Più Libri Più Liberi 2016 #5. Giornalismo d’inchiesta e social. I contenuti e il tempo.

PLPL16-Peter-Gomez - Foto Chiara Pasqualini
PLPL16-Peter-Gomez – Foto Chiara Pasqualini

Tra la fitta serie di incontri di Più Libri Più Liberi 2016, c’è un’ampia selezione dedicata all’attualità e al giornalismo, soprattutto tra quelli a cura de L’Espresso e quelli a cura de Il Fatto Quotidiano.
Promosso proprio da quest’ultimo, nella giornata dell’8 dicembre presso il Caffè Letterario, Marco Lillo, penna del Fatto, Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it e Sigfrido Ranucci, giornalista a cui Milena Gabanelli ha recentemente passato il testimone nella conduzione di Report, hanno tenuto l’incontro Giornalismo d’inchiesta: quale ruolo nell’era dei social.

Peter Gomez ha subito incominciato ad illustrare le peculiarità del veicolo Internet. Esso ha sicuramente i suoi vantaggi, quali l’abbattimento dei costi e la tempestività, ma permette inoltre di confrontarsi in tempo reale con il proprio pubblico, cosa che nessun altro mezzo di comunicazione era riuscito a fare prima. È con il web, più esattamente con quello 2.0, che gli utenti sono divenuti anche fonti: non sono più soltanto coloro che fruiscono del mezzo d’informazione, ma che contribuiscono in qualche modo a segnalare e corregge laddove necessario.
Non ci sono più fonti di serie A e fonti di serie B, ma solo fonti che vanno verificate” ha aggiunto Gomez. I social dunque possono essere considerati fonti alla stregua di tutte quelle già tradizionalmente note nell’ambito dell’inchiesta. Il giornalista ha specificato come la maggior parte delle soffiate, grazie alle quali poi vengono sviluppate inchieste – talvolta di portata maggiore, talvolta di portata minore – che il Fatto pubblica sul suo portale, arrivino da Twitter. I social network sono il primissimo mezzo ad aver dato la possibilità di rispondere e hanno fatto sì che i giornali si confrontassero non soltanto con i loro lettori più fedeli ma anche con il resto degli utenti del web: non si può più parlare dunque del pubblico di qualcuno ma di un unico grande pubblico.
Non è il mezzo che fa il giornalista” ha spiegato però il direttore “se qualcuno ha qualcosa da dire potrebbe scriverlo anche su un muro”.

Marco Lillo ha poi voluto domandare a Sigfrido Ranucci quando si è reso conto che il giornalismo fosse cambiato per via dei social.
Il futuro conduttore di Report si è soffermato un attimo sul concetto di autorevolezza. Il vantaggio che la televisione e la carta stampata mantengono ancora rispetto al web è proprio questo: mentre su Internet bisogna sempre accertarsi circa la veridicità di una notizia, quando questa ci viene presentata dalla tv o dal cartaceo difficilmente ne mettiamo in dubbio la fondatezza.
Ecco perché nel web bisogna costruirsi, seppur faticosamente, una credibilità: sui social questa è tutto.
Di sicuro però il web ha anche i suoi vantaggi e a tal proposito ha ricordato un’inchiesta del 2005 di RaiNews sui bombardamenti a Fallujah con il fosforo bianco, quando la redazione caricò sulla pagina Facebook la documentazione che altrimenti avrebbe appesantito troppo il cartaceo.

Marco Lillo invece ha parlato di bilancio in negativo. Dieci anni fa i giornalisti d’inchiesta della carta stampata erano di gran lunga più gettonati e richiesti. Si investiva di più sulle inchieste perché erano quelle a fare la differenza sul numero di copie vendute in edicola. Ed ecco che il dilemma ancora irrisolto è venuto fuori: come si può rendere il digitale redditizio tanto quanto lo era un tempo la carta stampata?

Gomez ha ammesso l’impotenza di fronte al problema. Siamo in un momento di transizione e il cambiamento è ancora in corso. Quando questo sarà giunto a termine allora la situazione si assesterà, anche se è impossibile prevedere il come e il quando.
Ormai le notizie viaggiano in tempo reale, sono veloci e non stanno di certo ad aspettare i tempi di stampa. Senza contare inoltre che non hanno il copyright.

E paradossalmente, se le notizie aumentano di giorno in giorno e le abbiamo tutte lì a portata di click, diminuisce il tempo che la gente dedica alla lettura. “Internet non ci ruba i contenuti” ha detto Gomez “ma ci ruba il tempo”.

Giulia Mirimich

Giulia Mirimich

Nata e cresciuta a Roma dove si è laureata in Lettere alla Sapienza per poi specializzarsi in Editoria e Scrittura con una tesi sul giornalismo corsaro di Pier Paolo Pasolini. Appassionata di letteratura e giornalismo, di cinema e moda, sogna di scrivere per vivere. Per ora si accontenta di vivere per scrivere.

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