Loro 2: tutta la scena è per Veronica e B.

Loro 2: la scena del film che segue a Loro 1 (2018, entrambi diretti da Paolo Sorrentino) si apre sul sedere di Tamara a mollo nell’acqua della piscina. Lei è di spalle, dal movimento del braccio s’intuisce cosa stia facendo. Attenzione, non è masturbazione, ma è comunque un’immagine disturbante e involontariamente depistante: si sta depilando. S’insinua all’istante il vago e pruriginoso sospetto che se il buongiorno si vede dal mattino, il film sarà una versione più colta del soft eros anni 70. Fortunatamente non è così. Anzi, il sesso, che in questo capitolo conclusivo (?) sarebbe stato lecito attendersi su larga scala e in un crescendo rossiniano, deflagrante a pieno schermo, resta in appendice. La dimensione e il punto di vista da cui Sorrentino osserva e riscrive il suo B. (Toni Servillo: gigantesco) vira bruscamente sul privato.

Vira, appunto, sull’uomo, visto come un Napoleone esule a Sant’Elena. Tormentato e immerso in riflessioni sul suo senso patrio e sulla sua capacità di essere ancora persuasivo, quel “venditore più bravo di tutti” che ogni amico e partner in affari non fa che ricordargli di essere.  E, soprattutto, e non potrebbe essere diversamente, lo troviamo meditabondo sull’elaborazione di intricati piani di riscatto. E qui ha il profilo di un attempato Montecristo a cui però non hanno sottratto nulla perchè, come vedremo, ribalterà le sorti dell’eterna contesa con i comunisti, eredi rossi  e magistrati, almeno fino  all’ipotizzato golpe bianco di Napolitano del 2011.

Il tutto è infarcito da momenti vagamente trash: si pensi a Congo Diana; e dall’irrinunciabile ricorso a momenti di pura sospensione della realtà ai limiti del metafisico, come quando domanda al suo maggiordomo se è “Dio” o al continuo proporre a chiunque gli capiti a tiro di vedere il suo vulcano.

Altrettanto inevitabile è il rimando al tempo che scorre inesorabile su tutti. Vincitori e vinti. Lui è parzialmente l’una e l’altra cosa.

In Loro 2 entrano in gioco i sentimenti famigliari, il padre che viene evocato nella didascalica sequenza della separazione, e i figli, che non si vedono mai ma che diventano lo strumento del ricatto morale. Così ce lo restituisce Sorrentino. Che non rinuncia all’accusa ma poi indugia nel colpo dell’affondo. La domanda delle cento pistole “Dove hai preso i soldi per cominciare?”, si perde aggrovigliata nello scambio d’accuse che si lanciano reciprocamente. Quella che dovrebbe essere la scena madre è ridimensionata a bisticcio tra coniugi: una soluzione che avrebbe senza meno una sua pertinenza, nell’altisonante, sovraesposta, iperdimensionata esistenza dell’essere sopranaturale – meno male che Silvio c’è –, ove si litiga come persone comuni. Se solo  ciò non fosse ridotto a pretesto. Lei gli rinfaccia le Veline, sintomo di una televisione spazzatura, e le prostitute. Lui replica che era de facto una Velina pure lei. E che le prostitute sono una conseguenza di ciò che lei è diventata: distante, insoddisfatta, ipocritamente impegnata solo per aver letto qualche volume sull’esoterismo indiano. La Lario non arretra, pone i figli sul tavolo della discussione. Lui le ricorda che aver fatto la mamma non è un merito, piuttosto una condizione naturale. E che quei soldi su cui pure sputa, li ha sempre voluti eccome.

Qui la finzione s’intreccia con la realtà. Dalla  celebre lettera consegnata al quotidiano “La Repubblica” alla sentenza di divorzio multimilionaria. E poi quei pagamenti mensili che non depongono a favore di una esistenza votata a una sana e dignitosa rinuncia al materialismo. Viene calata la carta della faccenda, spinosa, ingombrante, di Noemi Letizia, nonché imbarazzante, come allude sincero Fedele Confalonieri, ma è quasi immediatamente centrifugata nel vortice di bugie che la Lario gli rimprovera. Lui elogia la sua voglia di vitalità. Un desiderio che Sorrentino rappresenta, per negazione, nella scena-preludio in cui Elena Sofia Ricci si denuda mostrandosi all’occhio dello spettatore ancora avvenente ma non più interessante per chi è affamato di giovinezza. Un Berlusconi dai forti accenti pasoliniani, dunque. Del quale il regista mostra anche l’ipocrisia a cui è ascrivibile questa lode alla vitalità, giacché l’inno alla vita è inconciliabile con l’indole del predatore.

Tornando alla struttura del film, il cineasta liquida uno dopo l’altro tutti i personaggi del primo capitolo, Scamarcio compreso, ricollocati spietatamente e idealmente nella loro micro natura di formichine prive di significato. Insignificanti comparse su un palcoscenico cosmicamente più grande di loro e incapaci di comprenderne le dinamiche. Se ne sbarazza senza riguardi  per concentrarsi su alcuni punti nodali come l’ossessione berlusconiana per il futuro.

“Sai qual è la differenza tra noi due?” domanda retoricamente a uno stordito Mike Bongiorno – “sta nel fatto che tu in testa hai solo ricordi, io progetti”.

Il film si conclude col cataclisma che sventrò L’Aquila. Un’ occasione per Sorrentino per ritornare sul suo teorema senza soluzione di continuità focalizzato sulla terza età. Stagione dell’uomo sintetizzata per sottrazione – come di consueto – con un simbolo: la dentiera. In questo intreccio tra cronaca e mitologia, non poteva non affacciarsi l’attualità. Fatalmente. Al punto che è lecito azzardare che la concomitante riabilitazione del suo protagonista, faccia si  che il film sia superato dagli eventi. E se tanto mi dà tanto, siamo ancora lontani dal vedere calato il sipario sulla sua vicenda. Il che, ci dirà qualora decidesse di metterci mano, e in via definitiva, qual è la statura di Paolo Sorrentino, specie per fugare una volta per tutte quel retrogusto dolce amaro che sa molto di fumo e poco d’arrosto. In Attesa che dopo Andreotti e Berlusconi, ci offra un Togliatti.

Pier Luigi Manieri

Pier Luigi Manieri

Pier Luigi Manieri, curatore di eventi, scrittore, saggista e cultore della materia cinematografica. Ha dato alle stampe l'antologia di racconti spy, horror, sci fi, urban fantasy e a tematica supereroistica "Roma Special effects -di vampiri mutanti supereroi e altre storie" (PS ed.) e la monografia "La Regia di Frontiera di John Carpenter "( Elara). D'imminente pubblicazione il saggio "Le Guerre Stellari - Ovvero, la space opera cine televisiva da Lucas ad oggi" contenuta nel volume "Effetti Collaterali – la fantascienza tra letteratura, cinema e TV" (Elara). Ha all'attivo centinaia di articoli su diverse testate di settore. Esperto d'immaginario e sottoculture di genere, ha curato il volume, "Il Tuo capitolo finale" dedicato a Sherlock Holmes. È autore e regista dei reading video musicali “Iconico & Fantastico” e "Il cinema del telfoni bianchi". Ha ideato e curato eventi come Urania: stregati dalla Luna, Il cinema italiano al tempo della Dolce Vita, Effetti Speciali, MassArt, Radar-esploratori dell’immaginario.

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