La leggenda di uno Starec a corte. Il burattinaio dell’ultimo Zar. Gregorij Rasputin di Marco Natalizi

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C’è una cometa, la notte del 10 gennaio 1869, nel cielo di Pokrovskoe, un piccolo e misero villaggio di contadini in Siberia, nel governatorato di Tobol’sk, sulle rive del fiume Tura. Così si racconta. Il cielo brucia, e in quella fiamma simbolica, nasce Grigorij Efimovič Rasputin. Il contadino, il “monaco nero”, il “monaco folle”, il pellegrino, lo “starec” illuminato, l’oscuro appartenente alla setta dei Chlysty, il “burattinaio dello zar”. Un personaggio misterioso, Rasputin. Sicuramente dotato di un carisma unico, speciale, fu capace di mescolare insieme la religiosità ortodossa tipica delle masse popolari russe, con un personalissimo misticismo taumaturgico che lo portò a predicare dalla sperduta Siberia a San Pietroburgo, e poi, alla corte dello zar. Attirando  fatalmente seguaci e detrattori. Diventando un protagonista, un oscuro manovratore non solo delle anime dello zar Nicola e della zarina , ma, secondo i suoi accusatori, di molte decisioni politiche prese da costoro sotto la sua influenza. Marco Natalizi, direttore della Fondazione Mario Tobino, insegnante di Storia dell’Europa Orientale presso l’Università di Siena, nel libro Rasputin/Il burattinaio dell’ultimo Zar, pubblicato dalla Salerno editrice, ci offre un’avvincente ricostruzione storica, ampiamente documentata, della vita di Rasputin, e un suo ritratto folgorante, sullo sfondo di un’epoca che una puntuale analisi restituisce in tutta la sua essenza. Presentata a Roma, nell’ambito di Più Libri più Liberi, l’opera è stata introdotta dal giornalista Fabio Isman, che ne ha sottolineato i vari pregi, tra i quali quello di soddisfare molte curiosità. In effetti, è un lavoro a tutto tondo, scritto benissimo, dove si delinea chiaramente la figura controversa dello starec, con le sue luci e le sue ombre, attraverso le dirette testimonianze dell’epoca, citate,  le memorie di  Grigorij stesso, della figlia, le leggende e le dicerie che lo circondarono .“È straordinario”, ha notato Isman, “come questo monaco guaritore riuscì ad essere ammesso alla corte dello zar. In questo libro c’è un ultimo scorcio di vita in Russia prima della Rivoluzione d’ottobre.”. Natalizi ha impiegato un anno a scriverlo, e ha trattato con estrema perizia non solo l’attività di Rasputin a corte, ma anche tutto ciò che la precede, cioè quella relativa alla sua evoluzione dopo gli anni giovanili. Anni di imprese non proprio onorevoli (era dedito a furti e violenze), da cui, improvvisi, dopo l’incontro con uno studente di teologia e una presunta visione della Madonna mentre era al lavoro nei campi, scaturiscono il pentimento e il bisogno di spiritualità. Parte da qui, l’avventura incredibile, umana e spirituale, di Rasputin. Cominciano i pellegrinaggi nei monasteri vicino a Pokrovskoe, nei conventi di Tjumen’ e Tobol’sk, nella ricerca di un dialogo diretto con un Dio che vive nei boschi, che pervade tutte le cose, di una diversa forma di culto, della natura e pagano, prossimo al cristianesimo primitivo. Rasputin compirà anche un viaggio sul Monte Athos, “arca santa dell’Ortodossia”. Le credenze personali di Rasputin, spericolate, acrobatiche, come le definisce Natalizi,  insieme a una intelligenza sensitiva, soggiogante, a doti di preveggenza, diventano un mix irresistibile per chi lo avvicina. E fonte di mormorii e malumori feroci per chi lo osteggia, in quanto oscuro e diabolico nemico dell’Ortodossia. Cominciano a serpeggiare accuse varie, di appartenenza  alla setta scismatica dei Chlysty , i Flagellanti, di riti strani praticati nella cantina della sua casa, insieme a donne, soprattutto. Rasputin è accusato di intrattenere rapporti sessuali con le sue devote. Partirà un’indagine sui suoi comportamenti. A San Pietroburgo si diffonde intanto la fama di questo predicatore della lontana Siberia, capace non solo di curare lo spirito, ma anche il corpo. Dopo soggiorni a San Pietroburgo, presso l’archimandrita Feofan e in casa di una donna che sarà per sempre sua devota seguace, Ol’ga Lochtina, e altrettanti ritorni nel villaggio d’origine, dove ha moglie e figli, Grigorij è ormai per tutti  uno starec  riconosciuto, un guaritore, mistico e santo. La Lochtina, padrona di uno dei salotti più alla moda dell’epoca, lo seguirà nei viaggi a Pokrovskoe. Ma è grazie a Feofan, e a due amiche carissime della zarina, le granduchesse Milica e Anastasija, figlie del Principe del Montenegro, Nikola Petrovič-Njegoš , bene inserite a corte, che Rasputin farà la conoscenza dei Romanov. Milica e Stana raccontano alla zarina Aleksandra, loro amica, e allo zar, di padre Grigorij. E la zarina Aleksandra Fëdorovna, così si chiama dopo il battesimo ortodosso la principessa Alice, nipote della regina Vittoria di Inghilterra, sposata con Nicola, vedrà in Rasputin la salvezza. Il  figlio Alessio è emofiliaco (l’emofilia, nella corte di Inghilterra, è una malattia ereditaria). L’invito a corte dagli zar non tarderà ad arrivare, e  Padre Rasputin  si rivelerà il solo in grado di guarire  il ragazzo dalle crisi ricorrenti, con la sua arcana preghiera. La presenza del monaco a corte sarà oggetto di controlli costanti da parte dei funzionari di Palazzo incaricati della sicurezza della coppia imperiale, e di varie congiure. La sua vicinanza alla zarina scatenerà una montagna di insinuazioni. La condotta di Rasputin a San Pietroburgo diventerà nel tempo sempre più stravagante e irregolare, tra banchetti,  danze, e bevute memorabili, e il “monaco pazzo”, per la cerchia di corte e il governo russi, sarà apertamente il diavolo da sconfiggere. Rasputin verrà accusato di influire negativamente nelle scelte politiche dello zar, sia di politica interna che esterna. Ormai, “babbo e mamma”, zar e zarina, la famiglia acquisita di Rasputin,  sembrano completamente alla mercé di questo personaggio venuto dal nulla bianco della Siberia. Giuseppe Monsagrati, docente di Storia del Risorgimento e di Storia contemporanea nella Facoltà di Lettere dell’Università di Roma La Sapienza:

In un’epoca come quella dell’Ottocento, in cui le religioni si rivestono di significati, la religione a sua volta non resiste alla tentazione di intervenire nella vita dello Stato. L’intreccio Chiesa-Stato è molto forte. Grazie al rapporto che Rasputin ha con la zarina si faranno le ultime nomine a corte”. Dopo essere stato già bersaglio di un attentato, Rasputin  morirà ucciso in circostanze rocambolesche, secondo racconti e testimonianze. Il  tentativo di avvelenamento ordito dagli aristocratici in casa di  Feliks Feliksovič Yussupov, principe discendente dai Khan mongoli, fallisce, Grigorij riesce a trascinarsi carponi fuori, in giardino, dove viene finito a colpi di pistola. Da chi?
Sembra che nella cospirazione contro il monaco ci fosse un Inglese, ma non è certo. Gli archivi russi sono difficili da esplorare”. Monsagrati  si è detto ”grato all’autore che ci offre una ricostruzione del personaggio, e sullo sfondo, delle tensioni di un grande Impero in decadenza, dopo la grande Riforma di Alessandro II, nel 1861, che aboliva la servitù della gleba. Rasputin vive l’ultimo periodo d’oro dell’Impero russo, con una serie di misteri e circostanze non chiarite. Il riformismo non andava avanti, dopo la rivoluzione, poiché bloccato da Nicola, uno zar autocrate (per stessa definizione,‘Imperatore e autocrate di tutte le Russie, zar di Polonia e Russia, Kiev’, etc. etc.). I titoli celano una realtà tragica, c’è in corso la guerra di Crimea, la Chiesa ortodossa è sottomessa al potere dello Zar, e le anime del popolo sono ‘anime morte’, così le chiama Gogol’.  La vicenda di Rasputin si inserisce nel rapporto altalenante tra aristocrazia russa e masse popolari. Lo stesso Rasputin è un contadino, sensibile dunque alle istanze di quest’ultime. Nicola cercherà di percorrere una strada democratica dal 1905 in poi..  Il 17 ottobre 1905, Nicola concede alla Russia “i principi incrollabili della libertà di stato”, e una Duma (assemblea) di Stato. Ha proseguito Monsagrati: “La prima Duma viene eletta a suffragio universale, ma viene sciolta. Le  dume vengono sciolte nel momento in cui pencolano troppo a sinistra. Questa dialettica così marcata si è riversata nel personaggio di Rasputin, che continua ad essere oggetto di studi. In questo personaggio c’è l’antico, e il nuovo, che stenta a divenire nuovo. Il vecchio è la religiosità russa, con i suoi riti (ancora oggi i russi portano fiori davanti alle tombe degli zar e dei Romanov)… Rasputin era considerato un uomo del popolo, rappresentava un mix tra religiosità e vita politica, tra costume e malcostume.”. Un mito. “La fine stessa di Rasputin è spettacolare”, nel corso della storia “è divenuto un personaggio da  film, un gruppo musicale, i Boney M., gli ha dedicato perfino una canzone. La ricostruzione non cede al compiacimento della narrativa allusiva. Nelle corti dell’Ottocento, le figure come Rasputin erano frequenti, i sovrani che sedevano sul trono avevano bisogno di consigli, di assistenti spirituali. Rasputin fu consigliere della zarina, che aveva un figlio emofiliaco, le cui crisi furono spesso guarite da Grigorij”.

Nella chiusura dell’incontro, Marco Natalizi ha ribadito l’importanza del periodo storico in cui le vicende di Rasputin si sono svolte. La volontà del popolo fu espressa in movimenti populisti, terroristi, la religione spezzettata in molti filoni, tra i quali appunto quella dei Flagellanti, per i quali, “l’ascesi è possibile solamente dopo aver attraversato il peccato, dopo averlo conosciuto direttamente nella proprio carne”, scrive l’autore, attraverso riti pagani, dove si canta, si danza in cerchio, in un crescente parossismo che culmina in una esperienza orgiastica. “Rasputin, analfabeta, si inserì in una comunità russa statica, che non aveva risentito della riforma, un mondo immutabile. La sua vita si svolse tra il villaggio natio e San Pietroburgo. Ci sono una serie di episodi che lo riguardano, non empiricamente dimostrabili.”. Ancora vivo nell’immaginario popolare, “fu  il tranquillizzatore degli zar, questo viene fuori dal carteggio tra Nicola e Aleksandra. Lo zar di ritorno dal fronte, riporta alla moglie le impressioni della guerra, e le confessa di ricevere tranquillità da Rasputin. Il quale fu il ponte tra zar e popolo, l’emblema di una Russia patriarcale e familiare che andava in frantumi.”. Chissà se Aleksandra sarà stata l’ultimo pensiero di Grigorij, nel momento della morte, la sua ultima sicurezza terrena… V. M. Purikškevič, capo del gruppo di destra della Duma, strenuo nemico di Rasputin, riferì che prima di cadere a terra, mortalmente ferito, Rasputin riuscì a gridare queste ultime parole:”Dirò tutto alla zarina!”.

In un estremo atto di fede, o forse, amore.

Tullia Ranieri

Tullia Ranieri

Tullia Ranieri ha al suo attivo numerose esperienze artistiche. Scrittrice e attrice, collabora con varie Associazioni culturali. Suoi testi sono pubblicati in Antologie varie e su siti Internet. Si è dedicata a progetti sperimentali di diffusione della poesia nelle scuole e alla scrittura e regia di spettacoli e percorsi poetici. Fa parte del gruppo di Scrittura Collettiva di Fefé Editore. Adora Adonis.

2 commenti

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  • Dalla lettura dell’articolo viene fuori la curiosità di leggere il libro, per avere una visione più approfondita della figura enigmatica e oscura di Rasputin.

  • Gentile Franca,
    la ringrazio di cuore per l’attenzione riservata al nostro sito e per la lettura del mio articolo. Il libro è appassionante, e merita di essere letto, ci sono riferimenti storici accurati e episodi molto particolari della vita di Rasputin. Spero davvero che possa piacerle. Ancora grazie, e a presto! Tullia Ranieri