Torinodanza 2026 prosegue con un altro appuntamento di fama internazionale: l’atteso In The Brain, ultima creazione di Hofesh Shechter per Shechter II, la sua compagnia giovanile, un laboratorio di formazione professionale per artisti emergenti tra i 18 e i 25 anni provenienti da tutto il mondo.
Hofesh Shechter, coreografo e compositore israeliano di base a Londra, è una delle firme più riconoscibili della danza contemporanea che ha influenzato un’intera generazione di coreografi.
Il suo è uno stile inconfondibile, costruito in anni di lavoro con la sua compagnia: il vocabolario di Shechter è fatto di strascichi, scatti nervosi, tremori improvvisi, un incedere quasi animalesco che sembra sempre sul punto di rompersi e non si rompe mai.
In The Brain nasce come sviluppo di Cave, breve lavoro che Shechter aveva creato nel 2022 per la Martha Graham Dance Company, su impulso del ballerino e produttore Daniil Simkin, folgorato dalla scena rave berlinese.

Da quel seme, Shechter ha costruito per Shechter II un lavoro a piena lunghezza che esplora i punti di contatto tra club culture e danza contemporanea: “part rave, part ritual“, come recita la definizione ufficiale, un’esperienza euforica per tutti i sensi. Il significato dell’opera sta proprio in questa ambivalenza.
Da un lato il rave, con la sua promessa di dissoluzione dell’io nella massa, di liberazione del corpo dal controllo, di comunità istantanea che batte all’unisono; dall’altro il rito, con la sua ripetizione ossessiva, la sua dimensione quasi sacra, la sua capacità di trasformare il movimento in preghiera.
Il titolo stesso, In The Brain, va letto in questa chiave, non come un viaggio nella razionalità, ma nelle profondità della coscienza, laddove le storie individuali si dissolvono, l’identità sfuma, e rimane soltanto il ritmo.
È un titolo che promette un dentro, lo spettacolo chiede di entrare. Anche la musica porta la firma di Shechter, che da sempre compone in prima persona le colonne sonore dei propri spettacoli.
In In The Brain il tessuto sonoro si arricchisce della collaborazione con il duo elettronico tedesco Âme (Kristian Beyer e Frank Wiedemann), tra i nomi di riferimento della scena house ed elettronica di Innervisions: bassi spessi, pulsazioni ipnotiche, un crescendo che asseconda l’andamento drammaturgico dello spettacolo, partendo quasi sommesso per esplodere, sempre di più in un’intensità totalizzante.
Ciò che rende In The Brain uno spettacolo così stratificato è la sua capacità di tenere insieme due diverse anime.
Di rito, in fondo, si tratta: la danza di Shechter ripesca, consapevolmente o per istinto coreografico, un vocabolario antichissimo, quello delle danze tribali, delle percussioni africane, dei corpi che si muovono in cerchio fino a perdere il controllo razionale di sé: le spalle si incurvano, il busto si piega in avanti come sotto un peso invisibile; le braccia si alzano verso il cielo in gesti che hanno qualcosa di invocativo, i piedi battono il suolo, in una pulsazione che precede il linguaggio verbale e richiama le danze attorno al fuoco, come se il corpo fosse un tramite tra terra e altrove.
Gli otto danzatori non si muovono fianco a fianco, ma si fondono in un unico organismo rituale, che respira e si contrae. Il crescendo con cui Shechter costruisce lo spettacolo è bellissimo.
All’inizio i danzatori sembrano fluttuare, leggerissimi, quasi sospesi in un liquido: le luci basse e diffuse, insieme al fumo che invade la platea, li fanno apparire come corpi sott’acqua, che non toccano mai davvero il pavimento, mentre gli abiti leggeri nei toni della terra — mattone, marrone, beige, verde spento — li rendono quasi indistinguibili dalla penombra.
È una leggerezza che, sorprendentemente, non viene mai abbandonata. La musica si fa più forte, più assordante, più totalizzante, e i corpi non si appesantiscono né si irrigidiscono, restano silenziosi, evanescenti, in un contrasto fortissimo tra la violenza sonora e la grazia visiva che è forse la trovata più intelligente di tutto lo spettacolo.
Più il rumore cresce, più i corpi si fanno leggeri. Proprio i volumi altissimi e il ritmo ipnotico mi hanno indotta quasi in uno stato di trance.
Mi sono sorpresa, nell’arco dei cinquantacinque minuti di spettacolo, a distrarmi più volte, con la mente che vagava altrove, si perdeva e poi tornava sul palco. Sulle prime l’ho vissuto come un difetto, un cedimento dell’attenzione, quasi un tradimento nei confronti dello spettacolo: non riuscivo a restare agganciata.
Poi ho capito che era esattamente lo scopo quello di non chiedere concentrazione, ma disponibilità ad andare, a vagare, a lasciarsi assorbire dentro quella trance collettiva. Sono un’amante della cultura rave, e ciò che mi lega a quel mondo è proprio il senso di libertà, la filosofia a cui si ispira: l’andare contro le regole, il perdere i confini del corpo insieme ad altri corpi sconosciuti. Prendersi quasi gioco della caducità del mondo, perché siamo nel qui e ora, insieme.
A un certo punto mi viene naturale il parallelismo con Sirât di Óliver Laxe, film che mi ha profondamente colpita, dove il rave non è evasione, è l’unica forma di senso rimasta quando tutto il resto si sta sgretolando; in In The Brain Shechter non mette in scena nessuna apocalisse, ma l’urgenza fisica con cui i danzatori si abbandonano al ritmo e sembrano voler dire “siamo vivi, adesso, con tutto il corpo”.
E vedere i corpi dei danzatori sudare, muoversi come in estasi, cercarsi con lo sguardo tra loro, li ha resi sul palco reali, umani, presenti e partecipi, insieme a noi, dello stesso rito.
Casertana di origine, torinese di adozione, mi occupo di progettazione e gestione di partnership strategiche in ambito culturale e sociale, con particolare attenzione alla sostenibilità. Laureata in Comunicazione istituzionale e con una formazione executive in cultura enogastronomica e marketing, ho maturato oltre 15 anni di esperienza in realtà come Slow Food e Gambero Rosso. Oggi sono partnership manager di WAMI (water with a mission) e collaboro con organizzazioni e realtà benefit come Almare ets e Itinerari Paralleli ets. Nel 2025 conseguo il titolo di Green Coordinator per gli enti culturali. Sono tra le curatrici di Chimera Fest, festival di arti miste oggi alla sua seconda edizione (Casertavecchia, CE). Sono appassionata di musica, danza e arte contemporanea in tutte le sue forme; ho scritto in passato sul portale MutecLab.it e sulla rivista musicale Freak out magazine. Nella mia storia anche l’organizzazione di Carpisa Neapolis Festival edizione 2005 (con Kraftwerk, Kasabian, LCD Soundsystem, Nick Cave e ToriAmos) e Kaleidoscope Festival 2006, festival di arti elettroniche audiovisive con Matmos, Zeena Parkins, Barbara Morgenstern.













