Il contrario delle lucertole. Erika Bianchi e il vuoto che non riusciamo a riempire

Il contrario delle lucertole è il nuovo romanzo della scrittrice toscana Erika Bianchi, edito quest’anno per i tipi di Giunti. L’autrice sceglie di raccontare la storia di una famiglia lungo un arco di circa settant’anni, toccando quattro generazioni di uomini e, soprattutto, di donne.

È il 1948 quando un giovane sciupafemmine di nome Zaro Checcacci arriva a Dinard, sulla costa bretone, al seguito del compaesano Gino Bartali, impegnato nell’impresa del Tour de France.

Nell’euforia della vittoria, Zaro si concede l’avventura di una notte con la giovanissima Lena, cameriera nel ristorante che ospita i festeggiamenti.

I due si rivedranno solo una decina d’anni più tardi, quando Lena si trasferisce in Toscana portando con sé la piccola Isabelle, che non parla bene italiano e non ha mai conosciuto suo padre.

Ma Zaro, circondato dalle biciclette della propria officina, non accetta di riconoscere Isabelle come figlia, e la bambina cresce nel paese di Ponte a Ema grazie alle cure del barista Attilio e all’amicizia con il fratellastro Nanni.

La storia familiare prosegue per i decenni successivi, e si sposta da Ponte a Ema a Roma a New York a Parigi a Firenze, a seconda di quale protagonista scelga di narrare la propria parte di vita.

immagine copertina per Il contrario delle lucertole
Il contrario delle lucertole, cover

Ci sono Isabelle e Nanni che, ognuno a proprio modo, cercano di levigare le asprezze impresse da un padre direttivo ed egoista; ci sono Marta e Cecilia, le figlie di Isabelle e Carlo, diversissime e unite, che si ritrovano a sperare nell’amore di una madre che, a sua volta, non è capace di darne; e poi ci sono Elena, Pablo, Jules, Renata, e tutte quelle persone che popolano la rete di relazioni che normalmente si intreccia attorno a qualsiasi famiglia.

Ogni personaggio contribuisce a narrare la vita che lo lega ai propri genitori e ai propri figli, in un racconto collettivo che si compone di voci diverse.

Come spesso accade nei romanzi che si concentrano sulle storie familiari e che attraversano lunghi periodi di tempo, le storie particolari dei protagonisti si svolgono sullo sfondo della Storia universale.

Il tempo della narrazione è quindi scandito dalle date che integrano i titoli dei capitoli, e le coordinate cronologiche in cui inserire le vite dei personaggi vengono tracciate attraverso il riferimento a eventi precisi: il matrimonio di Carlo e Diana, la morte di Anna Magnani, le proteste a Piazza di Spagna per l’apertura del primo ristorante McDonald’s in Italia, il Sessantotto…

Nonché, chiaramente, la vittoria di Bartali al Tour de France nel 1948, da cui prende avvio la storia di Zaro e della sua famiglia.

Il modo di procedere nel racconto e il nodo concettuale attorno a cui far ruotare le vite dei protagonisti sono ammessi dall’autrice fin dall’inizio del romanzo.

Prima che la storia parta, una citazione di Sandro Veronesi avverte che «Il tempo scorre in un verso solo, ma si riesce a comprenderne il senso solo ripercorrendolo nell’altro».

E, seppur con qualche eccezione, la storia del romanzo prosegue infatti a ritroso, forse proprio per dare ai protagonisti la possibilità di trovare un senso al proprio dolore e alle proprie debolezze.

In questo procedere riavvolgendo il nastro, le storie (la storia) e i legami dei personaggi si configurano come una linea di vuoti da riempire, di perdite e allontanamenti che non si risanano ma che continuano a fare male nel tempo.

È un po’ lo scopo del romanzo e dei suoi protagonisti, cercare di capire se c’è il modo per rimediare al vuoto lasciato dalle persone che vorremmo tenere vicine; ed è quello che spiega Cecilia al padre e ai lettori, quando afferma che «[…] noi siamo proprio il contrario delle lucertole.

Perché il pezzo di coda che abbiamo perso, a noi non solo non ci ricresce, ma continua a farci male, come l’arto fantasma degli amputati».

Il contrario delle lucertole è un romanzo godibile, seppure i tempi lunghi, una certa insistenza sulla valenza metaforica di alcuni elementi (l’associazione tra vivere e pedalare; nonché i continui parallelismi tra la genitorialità animale e umana nei racconti della buonanotte del biologo Carlo) e la caratterizzazione a volte un po’ da cartolina di alcune ambientazioni (si veda Santorini, o la Roma di Trastevere abitata da Romoli e Sore Cesire), non lo esentano dal lasciare qualche perplessità.

L’attrattività e la piacevolezza del romanzo risiedono nei suoi personaggi, ritratti con colorata accuratezza; e, soprattutto, nei loro modi tutti diversi di far ricrescere un pezzo di coda dove c’è un vuoto che continuerà a fare male.

Lorenzo Moltedo

Lorenzo Moltedo

Lorenzo Moltedo nasce a Roma nel 1991. Laureato (triennale) in Lettere Moderne presso “Sapienza” Università di Roma con una tesi sull’Orlando Furioso, è davvero curioso di conoscere cosa gli riserva il futuro. Non saprebbe immaginare una vita senza libri (e lo scrive con il rischio di sembrare retorico). Tra gli altri suoi interessi: viaggi, corsa, cinema e, in generale, ogni forma di manifestazione artistica. Quella con artapartofcult(ure) è la sua prima esperienza “ufficiale” di scrittura.

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