Come è nato questo articolo
Questo articolo nasce da una collaborazione tra me e il visual artist Giuseppe Guariniello, che ha interpretato Artissima secondo la sua lente e la sua visione, utilizzando l’intelligenza artificiale per rintracciare dei pattern di significato nell’esperienza che ha avuto della fiera.
Giuseppe Guariniello è design director, docente e media artist. Con il nome Mutech crea installazioni immersive e performance audiovisive per musei, festival e brand. Insegna design in scuole e accademie e lavora sull’incontro tra esperienza, tecnologia e AI generativa.
«Questa volta il taccuino è rimasto in tasca. Ad Artissima ho fatto quello che fanno quasi tutti: ho camminato tra gli stand e ho fotografato con il telefono le opere che mi fermavano.
Il risultato è stato una cinquantina di scatti e qualche video: didascalie storte, schermi, neon, riflessi, qualche visitatore di passaggio. Un archivio istintivo, senza un ordine.
Poi ho fatto un esperimento. Ho consegnato questo archivio a un’intelligenza artificiale (Claude, di Anthropic) e le ho chiesto di cercarvi un percorso di senso: non di dirmi che cosa fosse bello o importante, ma che cosa, in quello che avevo scelto di guardare, tenesse insieme le opere.
La macchina ha letto le didascalie, ha osservato le immagini e ha proposto un filo: la luce che diventa parola, il tempo smontato, il corpo che si dissolve nell’immagine, lo specchio, e infine una rete neurale che si addestra sui visitatori. La chiave di lettura è venuta da un verso di Ovidio in neon blu: Narciso che si riconosce nel proprio riflesso.
C’è un cortocircuito evidente.
Tra le opere fotografate c’era proprio un’installazione in cui una rete neurale impara in diretta dalle sagome di chi la guarda, e nel mio scatto la camera segnava la data e l’ora della mia visita.
Chiedere a un’altra macchina di dare un senso alle mie immagini significava mettermi, ancora una volta, davanti a uno specchio calcolato.»
Giuseppe Guariniello
Un verso in luce blu
Alla trentatreesima edizione di Artissima (Oval Lingotto, Torino, 30 ottobre – 1° novembre 2026), tra le 183 gallerie riunite da Luigi Fassi sotto il titolo Fancy: A Flexible, Acrobatic Body, si può tracciare un percorso che, letteralmente, si accende.
Comincia con il neon che scrive, passa per orologi senza quadrante, volti scavati e superfici specchianti, e arriva alla rete neurale che impara da chi la guarda.
È un attraversamento personale, ricostruito a partire dalle fotografie scattate in fiera: le opere davanti alle quali, tra centinaia di stand, viene spontaneo fermarsi e prendere il telefono.
In uno stand, su una parete bianca, una riga di neon blu cita il latino: Sensi, nec me mea fallit imago.
Sotto scorre la traduzione inglese, anch’essa in luce. Il verso è delle Metamorfosi (III, 463), il momento in cui Narciso smette di credere che il volto nell’acqua appartenga a un altro: iste ego sum, sono io, l’ho capito, la mia immagine non mi inganna più.

Sotto la scritta, su una mensola scura, tre piccole sculture nere. Bastano quella riga e quel buio per cambiare il passo della visita.
Quel verso può fare da filo per l’intera fiera. Artissima 2026 è piena di luce: neon, LED, monitor, superfici riflettenti.
E quasi ovunque la luce pone la stessa domanda che Ovidio mette in bocca a Narciso: che cosa resta di noi quando diventiamo immagine? E siamo ancora capaci di riconoscerci?
Il tema scelto da Fassi, ispirato alla filosofa Martha C. Nussbaum, indica un’altra strada. La fancy è l’immaginazione che si proietta in avanti per raggiungere la pluralità di chi è altro da noi. Narciso ne è il rovescio esatto: uno sguardo che si chiude nell’unica immagine che conosce.
La parola accesa: Tayou, Nannucci e Rosa Barba
Il primo passo è la parola. Da Galleria Continua il neon bianco di Pascale Marthine Tayou, Love is the key (2024), corre lungo il muro con una grafia corsiva e quasi infantile.
Il cavo resta visibile e pende fino a terra, come se la frase fosse stata appena scritta a mano e lasciata lì ad asciugare.
È una dichiarazione disarmante, e proprio per questo difficile da liquidare: in una fiera dove tutto è calibrato, un’opera che dice «amore» senza ironia ha il coraggio, o l’ingenuità, di restare scoperta.
Maurizio Nannucci, da Galleria Enrico Astuni, porta invece Art (1990). Le tre lettere in vetro di Murano rosso, giallo e blu si sovrappongono in un unico segno, un monogramma più che una parola. È la tautologia concettuale ridotta all’osso: l’arte che dice «arte», e lo dice con i colori primari. Trentasei anni dopo funziona ancora come un’insegna, e in una fiera, che è anche un mercato, sembra fare l’occhiolino.

Il passaggio più sottile è quello di Rosa Barba da Vistamare. They Are Taking All My Letters (2025) è un dispositivo di pellicola 70 mm, alluminio, LED e motori: strisce verticali di film su cui scorrono parole in maiuscolo.

Frammenti come «my letters and put them into a fire», «worlds of contradiction», «a faint echo of its former self», «quiet persistent rain». La parola qui è materia cinematografica che si muove, si legge solo a tratti e scompare mentre la si insegue.
Il titolo parla di lettere sottratte, e infatti il testo non si lascia mai possedere per intero: è l’unica opera, tra le tre, che mette in scena la propria sparizione.
Il tempo senza quadrante: Alicja Kwade, Carsten Nicolai e Jean-Luc Moulène
Se la parola si accende, il tempo si smonta. Sempre da Galleria Continua, Alicja Kwade presenta A year (2021) and 235 missing days (2024).
Centinaia di lancette d’orologio in ottone sono fissate su cartone, ciascuna accompagnata da quattro numeri a matita (12, 3, 6, 9), quel che basta per evocare un quadrante che non c’è. Ogni lancetta è un orologio fermo su un’ora diversa.
L’insieme è un calendario impossibile, la contabilità di giorni contati e, come dice il titolo, mancanti. Accanto, quasi un dialogo a distanza, la galleria espone Permanent Attraction (c. 1971) di Man Ray.

Carsten Nicolai allinea i suoi random composition atlas borealis (2026), Pinksummer inchiostro giapponese e collage su carta. Sono mappe celesti, carte del cielo boreale punteggiate di stelle, su cui cerchi rossi isolano porzioni di firmamento.
Il cosmo diventa un campo da campionare e il caso una regola compositiva: anche il tempo astronomico, il più lungo che conosciamo, si lascia ridurre a griglia.

Poi c’è il nodo di vetro blu di Jean-Luc Moulène, Noeud libre bleu Gauloises – 29.04 PM (2026): una forma attorcigliata e traslucida, del blu inconfondibile di un pacchetto di sigarette francesi. Il titolo porta con sé un’indicazione temporale, quasi la forma fosse il verbale di un istante.
È un oggetto che si dichiara figlio di un momento preciso, e lo conserva come un insetto nell’ambra.
Intanto, nei corridoi: ritorno al futuro
È a questo punto che vale la pena ricordare cosa fa Artissima del tempo, con la sezione curata Back to the Future, dedicata ai pionieri tra gli anni Trenta e Novanta.
Il caso più eloquente è quello di Michel Auder: da Fonti, Gulf War TV War (1991) mostra la prima guerra raccontata in diretta come un programma televisivo, e torna oggi a interrogare il rapporto tra conflitto, informazione e costruzione delle immagini.
Non è un caso che il Castello di Rivoli l’abbia acquisita grazie al fondo della Fondazione Arte CRT: parla di un mondo già diventato schermo trent’anni fa, quando l’idea di riconoscersi in un’immagine era ancora una questione dei telegiornali.
Lo stesso spirito di riscoperta attraversa lo stand che Tiziana Di Caro dedica a Rosa Panaro, con una ricerca scultorea che passa per materiali industriali, assemblaggi, elementi di recupero e cartapesta, e quello di eastcontemporary con Cathy Josefowitz, scomparsa nel 2014, che ha indagato il corpo come luogo di esperienza, memoria e trasformazione tra pittura, disegno, danza e performance.

Il corpo acrobatico e il volto che si perde: Samorì, Hsu Che-Yu, Scarafiotti
Il titolo di questa edizione chiama in causa il corpo. Le opere più forti viste in fiera lo mostrano però meno acrobatico che vulnerabile, esposto al rischio di dissolversi nella propria immagine.
Da Monitor, Zo (2026) di Nicola Samorì è un ritratto a olio su legno di castagno nella tradizione della pittura antica: spalle nude, iIl volto non c’è: è stato scavato via, e al suo posto si apre una ferita bianca, slabbrata, che lascia emergere la materia del supporto.

Da Vanguard Gallery , Hsu Che-Yu presenta Catastrophism (2025), un’installazione video a più canali, insieme a Gray Room (2022), un’opera in VR360. Sui monitor montati su carrelli, corpi scansionati in 3D giacciono o fluttuano in un paesaggio monocromo color lavanda: macerie, mani che si tendono, un drappo che si gonfia. Sono figure senza pelle, puro rilievo digitale, sospese dopo una catastrofe che non viene mai mostrata. Il corpo è diventato dato, e il dato conserva soltanto la forma.

All’estremo opposto, ma nella stessa domanda, c’è la presentazione monografica di Emma Scarafiotti da Secci: uno stand interamente rosa, piedistalli di resina lilla traslucida e, sopra, piccoli monitor avvolti in un involucro morbido e gonfio, quasi carnoso. Negli schermi passano conchiglie, coralli, forme organiche che si avvolgono su sé stesse; in una, una figura minuscola sorregge una conchiglia a ventaglio come un’aureola.
Su un altro registro, una grande tela con una donna distesa accanto a una tigre e, davanti, una scultura in cui un leopardo avvolge una figura femminile riportano il corpo a un immaginario antico di desiderio e pericolo.

Intanto, nei corridoi: lo sguardo di chi arriva adesso
È nelle sezioni dedicate alle realtà più giovani che questa tensione trova le sue voci meno prevedibili. Present Future, curata da Léon Kruijswijk e Joel Valabrega, quest’anno ha riunito artisti che lavorano con materiali, tecniche e tecnologie in modo sperimentale.
Scarafiotti e Hsu Che-Yu ne fanno parte, e il Premio illy Present Future è andato a Juliana Frontin (Yehudi Hollander-Pappi, San Paolo), la cui Technical Ecstasy è stata acquisita dal Castello di Rivoli.

Nella sezione New Entries, riservata a 17 gallerie con meno di cinque anni di vita, APARTAMENTO di Marsiglia porta le opere di Fábio Colaço, tra cui una scritta tratta da messaggi trovati sui muri di Lisbona: We are living somebody else’s apocalypse.

È la fotografia perfetta del presente, e si potrebbe appendere accanto ad Art di Nannucci come il suo rovescio amaro. Dalla stessa sezione l’Artissima New Entries Fund ha premiato WHOISPOLA (Varsavia), Lutnița (Chișinău) e Clauda (Praga), e The Curators’ Choice, al debutto, ha segnalato tra le altre Whoispola, Aspekty e Marli Matsumoto.
Specchi: Eileen Quinlan
Il secondo movimento di Narciso è lo specchio, e la fiera ne è piena. Da Vistamare, Eileen Quinlan presenta Survivor Moon (In Tension) (2025), una stampa inkjet a polimerizzazione UV su specchio.

Un sole nero o una luna eclissata, con un alone verde acido, sorge su nuvole psichedeliche magenta e blu. Poiché il supporto è uno specchio, chi guarda entra nell’immagine: la propria sagoma si sovrappone all’eclissi.
Altrove un vassoio d’acciaio specchiante accoglie forme traslucide colorate, verde, rosa, ambra, bruno, simili a saponette o a dolci tagliati. Il vassoio raddoppia ogni forma e riflette anche le travature del soffitto dell’Oval.
Alle spalle, un quadro con la scritta Fear Eats the Soul, un lavoro dell’artista concettuale thailandese Rirkrit Tiravanija cita il titolo del film di Fassbinder (Angst essen Seele auf, 1974): un potente messaggio sociale e politico che invita lo spettatore a riflettere su come la paura possa paralizzare l’individuo.

La macchina che ci guarda
È qui che il verso di Ovidio cambia di segno. Su una parete, quattro monitor mostrano le diciture tecniche di una rete neurale al lavoro: «Training Batch Step: 4871», «Prediction Step: 4871 Loss: 0.189», «History», «Live Camera».
Nei riquadri compaiono, frantumate in texture iridescenti, le sagome dei visitatori che stanno davanti allo schermo. La macchina si addestra in tempo reale su chi la guarda. Nella fotografia scattata giovedì 29 ottobre, giorno della preview, la data impressa dalla camera è 2026-10-29 17:45:17: anche chi scrive è finito, per qualche secondo, tra i dati di addestramento.
Narciso si riconosceva nell’acqua. La rete neurale non riconosce nessuno: ci predice, misura lo scarto (la loss) tra ciò che si aspettava e ciò che siamo, e corregge. È il riflesso nell’epoca del calcolo, un’immagine di noi che non ci appartiene più e che continua a imparare anche quando ce ne siamo andati.
Ed è, paradossalmente, l’opera più vicina allo spirito del tema: non perché ci aiuti a immaginare l’altro, ma perché ci costringe a chiederci chi, o che cosa, ci stia guardando da dentro lo schermo.
Più discreto, quasi una nota a margine, un minuscolo display in cima a un’asta nera alta quanto una persona mostra un fiore di ibisco. È uno stelo digitale piantato nell’angolo dello stand, con i cavi e il caricatore in bella vista ai suoi piedi: la natura ridotta a pixel e alimentata dalla presa di corrente. Un fiore che ha bisogno della spina per sembrare vivo.
Epilogo: cielo sintetico e mattoni, tra smaterializzazione e peso
La visita si chiude su due immagini opposte. Da una parte un grande wall LED proietta un cielo sintetico, nuvole viola e magenta attraversate da arcobaleni e da interferenze moiré.
È un tramonto che nessun cielo ha mai avuto, pura luce generata, il punto d’arrivo della smaterializzazione. Poco lontano, lungo una parete dello stand di Sylvia Kouvali, tubi fluorescenti verticali trasformano la luce in architettura.
Dall’altra parte, su un bancale di legno, si accatastano mattoni forati, sacchi di cemento e blocchi di calcestruzzo, coronati da grandi sfere di ghiaccio verde e blu, mentre alle pareti brillano stelle di vetro. È il cantiere, il peso, la materia che si costruisce un mattone alla volta.


Una nota critica: guardare, e fermarsi
«Ho fotografato trenta opere in poche ore, e questa è già un’ammissione.
Altre voci che hanno attraversato l’Oval in quei giorni hanno notato l’opposto: che Artissima, dopo le fiere di Parigi e Londra, offre un ritmo più disteso, in cui concedere tempo alle opere, come davanti alla grande tela di Griffa da Repetto, quasi cinque metri con un vuoto che respira, o al piccolo olio di Nathanaëlle Herbelin da Jousse Entreprise, venti centimetri per quindici che impongono di avvicinarsi.
Sono opere che chiedono cento secondi. Il telefono ne concede uno.»
Giuseppe Guariniello
Questa è anche la mia critica, per quanto affettuosa. Artissima dichiara di voler aprirsi a pubblici diversi, e gli strumenti ci sono: l’ingresso gratuito per i bambini, Artissima Junior, le audioguide, i talk di WoW.
Eppure, l’impressione è quella di un evento che, per quanto curato, rimane una nicchia e un po’ uguale a sé stesso. O si è già dentro questo mondo e se ne capiscono le dinamiche, oppure si fatica a entrare e a fruirne: i codici di lettura non sono dichiarati, e il visitatore non esperto si ritrova davanti a stand fitti di opere senza una chiave per orientarsi.
Anche tra le gallerie c’è chi ha parlato di un pubblico frettoloso, e chi tra i cronisti ha trovato l’atmosfera fin troppo rassicurante, distante da collezionisti e appassionati in cerca di novità.
D’altra parte, è uno spaccato fedele del mercato dell’arte oggi, e una fiera vive di scambio tra gallerie, collezionisti e curatori: i 700 ospiti e i 45 gruppi di patrons citati nel comunicato conclusivo sono il suo senso economico.
A tutto questo si aggiunge un’assenza, o una sorpresa. Il digitale c’era, ma poco, e quasi sempre da guardare più che da toccare. Eppure, l’interazione, quando c’è stata, è stata bellissima: da Raffaella Cortese Quattro Stagioni di Liliana Moro, un’installazione di ombrelloni, sedute e blocchi di cemento, è stata usata come luogo dove fermarsi, parlare, lavorare.
Qualcuno ha chiesto più musica, più performance, più danza, per trasformare la fiera da luogo di acquisto a luogo di incontro. È la richiesta più acrobatica che si potesse fare a un’edizione che si intitola proprio così.

Che cosa resta
Che cosa resta, allora, di una fiera attraversata con il telefono in mano e poi riletta da una macchina? Resta, prima di tutto, un metodo imperfetto. L’AI ha visto soltanto ciò che era stato fotografato: le didascalie, i neon, gli schermi, i riflessi.
Non ha sentito il brusio dei corridoi, non ha incrociato gli sguardi, non ha dovuto scegliere in fretta davanti a un’altra tela. Tutto ciò che il telefono non ha catturato, comprese le opere che chiedono tempo, è rimasto fuori dal filo.
Il percorso che ne è uscito racconta quindi due cose insieme: che cosa Artissima ha messo davanti agli occhi e che cosa, di quello che c’era, ci siamo fermati a guardare.
È forse questo l’esito più interessante dell’esperimento. Il pattern trovato dalla macchina è lo stesso di cui la fiera è fatta e con cui oggi guardiamo l’arte: schermi, riflessi, immagini di immagini.
La lettura algoritmica non sostituisce lo sguardo, lo restituisce con qualche scarto. Dove l’AI propone un filo, restano a noi la verifica, il dubbio, la scelta di che cosa tenere. Fassi ha detto, nel comunicato di chiusura, che una fiera non deve limitarsi a registrare il mercato ma contribuire a orientarne l’evoluzione.
Forse lo spunto è proprio questo: partire dallo sguardo del visitatore, da ciò che sceglie e da ciò che lascia indietro, può aiutare a orientare. Chi attraversa gli stand non è soltanto il destinatario di una fiera, ma uno dei pochi strumenti per capire come venga davvero guardata, e quindi dove potrebbe andare.
Nota finale. Se lo spunto di lettura di questo articolo, il filo di Narciso e il percorso tra luce, specchi e reti neurali, arriva dallo sguardo di Giuseppe Guariniello, le note critiche e di contesto sono invece mie: il confronto con il tema dell’edizione, con i progetti speciali e le gallerie giovani, con le dinamiche di una fiera che resta per addetti ai lavori.
La visione di Giuseppe ha dato al mio testo un’angolatura diversa: partire da ciò che attira la nostra attenzione, e non dalle liste di premi e acquisizioni, mi ha obbligato a chiedermi non solo che cosa Artissima mostri, ma come lo guardiamo oggi. Lo offro come uno spunto di riflessione attuale, aperto a chi vorrà continuarlo.
Casertana di origine, torinese di adozione, mi occupo di progettazione e gestione di partnership strategiche in ambito culturale e sociale, con particolare attenzione alla sostenibilità. Laureata in Comunicazione istituzionale e con una formazione executive in cultura enogastronomica e marketing, ho maturato oltre 15 anni di esperienza in realtà come Slow Food e Gambero Rosso. Oggi sono partnership manager di WAMI (water with a mission) e collaboro con organizzazioni e realtà benefit come Almare ets e Itinerari Paralleli ets. Nel 2025 conseguo il titolo di Green Coordinator per gli enti culturali. Sono tra le curatrici di Chimera Fest, festival di arti miste oggi alla sua seconda edizione (Casertavecchia, CE). Sono appassionata di musica, danza e arte contemporanea in tutte le sue forme; ho scritto in passato sul portale MutecLab.it e sulla rivista musicale Freak out magazine. Nella mia storia anche l’organizzazione di Carpisa Neapolis Festival edizione 2005 (con Kraftwerk, Kasabian, LCD Soundsystem, Nick Cave e ToriAmos) e Kaleidoscope Festival 2006, festival di arti elettroniche audiovisive con Matmos, Zeena Parkins, Barbara Morgenstern.
Giuseppe Guariniello è design director, docente e media artist. Con il nome Mutech crea installazioni immersive e performance audiovisive per musei, festival e brand. Insegna design in scuole e accademie e lavora sull'incontro tra esperienza, tecnologia e AI generativa.















