Più Libri Più Liberi #8. Il Tunnel di Abraham Yehoshua: il rispetto, la memoria e l’identità

È singolare che Abraham Yehoshua presenti il suo nuovo libro, Il tunnel nella Sala La Nuvola, a Più Libri Più Liberi 2018.
Come a dire che solo se si scende in profondità si può forse ritrovare lo slancio per salire nuovamente. Questo lo aveva capito Dante, e lo hanno capito i poeti, gli scrittori che Yehoshua chiama “padri della patria”, tutti coloro che hanno saputo cercare una via fatta di parole che mostrasse agli esseri umani la loro identità libera dalle costrizioni dei doveri e degli identitarismi politici.

In breve: il tunnel è l’alternativa che Zvi -pensionato in procinto di sprofondare nella demenza senile- offre al giovane ingegnere militare Azael di cui è diventato volontario assistente (su consiglio della moglie Dina che lo sprona, d’accordo con il neurologo, a impegnarsi in attività che lo mettano a contatto con altri esseri umani) nei lavori di costruzione di una strada nel deserto. Azael vorrebbe, come è logico, spianare e distruggere le abitazioni di un insediamento palestinese.

Intorno a questo tunnel si sprigionano forze e movimenti inaspettati; la malattia di Zvi, la perdita della sua memoria e della sua identità istituzionale, anziché spegnerlo, ne  favoriscono la rinascita, tanto sul piano concreto (Zvi vorrà partecipare della vita delle persone che incontra in dettagli che mai nella sua vita avrebbe voluto conoscere), quanto su quello simbolico e, soprattutto, su quello dell’anima.

Devi combattere contro il tuo cervello, gli dice il medico che lo ha in cura. E devi combattere il tuo cervello che si rattrappisce con l’anima. L’anima è un respiro che dà ed è vita essa stessa: il greco άνεμος e l’ebraico נשמה (neshamah) hanno il significato di “vento” nella parola “anima”.  Così quello che il dottore propone a Zvi è di respirare un’aria nuova: un’aria da dentro.

Il tunnel, a questo punto, si carica di significati che vanno a toccare la profondità della vita degli individui:

  • è la dichiarazione del fallimento delle politiche identitarie (se fosse “stato bene” Zvi non avrebbe avuto problemi a spianare gli insediamenti palestinesi);
  • la dissoluzione dell’identità anagrafica si accompagna alla dissoluzione delle sbarre che separano gli esseri umani. Il tunnel unisce quel che le ruspe separano;
  • apre nuovi scenari: non luoghi come ospedale e deserto diventano luoghi di cura reciproca e di segreti svelati.

Costruire un tunnel sotto il deserto significa rispettare chi ci vive sulla sua superficie; ma significa ancora di più onorare la memoria di chi ha visto nel deserto un luogo di fondazione e non di abbandono.

Ben Gurion, il fondatore di Israele, è sepolto nel deserto del Negev, senza lapidi, senza altro segnale di riconoscimento: come a dire che il deserto il luogo che mi definisce proprio per l’assenza di definizioni estrinseche.

Il deserto è simbolo di una identità che per esistere non ha bisogno di un nome per riconoscersi e darsi senso.

Durante la composizione del romanzo, la moglie di Yehoshua è andata in “quel” deserto. La sua presenza si è fatta essenziale, in un luogo dove la morte è l’origine di una nuova vita per chi resta.

  • Presentazione: Leonetta Bentivoglio
  • Traduzione consecutiva: Marina Astrologo
Giulietta Stirati

Giulietta Stirati

Giulietta Stirati, docente di materie letterarie e latino in un Liceo romano. Appassionata da sempre alla lettura, ha fatto di questa attività, declinata nelle sue funzioni più ampie e profonde, il senso del proprio mestiere. Insegnare è insegnare a leggere il mondo, sé stessi, gli altri. Attraverso la trasmissione del sapere si educa a leggere, a scegliere che vita si vuole.

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