Letterature Festival #5. Di nostalgie e di mancanze. Gli interminati spazi delle parole

Cosa avrebbe rappresentato la tela tessuta da Penelope, se mai un giorno l’avesse completata? Avrà sicuramente avuto in mente qualcosa, visto che ai Proci che premevano per le nozze diceva di star lavorando al telo funebre per il suocero Laerte –quando fosse giunto il momento-, e che vi si dedicava con grande cura perché, forse, quel telo era dedicato a Ulisse, da lei stessa dichiarato morto.

Noi sappiamo, però, che Penelope non abbandonò mai la speranza di rivedere il marito e quindi quel telo avrebbe potuto essere un richiamo per il suo uomo, perso chissà dove.

Omero, tuttavia, non ci dice niente di tutto ciò, eppure noi –io, almeno- siamo liberi di supporre, di immaginare, di ipotizzare. Perché è questo quello che ci permette di fare la letteratura: le parole non definiscono, ma suggeriscono e ci lasciano liberi di seguirne il fulgore, le orme con il nostro personale passo.

Gli incontri di questa serata di Letterature Festival – Laura Morante, André Aciman, Paolo Giordano – hanno come tema Fuori e dentro le storie, un tema che ciascuno declina a modo proprio. Laura Morante legge un suo racconto inedito (Gli onironauti), in cui le parole conducono l’ascoltatore nei meandri di una storia che però ne contiene un’altra,e poi un’altra ancora.

Paolo Giordano rievoca (Medical) il particolare lessico famigliare veicolato da un padre ginecologo, il cui contegno da medico si  distingueva sempre per una  duplice forma di distacco per sopravvivere alle sofferenze e alle vicende umane dei pazienti: quello del comportamento – imperturbabile –  e quello lessicale, nel ricorso  alle  parole come argini di difesa emotiva dal coinvolgimento. L’angoscia di non riuscire a capire il significato di quelle parole ha ottenuto su di lui un duplice effetto: ne ha amplificato la fantasia immaginativa e lo ha spinto alla ricerca di parole equanimi, con le quali tenere a bada la paura dell’assenza di senso.  Per liberarsi della paura e differenziarsi dal padre, ha posto mano a un completo tradimento verso di lui: non solo non ne ha seguito le orme, scegliendo fisica, ma ha scelto di usare la lingua per se stessa, coltivandone l’indeterminatezza e quindi la generosa disponibilità a dirci di noi qualcosa oltre i confini che ci sono stati imposti dalla lingua genitoriale.

Chi però ha rapito non solo me ma l’uditorio tutto – e pure i monumenti lì intorno – è stato il breve, intenso e sussurrato quasi discorso di André Aciman.

In una manciata di minuti Aciman tesse, proprio come Penelope, una tela aerea e vibrante di una lucentezza che nasce dal suo esser fatta di ombra. È irreale? Solo ciò che è irreale –modus irrealis dice lui- può essere vero. Suona strano sentire associati il vero con l’irreale, ma per chi è abituato a considerare sinonimi reale e vero. La letteratura è vera perché è irreale, il reale è altro, e le parole, come ombre,  evocano e lasciano segni, ma non definiscono la realtà. Scrivere nell’ombra è l’elogio di una parola e di una frase talmente irreali e talmente vere.

Quasi è la parola che accenna ma non rivela; evoca ma non definisce; è ambigua e fluida tanto da far sorgere nel lettore il dubbio su cosa abbia voluto dire o fare non solo il personaggio, ma lo stesso autore. È una sospensione che impedisce il riposo sulla certezza del dato reale e accende il dubbio sull’univocità dei significati; evita la soluzione e lascia a noi la scelta. È onestà, rifiuto dell’asserzione, interpretazione e ricerca di qualcosa che forse è e forse non è, o non è ancora. In questo modo il non fidarsi di sé stessi diventa un valore, perché questa incertezza porta a cercare  di più dentro di sé, a pensare di più: diventa coraggio, il coraggio di essere senza confini.

Ed è camminando su questa strada che si riesce a scrivere qualcosa che poi, andando a rileggere, non si riesce a capire. Aciman ci racconta di come, rievocando i momenti precedenti all’abbandono forzato di Alessandria d’Egitto, egli senta non tanto la nostalgia dell’esule dalla patria, ma una speciale e inspiegabile (e irreale e vera però) nostalgia: quella di chi, da un balcone parigino da cui forse si affaccerà, guardando la Senna, proverà nostalgia del sé che, da un balcone di Alessandria, guardava l’orizzonte sperando di partire.

Come si può “spiegare” questo groviglio se non abbracciando come vero il modus irrealis,  se non evocando un altrove immaginario che ci permette mescolare piani e tempi verbali? Ma solo così, abdicando al comando indotto di vedere e pensare ciò che ci viene detto di vedere e pensare, solo non fidandoci di ciò che ci viene detto prima di capire, solo così impariamo a seguire le ombre e capiamo che “L’arte ricerca le impronte, non i piedi; ricerca il fulgore, non la luce; la risonanza, non il suono; le ombre, non le cose”.

Questa è la tela di Penelope: un ponte tra chi non sa se la trama avrà un significato e chi non sa nemmeno che laggiù, dall’altra parte del mare, c’è qualcuno che la sta tessendo. È un ponte di parole. Esiste nella sua irrealtà: e tanto basta.

Giulietta Stirati

Giulietta Stirati

Giulietta Stirati, docente di materie letterarie e latino in un Liceo romano. Appassionata da sempre alla lettura, ha fatto di questa attività, declinata nelle sue funzioni più ampie e profonde, il senso del proprio mestiere. Insegnare è insegnare a leggere il mondo, sé stessi, gli altri. Attraverso la trasmissione del sapere si educa a leggere, a scegliere che vita si vuole.

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