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Maldonne, la sorellanza come atto politico

di Sara Ferraiolo

C’è qualcosa di immediatamente politico nel modo in cui Maldonne comincia. Non un gesto eclatante, non un manifesto. Una mano che sfiora una guancia, come per asciugare una lacrima. Un gesto minimo, intimo, capace di mettere in moto tutto: le spalle, il torace, il respiro, fino a estendersi ai corpi delle cinque danzatrici sul palco.

La coreografa francese Leïla Ka porta a Interplay/26 la sua prima opera corale, e lo fa con uno spettacolo, a metà strada tra danza contemporanea e teatro, che ha già attraversato l’Europa raccogliendo consensi: nominato all’International Dance Prize al Sadler’s Wells di Londra, accolto con entusiasmo alla Biennale della Danza di Lione.

In francese, maldonne è la distribuzione sbagliata delle carte. Leïla Ka parte da qui: dalla consapevolezza che le disuguaglianze sono strutture persistenti, e porta questo tema in scena, nei corpi, negli abiti. Quaranta abiti per cinque danzatrici. Ogni abito è una silhouette sociale, metafora di uno stereotipo indossato e poi strappato via, una pelle scelta o subìta.

immagine per Leïla Ka - Maldonne, photo by Duy-Laurent
Leïla Ka – Maldonne, photo by Duy-Laurent

Le interpreti li cambiano continuamente, e in ogni cambio c’è una metamorfosi: non solo estetica, ma emotiva, quasi esistenziale, di registro coreografico. Non sono semplici costumi di scena: rappresentano identità provvisorie, ruoli che si indossano e si abbandonano con una velocità che è essa stessa significato come se nessuna di quelle vesti fosse davvero la propria, come se nessuna vi appartenesse fino in fondo.

La coreografa costruisce un linguaggio del corpo che non illustra un’idea ma la abita. Il femminile non è qui un tema trattato dall’esterno: è la materia viva dello spettacolo, incarnata da cinque donne che sudano, cadono, si rialzano, si cercano e a volte si perdono.  La scrittura coreografica di Leïla Ka è nervosa, sincopata, costruita su angoli acuti e repentini cambi di intensità. Non c’è ornamento fine a se stesso: ogni movimento porta un peso emotivo preciso.

La danza diventa linguaggio di stati interiori: la rabbia, la gioia sproporzionata, il lutto silenzioso, l’euforia collettiva. Le cinque interpreti non formano un gruppo omogeneo ma una comunità in tensione.

Non siamo davanti a un ritratto armonioso della sorellanza: viene mostrata nel suo essere contraddittoria, faticosa, necessaria. Anche quando tutto sembra convergere, qualcosa di individuale affiora, resiste, rivendica il proprio spazio.

immagine per Leïla Ka - Maldonne, photo by Duy-Laurent
Leïla Ka – Maldonne, photo by Duy-Laurent

La colonna sonora che attraversa il pezzo è fatta di accostamenti volutamente improbabili, capaci di comunicare ironia, tensione e dolcezza in egual misura: da uno straziante playback di Je suis malade di Lara Fabian a Leonard Cohen, da Vivaldi ai beat techno di Plastikman e Mathame.

La sensazione è di attraversare diversi stati d’animo che si traducono in sensazioni fisiche. Manca l’aria con i loro respiri corti, ci si commuove, si sorride, si soffre. Maldonne è uno spettacolo sulla forza e sulla pluralità femminile.

In scena c’è tutto quello che le donne portano nei corpi, senza filtri: la potenza, la debolezza, la sensualità. Leïla Ka restituisce alla femminilità la sua interezza, quella contraddittoria, irrisolta, necessariamente plurale.

Il finale è un’euforia collettiva che è anche stanchezza, e non offre redenzione né lieto fine. Lascia le cinque danzatrici vive e presenti. Ed è in quella presenza fisica che risiede l’atto più radicale dello spettacolo: ricordare che i corpi femminili non sono simboli né metafore.

Alla fine, restano solo sottovesti bianche e gli abiti, quello che indicavano in termini di ruoli e aspettative, sono a terra, abbandonati svuotati da tutti i loro significati.

  • Coreografia di: Leïla Ka.
  • Interpreti: Océane Crouzier, Jade Logmo, Adèle Bonduelle, Mathilde Roussin, Flore Ruiz-Moiret Produzione CENTQUATRE-PARIS / Compagnie Leïla Ka.
  • Presentato nell’ambito di Interplay/26, XXVI edizione del Festival Internazionale di Danza Contemporanea e Performing Arts, Torino, 26 maggio–27 giugno 2026.
  • Direzione artistica: Natalia Casorati.
  • A cura di: Ass. Cult. Mosaico Danza.
immagine per Sara Ferraiolo
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Casertana di origine, torinese di adozione, mi occupo di progettazione e gestione di partnership strategiche in ambito culturale e sociale, con particolare attenzione alla sostenibilità. Laureata in Comunicazione istituzionale e con una formazione executive in cultura enogastronomica e marketing, ho maturato oltre 15 anni di esperienza in realtà come Slow Food e Gambero Rosso. Oggi sono partnership manager di WAMI (water with a mission) e collaboro con organizzazioni e realtà benefit come Almare ets e Itinerari Paralleli ets. Nel 2025 conseguo il titolo di Green Coordinator per gli enti culturali. Sono tra le curatrici di Chimera Fest, festival di arti miste oggi alla sua seconda edizione (Casertavecchia, CE). Sono appassionata di musica, danza e arte contemporanea in tutte le sue forme; ho scritto in passato sul portale MutecLab.it e sulla rivista musicale Freak out magazine. Nella mia storia anche l’organizzazione di Carpisa Neapolis Festival edizione 2005 (con Kraftwerk, Kasabian, LCD Soundsystem, Nick Cave e ToriAmos) e Kaleidoscope Festival 2006, festival di arti elettroniche audiovisive con Matmos, Zeena Parkins, Barbara Morgenstern.

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