A Più libri più liberi 2014 il sonno dell’editoria genera autori.

Prendo in prestito il titolo dell’incontro che si è svolto nella Sala Turchese del Palazzo dei Congressi a Roma, perché credo sia il riassunto perfetto di quanto avviene da diverso tempo ormai nell’editoria italiana. Ma partiamo dal principio.

La kermesse romana di Più Libri Più Liberi  è giunta ormai alla tredicesima edizione: lunga vita alla piccola e media editoria. Eppure la sensazione forte che si ha arrivando al Palazzo dei Congressi, è che la partecipazione sia notevolmente diminuita rispetto allo scorso anno. C’è come un senso generale di desolazione, sicuramente gli espositori sono di meno, le facce sono stanche già il primo giorno e il programma proposto è scarno e non molto accattivante. Si respira “crisi”.

Sono andata all’incontro con Luca Formenton, nipote di Alberto Mondadori e attuale guida de Il Saggiatore, sperando di cogliere un senso, di trovare un filo conduttore che potesse, come quello di Arianna, farci uscire da quel labirinto desolante nel quale si è persa l’editoria oggi. Ho ascoltato invece un bel racconto, la storia di una Casa Editrice storica, di “famiglia”, che cercò di traghettarsi fuori dal fascismo e proiettarsi verso il futuro senza perdere di vista il suo cuore: la diffusione della cultura.
Il Saggiatore fu fortemente voluta da Alberto Mondadori, un modo per avvicinare la saggistica al pubblico lettore, ed è bello ascoltare suo nipote che, attraverso le lettere dello zio, ci racconta di un’editoria pioneristica, in cui l’oggetto libro era “bello” perché curato in modo artigianale, e i manoscritti si sceglievano perché potessero diventare dei “long seller”.
Si è parlato di passione e di assunzione del rischio. “Le grandi Case Editrici oggi non riescono più a fare quello che qualitativamente fanno le Case Editrici indipendenti perché nelle grandi è scomparsa la figura dell’editore.”
E questa riflessione, che sottende tutto un mondo imprenditoriale legato esclusivamente al business , credo dia la misura del perché l’editoria italiana sia così in crisi. “La mia Casa Editrice ideale è quella in cui ancora si fanno gli auguri di Natale e ci si diverte.”

Camminando per i corridoi, il giorno dopo, ho come la sensazione che siano ben pochi a divertirsi. Eppure… eppure qualche guizzo c’è.
Per ritrovare l’entusiasmo è stato sufficiente partecipare all’incontro sul selfpublishing che dà il titolo a questo articolo. Antonio Tombolini, patron della piattaforma Simplicissimus Book Farm (Narcissus per il self), assente giustificato, è stato egregiamente sostituito dal suo direttore generale, Marco Croella. Assieme a lui, a tenere banco, c’era Andrea Libero Carbone, selfpublisher d’eccellenza, saggista e traduttore.
Interessante notare come, nonostante entrambi siano sostenitori dell’autopubblicazione (ma sì, diciamolo in italiano), Croella lo consideri un fenomeno e Carbone no.
In che senso? E, soprattutto, l’editoria italiana deve aver paura del selfpublishing? Secondo Carbone non esiste un “fenomeno self” italiano in termini quantitativi statistici, almeno sulla base dei dati dell’eurobarometro.
Secondo questo osservatorio la situazione della scrittura creativa italiana è deprimente. Gli italiani prevalentemente fanno musica, usano poco creativamente il pc, scrivono per il 2% mentre la media europea è del 5%.  Quindi statisticamente il fatto che siano tutti scrittori in Italia è un mito urbano.
Pare poi che gli italiani non leggono perché i libri sono cari (8%), non hanno tempo (41%), perché non interessa (38%). Si vuol far passare l’idea che essere pubblicati sia un diritto collegato alla libertà di espressione, e non è così, perché in questo caso il fenomeno self sarebbe di tipo ideologico.
Altra idea è quella che il self consenta di diffondere la propria opera. Vero, ma non necessariamente questo ci impone l’utilizzo di servizi di agenzia (come quelli di Simplicissimus). Agendo in autonomia, si rischia quindi un overload di informazioni e senza alcun filtro cognitivo. Se lo spazio letterario è popolato da milioni di proposte e informazioni, il fruitore non può districarsi, a meno che non utilizzi un filtro (aggregatori social ad esempio). Il self è, alla fine, una questione di Vanitypress e di business promozionale.

Croella invece considera che il self, valutato in un contesto culturale di riferimento, come fenomeno esiste eccome. Si parla in questo caso della produzione digitale (Narcissus), che ha, ad oggi, 8.000 titoli da parte di editori e self, dei 95.000 titoli in vendita. Il mercato digitale è quindi quello di chi acquista, non di chi produce, perché il digitale non ha riferimenti legati alla provenienza.
Se Narcissus fosse un editore sarebbe tra i più grandi in Italia. Non c’è futuro per l’editore che oggi si limita a stampare e distribuire carta (deriva di molti negli ultimi anni, non solo editoria a pagamento), fenomeno questo che alimenta il Vanitypress e non produce cultura perché non ha filtri. Non appena il digitale prenderà piede (oggi siamo circa al 10%), quel tipo di editoria subirà un drastico declino, come è avvenuto ovunque.
La realtà è che oggi un autore può decidere di pubblicarsi senza il filtro dell’editore, e qui c’è sicuramente vanità. Ma perché no? Il problema della qualità dell’offerta è in realtà un problema di discovery da parte del lettore, che sempre più spesso si rivolge ai filtri di cui il web è prolifico (gruppi social, forum, blog) operando così una selezione naturale.
Allora gli editori devono morire? No. Moriranno gli editori che non fanno il loro lavoro. Nella sua accezione più pura l’editore è un mediatore culturale, e coloro che riprenderanno a fare il filtro avranno lunga vita. Moriranno gli stampatori a strascico, non gli editori veri.

L’incontro si è protratto a lungo, indice che l’argomento è di grande interesse, e devo dire che da tempo non vedevo una sala conferenze così affollata. Mentre Croella ci raccontava di come Narcissus (un nome scelto non a caso) era nata per soddisfare le esigenze dei micro editori (quelli da 2 titoli l’anno, per intenderci) e che, successivamente, si è rivolta agli autori, piccoli editori di sé stessi (che stanno quindi imparando altri mestieri), mentre ascoltavo il racconto di questa avventura cominciata ormai diversi anni fa, ho pensato alle tante situazioni che stanno nascendo nel mondo virtuale legate alla scrittura, al tentativo di alcuni autori di cominciare quel processo di selezione dei self tanto auspicato (Flaminia Mancinelli, giornalista e scrittrice, col suo magazine Leggeronline ne è un esempio), al desiderio di distinguere i self dagli Indie (l’evento N.B.A. dello scorso anno), che sembra solo una sofisticheria ma racchiude in sé un significato profondo. Indie, indipendente, che opera scelte, che si avvale di professionisti, che rispetta il lettore. Questa è ideologia.

Croella conclude dicendo che in Italia stiamo vivendo un periodo di transizione, dunque caotico, in cui alcune figure sono temporaneamente appannate (gli editor ad esempio), ma destinate a riappropriarsi del loro mestiere con forza e, magari, con altre peculiarità. E Amazon? Non abbiamo paura del monopolio del “Grande self Fratello”? No, perché laddove l’investimento di chiunque per una piattaforma digitale ha costi minimi, chi distribuisce adesso deve sempre stare sul chi vive.

Lascio la sala con la convinzione che sì, qualcosa sta davvero cambiando, e spero che i lettori se ne stiano accorgendo. Le recensioni alla trip advisor non convincono più nessuno, per fortuna, così come le belle copertine luccicanti. Certo, tra gli stand degli espositori occhieggiano in bella mostra le produzioni delle EAP, ma questa è un’altra storia che, sicuramente, vi racconterò.

Cetta De Luca

Cetta De Luca

Cetta De Luca, scrittrice, editor e blogger vive a Roma. Ha al suo attivo sei pubblicazioni tra romanzi e raccolte poetiche. Lavora nel campo dell'editing come free lance per la narrativa e collabora alla revisione di pubblicazioni di didattica nell'ambito letterario. Cura un blog personale http://www.cettadeluca.wordpress.com e spesso è ospite dei blog Inoltre e Svolgimento.
Nel poco tempo libero che le rimane tra lavoro e figli si impegna nell'organizzazione di eventi per il mondo letterario e, nello specifico, per gli scrittori.

2 commenti

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  • Anch’io ero presente alla fiera e ho assistito al dibattito di cui sopra e anch’io ho scritto un articolo, che più o meno ha un titolo simile… Condivido le osservazioni e conclusioni che vengono tracciate, anche se io ritengo che sia mancata, in questa discussione, la importante partecipazione del principale attore del fenomeno in questione: il self publisher! A chi fosse interessato a leggere anche il mio punto di vista lascio il link del mio articolo: http://negliocchienelcuore.wordpress.com/2014/12/09/il-self-publishing-a-piu-libri-piu-liberi/

  • EAP perderà sicuramente quota, secondo me. bisogna capire quanto il piccolo e medio editore può essere in grado oggi e in futuro di investire e rischiare e quanto il self publisher può creare rete e promuoversi. Ad oggi l’editore con una distribuzione tradizionale ha un notevole vantaggio rispetto al POD (i librai per una serie di motivi non sono troppo felici a ordinare libri in self …) ma l’acquisto online mette tutte sullo stesso piano. Ma i lettori acquistano online?
    In più il self publisher mi sembra molto propenso ed è assai diffuso realizzare e distribuire il libro in formato digitale. e qui vince sull’editore che magari investe solo sul cartaceo.