Carmelo Bene e il delirio nella phoné: uno strano interludio nel grembo materno

Solo Carmelo Bene in scena, anzi nemmeno lui, lui-soggetto, ma solo una sublime e geniale “macchina attoriale” che cita e si cita continuamente.
Omero, Stazio e Kleist, è lui Achille! Camicia bianca d’Amleto e pantaloni neri, capelli rossastri di Pinocchio. Non più corpo, non più voce, ma un amplificato corpo della voce che pare ergersi come unico vero e fisicamente presente.

immagine per Carmelo Bene

Corpo della voce che trascina testo e personaggio fino all’estrema e lacerante scomposizione parodica, giacché Bene ha una potenza di voce straordinaria, una ricchezza di timbri eccezionale.

«Grazie a tutto ciò che ha fatto» scrive Deleuze «può rompere con quanto ha fatto. Attualmente traccia per se stesso un nuovo cammino. S’interessa sempre più all’elemento sonoro preso in se stesso. L’immagine è passata interamente nel sonoro. Non è più questo o quel personaggio che parla, ma il suono stesso diventa personaggio. Ancora una volta, che resta? Il canto degli universi, il mondo del prima dell’uomo o del dopo (…) impresa grandiosa che ricrea dappertutto le paludi primitive della vita».

È la phoné e l’urlo del cosmo che volutamente toglie di scena il teatro che si pone come la sua tomba definitiva, la tomba del teatro dei ruoli, dei teatrini dell’io e delle miserevoli conflittualità.

Crolla la rappresentazione, non più un riferire ma un ostinato ferirsi, una delirante invocazione che si trascina al di là dell’essere e del rappresentare, per riscoprire una soggettività piena a discapito certo della comunicabilità e del linguaggio… «considero queste di Achille le mie ultime prove, un testamento fra il concerto e lo spettacolo. È lo sconcerto dello spettacolo che in me è forte quanto la vergogna di apparire davanti a un pubblico che intendo coinvolgere il meno possibile. Contro la retorica della partecipazione, vorrei che gli spettatori facessero come me, si comportassero come se non esistessero più. Basta un colpo di tosse e si fa sipario».

Sicuramente strumentazione fonica e musica sono altri elementi essenziali e guide imprescindibili per muoversi nel suo ultimo «nulla in iscritto» a teatro dal titolo Invulnerabilità di Achille (tra Sciro e Ilio). È l’avvento della macchina sepolta sotto la piramide dei microfoni, del play back totale.

Rotaie acustiche incidono il palinsesto del racconto procedendo sempre verso una decostruzione e una destrutturazione della materia narrativa che rende il testo irriconoscibile a se stesso (c’è molto in comune con l’idea già espletata da Artaud di fare guerra al testo ).

Abissi, regie incenerite dal suono, intervalli scavati, rubati, sordine ammutolite, una intensa dinamica fisica, tutta giocata sullo squilibrio, sul celebre “gesto spezzato” e sulla sua conseguente accentuazione nevrotica. Il suono sempre naufraga nella variazione perpetua: dal bisbiglio all’urlo, dal sussurro al latrato, dalla lallazione al monologo declamatorio più articolato, simile a un animale che impazzisce solitario dentro un comignolo di versi stracciati e fatti a pezzi.

Esala parole frammiste a suoni e a rumori, un complesso congegno sonoro che, scrive Deleuze:  «Non è più la voce che si mette a bisbigliare, o a gridare, o a martellare, secondo che esprima questa o quell’emozione, ma il bisbiglio stesso diventa una voce, il grido diventa una voce, mentre al contempo le emozioni corrispondenti (affetti) diventano modi, modi vocali.

E tutte queste voci e questi modi comunicano dall’interno. Da qui il ruolo rinnovato delle variazioni di velocità, ed anche del play back, che non è mai stato per Carmelo Bene un mezzo di comodità o di facilità, bensì uno strumento di creazione».

La musica è per Bene come la narcosi di un pharmakon platonico, che separa finalmente dal senso, che prende vita indipendentemente dal senso. Musica sono d’un tratto le guerre foniche, dove le frasi sono fatte a pezzi, i fonemi sanguinano e deliranti sono le agonie a squarciagola, un fuoco che incessantemente brucia senza lasciare alcuna traccia.

Ma è una fiamma che prima d’abbagliare deve prendere tempo, e che offre spudoratamente almeno dieci minuti di voce negata, mentre Carmelo Bene avanza sopra un palco pieno zeppo di manichini, busti, gambe, mani che non tornano anatomicamente che sottolineano l’idea di trovarsi nei luoghi del  non finito, del mancato per eccellenza.

Tutto biancheggiante, compreso un abito da sposa, a figura intera oppure da lui fatto a pezzi e, dopo qualche scrollone “spezzato” e “nevrotico”, si siede, forse in procinto d’aprire un breve spartito, assemblando in modo impossibile pezzi di arti, teste, piedi, coroncine nuziali.

Silenzio, nel frattempo, in attesa che le corde vocali, amplificate, diano qualche cenno di vita. Apre una voce fuori campo, è la voce materna di Teti «Bastardo sei un bastardo/ invulnerabile solo/ dalla parte materna bastardo» -è l’impossibile amore di Pentesilea, che è necrofilia, assassinio e smembramento, posseduta in un flash da morta mentre Achille sente brulicare i vermi che abitano la sua stessa carne- «una storia d’amore che alla notte/ questa che al sole dici non può stare» -amore che è guerra- «giuro non tornerò/ non tornerò lo giuro/ se non sposato se/ non sarà mia sposa/ se/ non l’avrò trascinata sulle pietre/ la testa nella polvere la fronte/ coronata di sangue» -amore che pare ancora essere luogo del desiderio- «Principessa mia sposa principessa/ non era questo il giorno delle rose».

Amore che però è anche morte. Crescere è avere a che fare con la morte, lo fa dire anche al suo Otello «la morte…questa lebbra cornuta ci è assegnata dal fato nell’ora stessa della nostra nascita».

Ma la morte è anche desiderio, «la vita non vuole guarire» -dice Lacan– «è l’avvenire-svanire, è voler essere il niente che si è, la tentazione dell’inorganico, la grazia orfica dell’abbandono e, infine, il bimbo-uomo nel grembo» … riprende Bene «mi rivuoi, mamma? Dimmi che ci hai ripensato».

Beh, non certo il giorno delle rose ora che Carmelo Bene-Achille è immerso in una allucinata waste land eliottiana oppure dentro quella sospensione del tragico di matrice beckettiana.

Attesa, mutilazione, silenzio, sono un territorio che Bene attraversa con grande maestria, un orizzonte d’attesa senza pari e senza vie d’uscita, un non-luogo che si fa zona o chora platonica, forse un disonesto grembo materno nel quale fare  ritorno per mostrarsi alla madre Teti inanimato nel suo eterno vivere.

Un grembo appunto, dimensione sublime e provocatoria che felicemente porta all’estasi, allo smarrimento, alla perdita di qualunque identità, perché si vuole essere «il divenire delle proprie nostre interne contraddizioni». Bene individua il non-luogo par excellence, una porzione spazio-temporale fuggevole e transitoria, nella quale piovono voci dall’oblio, da un futuro “mancato” e dalla rinascita.

Achille è ora un fanciullo sacro sottratto al peso della storia, che ride, che letteralmente si spompa nel cercare di ricomporre il corpo della bambina amazzone con i pezzi di manichino che lo circondano sulla scena. Siamo all’apice del depensamento e della sospensione del tragico. Un non pensiero che scardina gli atti e le azioni preconfezionate di ogni civiltà. Achille-Bene sabota il grembo di Teti, abiura la propria Moira (destino assegnato a ciascuno), disconosce completamente le funzioni e i doveri del Timé (onore) e dell’Aidos (vergogna) tanto cari a Omero.

Non vuole più essere Achille! L’eroe, l’amante, il mito. Ogni istinto gigantesco si dilegua nella notte. La “verità” di Teti, quella di Tersite, quella dell’amato Patroclo, di Zeus o di Briseide, attraverso il già citato “corpo della voce” inizia a vacillare, le grandi verità del mondo si sgretolano dentro un’alchimia mentale che trasforma uno stato d’animo in un gesto, un gesto asciutto, spoglio che scaccia per sempre «il mito d’Achille che si agita per le carceri dei secoli».

È proprio l’eroe dell’inazione, colui che non vuole nascere, un moderno Prufrock eliottiano che non osa, che visita insieme al suo doppio -«let’s go, you and I»- l’intera storia personale che è poi storia dell’umanità. Immerso in questo Illud Tempus lui non decide, lui è fuori dal pensiero, imprigionato o forse finalmente “inorganico” in un attimo che si è fatto eterno.

Ancora Eliot può venire in soccorso «tra la realtà e l’apparenza/ tra il pensiero e l’atto/ cade l’ombra». Cade l’ombra, crolla la rappresentazione della nascita, lui che nella sua autobiografia fuori dai denti dirà: «L’impresa. Strappato per i capelli. Una disdetta».

Questo essere “sopravvissuto alla nascita” fu sempre percepito da Bene come una sorta d’ errore madornale e irreparabile, un iperbolico scherzo del caso. «Più che nato sono stato abortito, ecco io mi considero a tutti gli effetti un aborto vivente». Il significante che insiste è “aborto”. Nell’atto stesso di descrivere la propria nascita Bene non riesce a fare altro che negarla, la esclude dall’orizzonte stesso della possibilità, così come fa Achille. «Più che nato, sono stato abortito, sono stato rifiutato, escluso, estromesso. Mi considero a tutti gli effetti un aborto vivente».

Straordinario quindi l’ultimo C.B  nella sua già citata Invulnerabilità d’Achille (tra Sciro e Ilio), opera che qui si presenta nella sua veste di adattamento televisivo del 1997. Lo spettacolo-epifania o spettacolo-apparizione, che dir si voglia, spiazzante nella sua enigmaticità severa, è la conclusione di un lavoro sul mito d’Achille che lo ha tenuto impegnato per più di un decennio, vedendo il più alto frutto della sua produzione poetica nel volume Vulnerabile invulnerabilità e necrofilia in Achille, presentato con il sottotitolo “poesia orale su scritto incidentato”, volendo rimarcare lo stretto legame della sua poesia con la dimensione performativa.

Carmelo Bene è sempre stato un poeta e la sua ricerca poetica ci conduce in un territorio ancora poco esplorato, che si posiziona al di là della tradizione lirica del Novecento. Bene è più un Gadda della prosa, un allievo di Joyce, sempre e solo attento ai tratti soprasegmentali della comunicazione poetica, all’esecuzione orale, concentrata su ciò che Ezra Pound aveva definito melopoeia, cioè l’intrinseca musicalità della parola poetica che oltre ad essere essenzialmente materiale sonoro, «condiziona la portata e la direzione del significato stesso».

Ribadisce Bene «poesia è distacco, lontananza, assenza, separatezza, malattia, delirio, suono, urgenza, vita, sofferenza. È flusso dell’insofferenza dell’esserci. È scontento anche nei casi più felici. È risuonar del dire oltre il concetto. È musicale d’altezza, lirico, in che si dice detta la delusione di quell’altro intervallo tra il pensato e il suo riporto sulla pagina. È l’abisso che scinde orale e scritto».

Tutto il teatro e tutta la poesia di C.B, non può certamente essere ingabbiata dentro un critica puntuale e onesta. È più un lungo peregrinare verso l’ignoto o forse un correre contro l’enigmaticità severa, che non consola mai. Che ruolo spetta all’ormai “classico tra i classici” Carmelo Bene? Lui che continua a essere il più grande serbatoio d’ispirazioni poetiche del Novecento e oltre …

Lui che si è inoltrato come un ospite inatteso, come un ospite inquietante, fin dentro l’insondabile ventre partoriente che, a detta di Bene, è già sepolcro o già al di là di coloro che -citando Samuel Beckett– «partoriscono a cavallo di una tomba, il giorno splende un istante, poi è di nuovo la notte».

E in un sogno d’amore scalcia, disumano delirio (versi liberamente ispirati da Omero, Stazio, Kleist e Carmelo Bene)

E nulla perisce nell’immenso universo, credete a me, ma ogni cosa cambia
e assume un aspetto nuovo. E nascere noi chiamiamo cominciare ad
essere una cosa che non si era, e morire cessare di essere la suddetta cosa.
Anche se questo si trasferisce di là e di qua, il totale è sempre lo stesso.
Sì, io credo che nulla conservi a lungo lo stesso aspetto… Così il Lico,
inghiottito da una voragine del terreno, rispunta più lontano, rinascendo
con un’altra sorgente”.
Ovidio, Metamorfosi

Mentre la pioggia rompe il gorgo muto
L’inumana specie rifugia ai fossi
E tra i più funebri, i vani baci
Febbrili premono il corpo insepolto.
Ma tu, tu forse dormi, sopra un’orda sfrenata di uomini e oceani
E scoperta si fa l’increata morte
Il sepolcro vivo di un ventre
Promessa di una vedovanza inesauribile.
Non mi hai lasciato tanta musica partendo
Ora il vento rapido si schiaccia in silenzi di falce
Anche la candida nube non differì l’abbandono…
E ritrovarmi uno, e solo uno in questo scherzo supremo
E più che seppellire fluttua, dal nulla
Un respiro,
Nulla fluttua
In una dolce spuma perdersi.
Crolleremo, come due sconosciuti
Trascinando il nostro grande amore
Per la voragine fetida e delirante.
Simile a un vizio divino
Simile al cielo vedere passare
Il disumano crepitio della terra:
Rosicchiato è il mio nome dai secoli?
Orfano! L’orrore arresta
Nel malaticcio grembo desiderare
Il peso inerte d’un seme discorde
Infeconde e fetente, febbrile scavare
Sparuto e mal combinato
Mostrarmi inanimato nel tuo eterno vivere.
Brucia, e la turrita smorta son io
Un fuoco insaziabile
Ed io non voglio più essere io
Alle sirene di strada
Il rostro cannibale ala di guerra
Già che lungo lo Stige vivacchia
E nei torpidi canali l’ombra mi deride dal fondo.
In quale incubo gravita tutta la mia giovinezza?
Ecco, m’accolse il mondo
E l’alba non pare che inganno,
Così s’erge la vergine bellezza
Non madre che il cuore pesa…
Ah, mutevole bestia senza pace
M’appresti a versi e fiati d’argento
Nudo, come il gioioso deserto
Qui m’aggrada il talamo vuoto
Un fuoco insaziabile
Che la sporca via segue
Cullato dai corpi intagliati e maledetti.
Impotente, seppur d’infinita specie
Risalir d’affanno lo stremato Xanto
Ti vidi,
E Ligirone m’abbandona
M’è noia e selvaggia l’amara vergogna,
Il dolore stesso non mi risponde più
Gli occhi si fanno interminabili sospiri
Sospeso tra divini poli, lì,
Lì s’annida il deserto.
Chiamano e strizzano per l’adorato disprezzo
Sotto il fosso profondo
Ancor più negli abissi rumina
Un non pianto, un non sepolto, ché altro urgeva
Affinché la via trapassi il meridiano sonno
Sfumando in dolci acque l’ultima schiera.
Veleno dolce dei franti assenti
Quest’ebbro oceano non dà riparo
Né il pesante colpo sollievo…
Il cuore vinto s’addorme
Un barbaglio squilla dall’ombra del tuo seno,
Urla nei pozzi tremendi Teti
Anche il sole cerca lamento
Ove bruciano le millenarie alcove
Ai disumani tramonti d’Oriente.
Arde più materno il mare
Tiepidi soffi carezzano i bei fiori,
Mentre la mole faticosa del mondo
Vacilla e sempre uguale si rinnova.

Giuseppe Giordano

Giuseppe Giordano

Giuseppe Giordano nasce nel 1992 a Vercelli. Dopo aver compiuto gli studi tecnici, si è laureato in Lettere Moderne e Contemporanee - ambito di ricerca in letterature comparate euro/americane - presso l’Università degli Studi di Torino. Dal 2013 ha collaborato con alcuni settimanali locali e successivamente ha intrapreso il lavoro in un’azienda grafico-chimica. Nel 2017 ha pubblicato "E in un sogno d’amore scalcia disumano delirio", in "L’Iliade riscritta", a cura di C. Lombardi (Ed.), Torino, Mimesis (Collana Woland) e nel 2018 si è posizionato tra i finalisti al concorso letterario “Premio Internazionale Mario Luzi” con l’opera intitolata "Svezzamenti. Forme di un nichilismo liquido dal mancato e dalla dimenticanza"- ora in corso di pubblicazione presso la casa editrice Luzi Editore. Da qualche tempo ha iniziato a collaborare con la rivista “art a part of culture”.

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