovente.

Al termine dello spettacolo mi sposto in metro alle OGR (grazie all’abbonamento ai mezzi incluso per tutta la durata del festival) per assistere a Manifestus di Jacopo Jenna, prodotto da KLm – Kinkaleri, Le Supplici, mk.

Jenna, che con NID Platform ha un rapporto consolidato, presente già nelle edizioni 2022 e 2024, costruisce un trio che parte dall’etimologia latina della parola manifestus, che contiene manus, la mano: organo che crea, modella, distingue l’essere umano dal mondo animale.

È uno dei lavori più interessanti per capire quanto sia largo oggi lo spettro linguistico della nuova coreografia italiana: Manifestus intreccia i codici della street dance con una ricerca di matrice più propriamente contemporanea sul significato del manifestarsi, del dire “io ci sono” davanti a un pubblico.

Non semplice hip hop in scena, dunque, ma una riflessione sul gesto e sulla mano che usa quel vocabolario come materiale, non come citazione.

Alla coreografia collabora Mattia Quintavalle, in arte SLY, attivo nella scena hip hop italiana ed europea.

Lo stesso Jacopo racconta che all’audizione hanno partecipato più di cento ballerini, tra cui sono stati selezionati i tre interpreti: Simone De Giovanni, Petra Audrey Mangoua Youaleu, Phex. Le musiche sono di Bienoise (Alberto Ricca).

NID si sposta alle Fonderie Limone di Moncalieri, e mi reco lì per assistere, in sequenza, intervallati da una meravigliosa cena a base di piatti piemontesi, a due lavori molto interessanti.

Prima Pas de cheval di Andrea Costanzo Martini per Zebra, duetto con Francesca Foscarini che userà la figura del cavallo addestrato (grazia, forza, ma anche fatica e disciplina) come specchio della condizione del danzatore.

È uno dei pochi lavori in cartellone a mettere esplicitamente in scena il tema dell’età: due performer non più giovanissimi, dichiarato da loro stessi, che si muovono in silenzio mentre un paesaggio sonoro fatto di voci registrate restituisce lamenti, confessioni, ironie e critiche non tanto velate sul mestiere.

Il progetto nasce, raccontano gli autori, da lunghe conversazioni sulla fatica del corpo che invecchia, sulle dinamiche di potere tra performer e pubblico, sull’assurdità di continuare a offrirsi allo sguardo altrui per garantirsi la sopravvivenza economica, un tema, quello della sostenibilità della carriera di danzatore oltre una certa età, su cui tornerò perché mi tocca molto.

A chiudere la prima giornata, Le Fenicie di Michela Lucenti per Balletto Civile, coproduzione con ERT Emilia-Romagna Teatro.

Partendo dalla tragedia di Euripide, undici interpreti costruiscono una danza della guerra che accosta il mito tebano ai conflitti di oggi, con un coro di donne straniere, le fenicie del titolo, a incarnare la marginalità.

È uno degli esempi più netti, in questa edizione, di come il teatro antico possa diventare corpo: non recitazione del testo classico, ma una scrittura fisica che lo attraversa, restituendo, dice Lucenti, non una bellezza estetizzante ma “piegata al senso”.

Ambra Chiarello, performer e una delle autrici della drammaturgia dello spettacolo insieme a Lucenti e Maurizio Camilli, lo dice in modo diretto: portare oggi davvero la contemporaneità in scena significa fare i conti con una realtà “difficile, critica”: “ci sono le guerre, il cambiamento climatico, la violenza”, e Le Fenicie prova a farlo senza mediazioni consolatorie, restituendo la tragedia antica come cronaca.

Giorno 2: Open Studios e nuove creazioni

La mattinata si apre alla Lavanderia a Vapore di Collegno con il panel Ecosistemi della creazione, seguito dalla sezione Open Studios. Non vi è stato dato molto rilievo ma, per certi versi è e deve essere il cuore stesso del progetto NID.

A differenza degli spettacoli della sezione Programmazione, già debuttati e rodati in tournée, gli Open Studios presentano lavori ancora in fase di costruzione, progetti aperti che i coreografi portano davanti agli operatori proprio per intercettare coproduzioni, sostegni economici, ospitalità in residenza e per trovare i finanziamenti che permettano al lavoro di arrivare a compimento.

È lo snodo attraverso cui, concretamente, un giovane artista italiano riesce oggi a costruirsi un percorso professionale: prima di arrivare a un debutto vero e proprio, un progetto passa quasi sempre da qui, da una vetrina come questa in cui viene mostrato ancora “in progress” a chi ha il potere di finanziarne la fase successiva.

Non è un dettaglio da poco, se si pensa a quanto la distribuzione dopo il debutto sia, per un coreografo emergente, ancora più difficile della creazione stessa.

I quattro progetti selezionati quest’anno — dopo un percorso di residenza condiviso tra Castiglioncello, Soverato, Verbania e Torino, in collaborazione con reti come Oscenica/IRA Festival, CROSS Project/CROSS Residence, Mosaico Danza e la Fondazione Armunia/CapoTrave-Kilowatt — meritano di essere nominati con pari dignità, perché rappresentano quattro traiettorie diverse della stessa condizione: quella di chi sta ancora cercando le risorse per completare il proprio lavoro.

Nu di Virginia Spallarossa, danzatrice formatasi alla Scala di Milano e all’Académie Princesse Grace di Montecarlo, arriva per Déjà Donné; Sognare – Fase RAM di Damiano Scavo è sviluppato per Scenario Pubblico, la storica compagnia catanese di Roberto Zappalà; Thanks, Ilaria di Filippo Buonamassa nasce per ResExtensa Dance Company.

immagine per NU di Virginia Spallarossa per Déjà Donné
NU di Virginia Spallarossa per Déjà Donné. Collegno – Lavanderia a Vapore. NID Platform 2026 ph A. Macchia
immagine per SOGNARE – FASE RAM di Damiano Scavo per Scenario Pubblico
SOGNARE – FASE RAM di Damiano Scavo per Scenario Pubblico. Collegno – Lavanderia a Vapore. NID Platform 2026 ph A. Macchia
immagine per THANKS, ILARIA di Filippo Buonamassa per RESEXTENSA DANCE COMPANY
THANKS, ILARIA di Filippo Buonamassa per RESEXTENSA DANCE COMPANY. Collegno – Lavanderia a Vapore. NID Platform 2026 ph A. Macchia

Il quarto, su cui vale la pena soffermarsi, è Special K di Davide Tagliavini per Compagnia Artemis Danza.

immagine per SPECIAL K di Davide Tagliavini per Compagnia Artemis Danza
SPECIAL K di Davide Tagliavini per Compagnia Artemis Danza. Collegno – Lavanderia a Vapore. NID Platform 2026 ph A. Macchia

Un assolo che prende il nome da un brand di cereali, da un aereo della Seconda guerra mondiale, dalla ketamina e da un pezzo dei Placebo, ma soprattutto dal modo in cui Tagliavini ama pensare a Kate Bush, “paladina dei suoi desideri”.

Il lavoro intreccia biografia e cultura pop-rock inglese, da Bowie ai Joy Division, con una drammaturgia video che si trasforma in un imprevisto road trip, partendo da una domanda semplice quanto radicale: cosa è speciale?

Purtroppo, non riesco a seguire tutto il programma e mi reco nel pomeriggio direttamente alle Fonderie Limone, per assistere prima a Italian Window, una finestra aperta sulle compagnie italiane per confrontarsi direttamente con i protagonisti presenti, e poi per cenare nei suggestivi spazi della location.

Dopo cena, ecco Weirdo di Enrico Morelli per MM Contemporary Dance Company, la compagnia reggiana diretta da Michele Merola.

Undici interpreti per un lavoro sul senso di inadeguatezza, quella sensazione, dice Morelli, di sentirsi “fuori posto, diverso, a volte sbagliato, costruito ponendo agli stessi danzatori la stessa domanda che il coreografo rivolge a sé stesso da sempre.

Un lavoro tecnicamente perfetto e impeccabile, oggettivamente bello, che però mi ha lasciata distante a livello emotivo, non mi ha agganciata e non sono personalmente riuscita ad immedesimarmi nella performance.

Può succedere, anzi, credo che sia importante poterlo dire: la danza è un’arte e arriva alle persone in modi diversi.

Dopo due giorni, ho già la sensazione che NID non sarà soltanto una sequenza di spettacoli da ricordare.

È un luogo in cui le opere sono inseparabili dalle persone che le producono, dai corpi che le abitano e dalle condizioni che permettono loro di esistere. Ed è proprio da qui che, nella seconda parte, la cronaca comincia a lasciare spazio a domande più grandi.

immagine per Sara Ferraiolo
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Casertana di origine, torinese di adozione, mi occupo di progettazione e gestione di partnership strategiche in ambito culturale e sociale, con particolare attenzione alla sostenibilità. Laureata in Comunicazione istituzionale e con una formazione executive in cultura enogastronomica e marketing, ho maturato oltre 15 anni di esperienza in realtà come Slow Food e Gambero Rosso. Oggi sono partnership manager di WAMI (water with a mission) e collaboro con organizzazioni e realtà benefit come Almare ets e Itinerari Paralleli ets. Nel 2025 conseguo il titolo di Green Coordinator per gli enti culturali. Sono tra le curatrici di Chimera Fest, festival di arti miste oggi alla sua seconda edizione (Casertavecchia, CE). Sono appassionata di musica, danza e arte contemporanea in tutte le sue forme; ho scritto in passato sul portale MutecLab.it e sulla rivista musicale Freak out magazine. Nella mia storia anche l’organizzazione di Carpisa Neapolis Festival edizione 2005 (con Kraftwerk, Kasabian, LCD Soundsystem, Nick Cave e ToriAmos) e Kaleidoscope Festival 2006, festival di arti elettroniche audiovisive con Matmos, Zeena Parkins, Barbara Morgenstern.

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