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La nonna più grande del mondo, l’IA e le nuove paure dell’intrattenimento

di Niccolò Merola

L’intelligenza artificiale (AI) non è ancora al massimo delle sue potenzialità, eppure ha già raggiunto dei livelli impressionanti.

Sui social si trovano ormai diversi esperimenti di video interamente generati dagli algoritmi: per lo più meme e clip ironiche che mettono personaggi celebri in situazioni estranee al loro contesto, ma in alcuni casi i risultati stanno preoccupando l’industria dell’intrattenimento.

Tra questi, però, ce n’è uno che ha colpito la mia attenzione: un documentario iperrealistico raccontato con una vena di realismo magico.

Da quando l’intelligenza artificiale ha raggiunto livelli di qualità e precisione soddisfacenti, intrattenimento, pubblicità e marketing le stanno dedicando un’attenzione crescente.

L’IA generativa è in grado di dare forma a storie, sceneggiature, campagne e video a partire da un semplice prompt, con la possibilità di accelerare in modo significativo il processo creativo.

Abbiamo già assistito a pubblicità televisive create con l’aiuto di algoritmi, e ognuna si presenta in forme molto diverse. In alcuni casi l’uso dell’algoritmo è discreto, quasi invisibile.

È il caso dei minispot Coop, che valorizzano alcuni prodotti attraverso l’immagine dell’agricoltore che li coltiva, generato appunto con l’IA.

Proprio queste figure, però, sembrano rispecchiare alcuni stereotipi: il lavoratore nero che raccoglie i pomodori, oppure il signore con i baffi, dall’aria stereotipicamente siciliana, che raccoglie le arance, sottolineando così i limiti delle risorse dell’IA.

immagine per pubblicità Coop luglio 2025
pubblicità Coop luglio 2025

In altre situazioni si utilizza questo strumento per rimediare a un problema. Nelle pubblicità di U-Power con Diletta Leotta, la versione originale mostrava un bambino a bocca aperta per una cantante in minigonna, immagine che dopo le critiche è stata sostituita con un mago che estrae un coniglio dal cappello.

Infine, ci sono le sperimentazioni che non cercano nemmeno di nascondere il ricorso all’intelligenza artificiale. Esibiscono anzi una creatività particolare ed esagerata, fuori contesto, con risultati pacchiani e quasi kitsch.

Ad esempio, lo spot della Fiat Panda ibrida: un umano creato anch’esso tramite AI generativa, viene catapultato con la sua auto in una città aliena dove vive diverse avventure insieme ai suoi abitanti non umani.

immagine per pubblicità Fiat Pandina Hybrid 2026
pubblicità Fiat Pandina Hybrid 2026

La diffusione di questi strumenti è stata favorita da un contesto in cui si chiede sempre più produttività a costi sempre più contenuti. In questo scenario, affidarsi all’intelligenza artificiale è la soluzione più immediata: riduce costi e tempi di produzione, e soprattutto, offre maggiori margini di sperimentazione durante i processi creativi.

Tutto questo ci porta ad un mondo dell’intrattenimento che si trova a dover fare i conti con diverse criticità. Prima di tutto c’è il rischio di mancanza di originalità.

l’IA elabora i propri contenuti a partire dal prompt ricevuto, ma attinge ai suoi riferimenti da Internet che, oltre ad essere ricco di idee, pensieri, progetti, è anche saturo di bias e stereotipi che l’algoritmo può riproporre in modo inconsapevole.

A queste si aggiungono le questioni legali legate alla proprietà intellettuale di ciò che viene generato. A chi appartiene un’opera creata dall’IA? Bisogna tenere conto delle opere a cui l’algoritmo si è ispirato per produrre le immagini?

Sono interrogativi a cui, per ora, il diritto non riesce a rispondere in modo adeguato, vista l’enorme varietà dei casi possibili.

Nonostante le criticità che l’intrattenimento attribuisce a un uso eccessivo degli strumenti di IA, alcuni prodotti sembrano prendere la piega giusta e aver colto fino in fondo l’utilità di questi algoritmi.

Ciò che riesce meglio all’IA è, infatti, dare vita a immagini e situazioni che esisterebbero solo nei nostri sogni: storie intrise di realismo magico, che potrebbero appartenere al nostro mondo ma che in realtà non gli appartengono.

Un esempio è il progetto del giovane regista e fotografo francese Léo Cannone. Si tratta di un profilo Instagram con una biografia che recita: “Sono Bruno. I making a film about mia Nonna Gigante”.

Il titolare del profilo, Bruno Serra, è un ragazzino immaginario, interamente creato con l’IA, che pubblica dei video. Il suo scopo è girare un documentario, dal suo punto di vista, sulla nonna, nota per essere letteralmente una gigante.

Da settembre 2026 il profilo ha iniziato a postare una serie di video che colpiscono per il loro iperrealismo.

L’ambientazione è quella di un paesino del Sud Italia, più precisamente di un’isola, come lo stesso protagonista, il piccolo Bruno, si preoccupa di specificare nel corso dei filmati.

Ogni dettaglio sembra calibrato con cura sul contesto: le passeggiate tra gli ulivi, le giornate in spiaggia, la più classica delle feste di paese.

Perfino la presenza della nonna gigante, elemento in apparenza inconciliabile con tanta verosimiglianza, si innesta nel racconto in modo sorprendentemente naturale, al punto da far dimenticare allo spettatore che dietro le immagini c’è un’intelligenza artificiale.

Ogni video si apre con Bruno che si inquadra con la fotocamera, sempre con la sua canotta bianca, e che introduce cosa mostrerà nel corso della giornata.

Lo stile richiama quello del documentario partecipativo: il ragazzo non si limita a osservare, ma interagisce apertamente con tutti gli altri personaggi, e soprattutto, dichiara fin da subito lo scopo del suo lavoro.

In effetti, nel primo video esordisce richiamando l’attenzione della nonna per farle sapere che il suo film è appena iniziato.

Poche scene più tardi lo troviamo seduto di fronte a lei, per iniziare un dialogo più intimo, che ha la forma di un’intervista.

Qui spiega la motivazione di fondo del progetto: raccontare la vita dell’ultima gigante dell’isola, «o magari dell’Italia, o magari anche del mondo…».

È in questo passaggio che lo spettatore viene introdotto per la e prima volta in un universo fiabesco, dove, chissà, potrebbero esistere ancora altri giganti.

Eppure, nonostante l’elemento fantastico, il racconto resta ancorato a una quotidianità così credibile da risultare quasi familiare.

Immagine per Bruno che passeggia insieme alla nonna gigante, Lèo Cannone, Instagram
Bruno che passeggia insieme alla nonna gigante, Lèo Cannone, Instagram

Questo ambiente, soprattutto per chi ha vissuto le estati italiane, risulta immediatamente familiare e punta ad un effetto nostalgia: l’idea di qualcosa che è stato reale, ma che il tempo e la modernità hanno cancellato.

Per questo i pochi elementi fantastici non stonano. Non appaiono così improbabili da tradire l’origine artificiale delle immagini, ma sembrano, al contrario, plausibili.

Tra le proposte più sorprendenti del progetto spicca il video ambientato la sera della festa del paese, dove l’impianto documentaristico emerge con forza, tanto nel montaggio quanto nel modo in cui l’intelligenza artificiale generativa restituisce la scena.

La struttura alterna interviste agli abitanti a immagini d’atmosfera: sullo sfondo i balli, le luci, la piazza e le tavole imbandite, a costruire un contesto credibile e vivo.

Il momento più riuscito è forse quello in cui una giovane donna, sigaretta in mano, risponde alla domanda di Bruno «Chi è Nonna per te?».

Dopo una pausa breve ma intensa, di autentica riflessione, dice: «Nonna… è un po’ la nonna di tutti noi». Il realismo dell’espressione e la naturalezza dell’esitazione rendono la sequenza sorprendentemente realistica.

Altrettanto intense sono le scene dedicata alla protagonista; la nonna che balla al centro della piazza insieme al nipote, e quella in cui prende in braccio una pecora del suo gregge, piangendone la morte davanti all’agnello che ha lasciato orfano, mostrando anche la fragilità di una gigante come lei.

Immagine per Ragazza del paese, Léo Cannone, Instagram
Ragazza del paese, Léo Cannone, Instagram

Il finto documentario, dunque, non lascia un segno soltanto sul piano creativo: porta con sé insegnamenti profondi, spunti di riflessione e un’ironia tutt’altro che scontata.

La nonna, Bruno e gli abitanti del villaggio riescono a rispondere, con la semplicità del loro modo di vivere, a quelle domande che tutti ci poniamo prima o poi.

E mi rendo conto di quanto sia buffo parlare di “vivere con semplicità” quando personaggi e situazioni appartengono a una finzione costruita da algoritmi.

Restano alcuni interrogativi sulla realizzazione tecnica del progetto. Non è chiaro quale intelligenza artificiale sia stata impiegata, con quali prompt sia stata guidata, né se l’intera ambientazione sia nata da fotografie originali scattate dal regista, Léo Cannone.

È inoltre probabile che il montaggio sia frutto del lavoro di persone in carne e ossa e non sia stato affidato esclusivamente alla macchina: l’ipotesi contraria, del resto, sarebbe davvero sorprendente.

Il risultato non è affatto privo di imperfezioni. Nel corso dei video emergono qui e là le tracce della generazione artificiale: alcune parole o accenti pronunciati in modo scorretto e, più in generale, un timbro delle voci che tradisce la realtà costruita. Al massimo, si nota qualche espressione del viso poco naturale.

Immagine per Bruno che balla con la nonna gigante, Lèo Cannone, Instagram
Bruno che balla con la nonna gigante, Lèo Cannone, Instagram

Pur essendo questo uno dei modi più intelligenti di utilizzare l’IA, il progetto solleva questioni che non si possono ignorare. Il settore dell’intrattenimento, dalla musica all’audiovisivo, inizia infatti a guardare con timore all’impatto dell’intelligenza artificiale generativa sui creativi.

Secondo uno studio di Cisac, la Confederazione internazionale delle società di autori e compositori, le proiezioni al 2028 non sono favorevoli.

Le perdite attese per gli artisti hanno una duplice origine: da un lato l’uso non autorizzato e non remunerato delle loro opere da parte dei modelli di IA, dall’altro la concorrenza dei contenuti generati artificialmente.

I numeri sono significativi: nell’arco di tre anni i contenuti prodotti con l’IA muoveranno un giro d’affari tra i 40 e i 48 miliardi di euro, a fronte di perdite cumulative per gli autori tra i 10 e 12 miliardi.

immagine per Niccolo Merola
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Nato nel 2000 a Campobasso, ma ormai stabile a Bologna da anni. Niccolò Merola è laureato in Comunicazione giornalistica, pubblica e d’impresa presso l’Università di Bologna. Appassionato di cultura pop e dei linguaggi che la attraversano, ha scelto di condividere la sua passione e le sue conoscenze per raccontare come i media e il mondo digitale giochino un ruolo fondamentale nella costruzione della società contemporanea, con uno sguardo critico e divulgativo sui fenomeni culturali del presente.

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